Anche Barletta a rischio sismico: i terremoti del passato

 

Dopo il terremoto del 23 agosto, che ha colpito una vastissima area dell’Italia centrale, siamo restati sorpresi nell’apprendere che anche il nostro territorio è a rischio sismico, classificato come “Zona 2” nella Carta nazionale di pericolosità sismica, cioè un’area dove possono esserci movimenti tellurici pericolosi. Classificazione che trova peraltro riscontro, in Puglia, in quattro precedenti storici censiti dall’Istituto Nazionale di Geofisica.

Il primo terremoto avvenne all’alba di domenica 11 maggio 1560 ed ebbe come epicentro l’area localizzata fra “Bari e Barletta”, che causò gravi danni alle città costiere, specialmente Barletta e Bisceglie, provocando crolli e un non ben precisato numero di vittime. Trecento, secondo la Cronaca del vescovo di Bitonto mons. Vincenzo Cerrotti, che definì “agghiacciante” gli effetti devastanti di quel sisma.

Il secondo terremoto si verificò alle 9.45 del 20 marzo 1731 e scosse violentemente tutta la regione, colpendo specialmente la città di Foggia che contò numerose vittime.

A Barletta furono invece gravemente danneggiati alcuni monumenti, numerose case, ma soprattutto diverse chiese. La mancanza di vittime fu attribuita alla particolare protezione che riservò alla città la Madonna dello Sterpeto, che – da quel tempo – fu trattenuta in Cattedrale per diversi anni.

Particolarmente efficaci, di quel triste periodo, sono le pagine della Cronica barlettana 1731-1782, di autore anonimo, che comincia proprio dall’anno in cui si verificò l’evento sismico. Pagine riportate sul periodico storico cittadino “Il Circondario di Barletta” nel numero di agosto del 1871, a cura di Francesco Saverio Vista, e recentemente trascritte in una monografia curata dal prof. Michelangelo Filannino.

campanile-sepolcroLa prima scossa tellurica si ebbe tremenda la mattina del 20 marzo, martedì santo, alle 9.45, preceduta da un boato sotterraneo, simile al fragore di un tuono. Cominciò quindi prima lentamente a tremare il suolo, poi a ondeggiare violentemente. Seguirono altre scosse, con cadenza irregolare ma persistente per tutta la giornata. Alla prima scossa, chiese e monasteri ondeggiarono paurosamente, ma resistettero all’urto sismico. L’unica a patire un parziale crollo della struttura fu la chiesa del Carmine; e inoltre una facciata laterale della chiesa di S. Ruggero fu talmente lesionata che si decise di abbatterla per l’incolumità dei fedeli. Inoltre danni subì anche il campanile gotico del Santo Sepolcro, che restò gravemente lesionato. Nel contempo, il Venerdì Santo, sotto la spinta dei fedeli, si decise di portare il busto di S. Ruggero in processione, in Cattedrale, dove si raccolse una così gran folla da non poter accogliere tutti i fedeli nel tempio.

Quando la ressa all’interno della basilica era al colmo, nel tumultuante vociare indistinto dei fedeli accorsi, una voce si levò più alta di tutte, quella di una donna che gridò: “U terrmot”, al che la folla, presa dal panico, si riversò all’uscita e nella incontrollabile ressa un gran numero di barlettani restò contusa, ma per fortuna senza vittime.

Anche nelle altre chiese e monasteri della città, i fedeli accorsero nei luoghi sacri impetrando il nome taumaturgico del Santo perché li preservasse, loro e le loro case, dalla rovina del cataclisma.

Le mura delle abitazioni ondeggiarono paurosamente. Nelle abitazioni più antiche, quel movimento aprì alcune fessure, ma per fortuna non provocarono alcun crollo. I cittadini, presi da una angoscia fin allora sconosciuta, si riversarono per le strade. Temendo di rientrare nelle case, si formarono molti gruppi e a migliaia gli abitanti si riversarono al Santuario dello Sterpeto per impetrare la grazia della Madonna perché risparmiasse la città e i suoi abitanti. Quindi, con grande clamore, formarono una processione che accompagnò l’icona della Vergine in Cattedrale dove resterà per quell’anno e per molti altri anni, facendo voti che quella Madonna diventasse la patrona della città.

Frattanto, già dalle prime ore del pomeriggio, cominciarono a giungere notizie dalle città vicine; particolarmente gravi quelle provenienti da Foggia dove il terremoto aveva fatto crollare numerose case provocando molti morti e feriti; le cronache del tempo riferiscono circa cinquecento morti e non meno di mille feriti, alcuni gravi.

Il giorno 27 vi fu un’altra scossa, ma meno grave della prima, e di più breve durata. Tutta la Settimana Santa e il giorno stesso di Pasqua, tutti i riti furono officiati fuori dalle chiese.

