Per capire i fatti del ’99, bisogna inquadrarli nel contesto storico del tempo dominato dalla Rivoluzione francese che, partendo da Parigi, con effetto domino, diffuse rapidamente i suoi principî in tutta Europa, un po’ con la forza delle idee, un po’ con quella delle baionette.

Il 23 ottobre ’98, incoraggiato dall’allontanamento di Napoleone, partito per la spedizione in Egitto, Ferdinando IV re di Napoli ruppe gli indugi e dichiarò guerra alla Francia.

I Francesi occuparono gran parte del Reame inducendo il sovrano, il 23 dicembre ‘98, a imbarcarsi con la famiglia sulla “Vanguard”, la nave ammiraglia di Orazio Nelson, diretta a Palermo.

Il 23 gennaio il generale Championnet, alla testa della sua armata, entrò in Napoli dove diede forma repubblicana al distrutto stato borbonico.

Frattanto il governo rivoluzionario affidò all’avvocato Mario Pagano l’incarico di preparare una bozza di Costituzione repubblicana.

Come aveva vissuto, Barletta, quelle tremende giornate, dalla fuga del re all’occupazione napoletana delle truppe francesi? Alla notizia della fuga del re, il 23 dicembre ’98, grande era stato il disorientamento della popolazione che, avendo continui contatti con Napoli, per ragioni amministrative e commerciali, era informata pressoché giornalmente di quanto accadeva nella capitale partenopea.

Si formarono subito due partiti, uno favorevole alla nuova ventata libertaria che soffiava da Parigi, e l’altra invece filoborbonica; ma gli esponenti dell’una e dell’altra parte in quei difficili frangenti di trepidante incertezza, non radicalizzarono le proprie posizioni, ma ognuno rispettando quella della controparte, tennero un atteggiamento di prudente attesa, alla quale concorsero anche i massimi esponenti del governo della città: il governatore civile don Ignazio Capaccio (risiedeva nel Palazzo Pretorio in via della Corte, oggi via Municipio); il castellano comandante militare della piazza di Barletta don Ruggiero Francesco e il portolano don Giorgio Esperti che aveva alle sue dipendenze un certo numero di guardie fiscali (oggi li chiameremmo “finanzieri”). I tre alti funzionari regî si tennero in disparte da quella situazione ancora così incerta e lasciarono che le decisioni venissero prese dal sindaco e dalla civica Municipalità.

Fra i principali fautori del nuovo corso, furono il nobile Francesco Paolo Affaitati, ufficiale di marina che portò dalla sua i marinai del porto, e l’avv. Giuseppe Leoncavallo, nonché sei preti: Luigi Acquaviva, Luigi Campanile, Antonio Casale, Antonio Francia, Carlo Moles e Orazio Raffaele.

All’inizio, i primi giorni dell’anno, la popolazione era, per metà realista e per metà giacobina.

L’incertezza finì quando i barlettani seppero che il governo di Napoli aveva deciso di inviare delegazioni nelle città del Regno per instaurare anche in periferia un nuovo regime libertario ispirato ai principî della Rivoluzione francese.

A quel punto prese decisamente il sopravvento la corrente democratica alla quale quella nobiliare non si oppose, ma anzi con essa concorse a predisporre le nuove determinazioni municipali.

Barletta aderisce alla Repubblica partenopea (2 febbraio)

Barletta fu fra le prime città del Sud ad aderire alla Repubblica partenopea.

E don Camillo Elefante annoterà nella sua Cronaca, con grande perspicacia dei fatti: Si sentono nell’infima plebe de’ sentimenti d’uguaglianza, facendo miscuglio di giacobinismo e di realismo.

Il 2 febbraio, giorno della festa della Candelora, giunse in città il commissario della Repubblica napoletana, il canonico Ruggero Di Mola, il quale prese alloggio nella locanda “Osteria del Sepolcro” che stava appena fuori Porta Croce. Raccolse quindi sul sagrato della chiesa, su corso Vittorio Emanuele, quanta più gente poté vicina alle idee della rivoluzione e issatosi sul piedistallo di Eraclio, cominciò ad arringare la folla spiegando le ragioni della caduta della Monarchia e dell’instaurazione della Repubblica.

Don Camillo, nella sua Cronaca, registra con sorpresa questo brusco “rovesciamo di valori” da parte del popolo, fino a pochi giorni prima filomonarchico e oggi filorepubblicano.

Infiammatisi gli animi, i rivoltosi in corteo si recarono a casa del mastro-portolano, don Giorgio Esperti, la massima autorità amministrativa della città al quale offrirono l’incarico di presidente della nuova Municipalità, cioè di sindaco.

La mattina del 3 febbraio, di buon’ora, i banditori invitarono il popolo a radunarsi presso l’Albero della Libertà per nominare il nuovo Consiglio comunale che fu così composto: a presiederlo don Giorgio Esperti e 15 consiglieri, che la nuova nomenclatura repubblicana chiamava “decurioni”.

Eletti che furono, i nuovi “municipalisti” formarono un corteo al termine del quale, in piazza della Libertà, l’avvocato Leoncavallo, dal piedistallo di Eraclio, pronunziò un violento discorso contro il re.

Il nuovo Consiglio si insediò il 6 febbraio nel palazzo Pretorio, in via della Corte (oggi via Municipio) dove era anche l’ufficio del regio governatore Ignazio Capaccio. Essendo però il luogo inadeguato, fu deciso che il Consiglio si riunisse nel Castello.

I francesi occupano Barletta e di qui organizzano

la devastazione delle città di Andria e Trani (23 marzo e 1° aprile)

Il sindaco Giorgio Esperti, informato che le truppe francesi erano accampate a Cerignola, pronte ad occupare le città di Barletta, Andria e Trani, consapevole del difficile equilibrio che regnava a Barletta nella pacifica coesistenza fra filo monarchici e filo repubblicani, convocò i rappresentanti di entrambe le parti e spiegò loro che non era opportuno, per una città difesa da poche centinaia di soldati, opporsi ad una forza di occupazione di 8.000 uomini. Per cui suggerì di aprire le porte al generale Broussier, verbalizzando però, negli atti del Comune, che tanto si faceva per preservare Barletta da una sicura devastazione.

Il 16 marzo ’99 il generale Broussier, comandante della piazza di Cerignola, trasferiva il suo esercito a Barletta. All’esercito del generale Broussier (che don Camillo, fra fanti e cavalieri stima fra 4 e 5.000 soldati), si unì la legione napoletana del conte ruvese Ettore Carafa.

Il 23 marzo le truppe francesi occuparono e devastarono prima la città di Andria e poi quella di Trani.

Le truppe francesi abbandonano il Regno (7 maggio)

Il ritorno del regime borbonico

In assenza del generale Bonaparte, in Egitto, re Ferdinando da Palermo, con l’aiuto di Austria, Inghilterra e Russia, intraprese un’azione ritorsiva contro la Repubblica Partenopea, per cui i suoi adepti furono costretti alla resa. Le bande sanfediste del card. Ruffo, intanto, provenienti dalla Calabria e dirette in Puglia, assaltarono e diroccarono molte città pugliesi: Martina Franca, Altamura, Terlizzi… E Barletta?

Come in un primo momento i barlettani – nobili e popolani – s’erano accordati per accettare la Repubblica, allo stesso modo, ora, nell’approssimarsi del pericolo di una devastazione della città, si intesero per manifestare ai realisti borbonici una città interamente devota al re!

Sia durante il tempo del governo democratico che subito dopo, quando subentrerà la Restaurazione, né i popolari si scagliarono contro la nobiltà realista, né questa si rivalse sui primi. Certo non mancarono contrasti tra le opposte fazioni, ma si trattò pur sempre di scontri che non trascesero mai in violenze e saccheggi, e questo per la prudenza dei capi dell’una e dell’altra parte. Infatti al suo interno, pur nella temperie delle passioni che sconvolgevano il Regno e di qualche nascente contrasto fra forze tradizionalmente contrapposte, la città era pacificata.

La borghesia e il ceto popolare rappresentavano infatti forze che per interessi comuni e per idee, pur accettando i principî repubblicani, mantennero tuttavia una posizione moderata che caratterizzerà tutto il periodo dell’occupazione francese, tanto che Barletta, col linguaggio oleografico del tempo, si guadagnerà l’appellativo di “Città della pace”, per aver ospitato alcuni repubblicani che avevano lasciato le loro città devastate dalle rivolte sanguinose, mentre forse, con linguaggio più moderno e spregiudicato, potremmo anche definirla “Città del compromesso”.

I capi barlettani, che pure avevano sottoscritto l’atto di adesione alla Repubblica, non s’erano fatti suggestionare dalla ventata libertaria, raggiungendo gli eccessi oltranzisti vissuti dalle vicine città di Andria e Trani. Avevano infatti la lucida consapevolezza che un inasprimento dei contrasti sociali avrebbe inevitabilmente portato alla guerra civile con incalcolabili danni a cose e persone, prospettiva certo non incoraggiante.

 

Barletta, a quel tempo, era economicamente florida e i suoi traffici commerciali, oltre a renderla benestante, avevano contribuito a sviluppare una città tollerante nei rapporti fra le classi sociali, in modo che i contrasti nel governo, così accentuati nei centri vicini, qui erano invece temperati dalla compartecipazione alla cosa pubblica della classe nobiliare con quella artigiana e mercantile. Per questo nella pratica quotidiana della conduzione degli affari amministrativi, il patriziato locale e le classi popolari avevano imparato a convivere, cioè non solo per ragioni di civica tolleranza, ma anche per la convenienza che veniva ai loro affari.

Commenterà Giuseppe Maria Galanti, un conservatore con tendenze illuministiche: Tutti ostentano di essere repubblicani, ma al minimo cambiamento di scena tutti diventeranno realisti, perché in realtà ciò che soprattutto gli importa, è di garantire il proprio stato, le proprie fortune, le proprie prerogative.

 

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