E altre scosse, la Cronica registra, nei giorni e nei mesi successivi a quella del 20 e del 27 marzo, determinando quello che, con un linguaggio tecnico moderno, oggi chiamiamo “sciame sismico”. Ve ne furono, infatti, dal mese di aprile fino ad agosto, e poi durante i mesi di novembre e di dicembre. Ma anche nei primi mesi del 1732, nel corso dei quali però il fenomeno sismico si andò progressivamente attenuando fino a spegnersi del tutto. Mai come in quel periodo fu grandissima la devozione dei barlettani verso la Madonna dello Sterpeto, che culminò, nel mese di maggio, con la dedicazione della città al culto della sacra Icona.

Infatti, sotto la spinta dei cittadini devoti, che sempre più numerosi s’accostavano al culto della Vergine Maria, il Comune di Barletta, il 31 maggio del 1732, deliberò di dedicare la città alla Madonna dello Sterpeto e di tale volontà indirizzò l’istanza all’Arcipretura di Barletta e all’Arcidiocesi di Trani. Al consenso dell’Arcivescovato tranese, dato quello stesso giorno, seguì la presa d’atto del Capitolo Cattedrale, che organizzò un’affollatissima processione per le strade della città. In cima alla pala marmorea dell’altare maggiore del vecchio Santuario fu stampigliata questa scritta: PROTEGAM CIVITATEM ISTAM ET ERO VOBIS IN PRAESIDIUM, cioè “Proteggerò questa città” (Isaia 37, 35) e sarò vostra difesa (Cr 19, 12).

Si deve alla solerte ricerca del parroco del Santo Sepolcro, don Nicola Monterisi, se – dal riordino delle carte dell’Archivio della Chiesa – venne alla luce la richiesta della nostra Università, cioè del nostro Comune, rivolta all’arcivescovo di Trani, mons. Giuseppe Davanzati, corredata dalla sua risposta positiva.

Poi ci sono stati altri due terremoti che ci hanno solo sfiorato: quelli del 1743 e – più recentemente – quello del 1980.

Il terzo terremoto che devastò la Puglia avvenne qualche anno dopo, il 20 febbraio del 1743, coinvolgendo però il nostro territorio solo marginalmente, perché il sisma che aveva come epicentro le isole Ionie a largo della Grecia occidentale, colpì soprattutto il Salento e in modo più intenso le città di Francavilla Fontana e Nardò. I danni patiti da queste due città furono rilevantissimi, basti pensare che l’intensità della scossa raggiunse il nono grado della Scala Mercalli (il vecchio sistema che misura l’effetto del terremoto sulle persone e sulle cose con gradi da 1 a 12). Molti gli edifici crollati e le abitazioni rase al suolo che provocarono 160 vittime. Le province di Bari e di Foggia furono invece solo lambite dal sisma, provocando molto spavento ma pochi danni. A Barletta infatti il terremoto fece crollare solo la lanterna del campanile della Cattedrale e il cornicione di palazzo Marulli.

L’ultimo tremendo terremoto che sia pure in modesta misura investì il nostro territorio, fu quello di domenica sera 23 novembre 1980 che ebbe come epicentro l’Irpinia. A Barletta il sisma fu percepito molto nitidamente tanto da provocare un fuggi fuggi dalle abitazioni di cittadini spaventati che si riversarono per le strade. Nei giorni successivi al sisma ci fu una grande gara di solidarietà verso le zone terremotate tanto più disagiate perché colpite nel pieno del rigore invernale. Specialmente intensa fu l’opera di sensibilizzazione verso il piccolo comune di Lioni dove l’amministrazione attrezzò un primo nucleo abitativo allo scopo di promuovere la ricostruzione del paese, che dal sisma era stato pressocché raso al suolo. C’è restato impresso nella memoria di quelle tremende giornate, l’episodio del salvataggio di un ragazzo di 15 anni, estratto vivo dalle macerie dopo sei giorni dal sisma, dall’ing. Lionetti, dall’arch. Vitobello, dal dott. Rizzi e da qualche vigile urbano. Si veniva creando così, giorno dopo giorno, una grande solidarietà fra le due città fra le quali finirà con lo stabilirsi un vero gemellaggio.

Attualmente, in Puglia – regione a rischio sismico –, sono stati completati gli studi di microzonizzazione sismica di primo livello, che hanno individuato l’area delle province di Bari, BAT e Foggia. Atteso che l’intero territorio nazionale è stato suddiviso in quattro zone sismiche sulla base del valore di incidenza della possibilità sismica, la nostra area è stata classificata come “zona sismica 2”, come quella dell’Aquila, dove cioè possono verificarsi episodi sismici gravi. Con Barletta, nella zona 2, sono ricomprese le città di Canosa, Minervino, Spinazzola, S. Ferdinando, Trinitapoli e Margherita di Savoia; mentre le altre città della BAT (Andria, Trani e Bisceglie) sono classificate nella zona 3, meno pericolosa.

 a cura di Renato Russo

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