Zone franche urbane: aspettative miracolistiche ?

Ancora un’ attenta e puntuale analisi di  Nicola Corvasce dirigente del Servizio Legislativo della Giunta Regionale

Ho seguito il dibattito che si è sviluppato intorno alle Zone Franche Urbane (ZFU) e, senza commentare i diversi interventi convegnistici, giornalistici o di altra natura, né le diverse fonti, politiche o tecniche (che influiscono necessariamente sul tenore degli interventi stessi), mi limito ad aggiungere alcuni elementi di analisi che potrebbero tornare utili in seguito, facendolo con la sintesi obbligata dalla comunicazione giornalistica, che penalizza inevitabilmente lo sviluppo di una problematica così articolata.

Il mercato del lavoro, si sa, in Italia è molto complesso e lo è particolarmente al Sud e di conseguenza nel nostro territorio. La ragione sta nel fatto che fino più o meno agli anni ’70 la divisione era tra disoccupati e occupati in senso lato, non perché non vi fossero figure intermedie, ma per la scarsa incidenza di queste ultime sul fenomeno complessivo. Oggi si può parlare di un mercato del lavoro, anche nelle nostre città e in modo evidente, ripartito in quattro figure: disoccupazione vera e propria, lavoro sommerso, lavoro precario e occupazione stabile. La cosa si complessifica ulteriormente se pensiamo alle distinzioni interne, per esempio, al lavoro cosiddetto precario, nel quale si va dagli impieghi occasionali, a quelli interinali, fino ai contratti a tempo determinato ed altro ancora.

In uno scenario del genere ogni intervento pubblico può ottenere risultati molto diversi. Questo è vero soprattutto per quelle incentivazioni che agiscono direttamente sul costo del lavoro, come nel caso in questione, attraverso sgravi fiscali e contributivi a vantaggio delle imprese.
Per fare qualche esempio, il passaggio da un contratto a tempo determinato ad un altro a tempo indeterminato, pur rappresentando un miglioramento notevole per un lavoratore e auspicabile per un numero sempre maggiore di lavoratori dipendenti, non può essere definito un “nuovo posto di lavoro”, ma soltanto la stabilizzazione di un posto già esistente. La portata di una evoluzione di questo tipo appare ancora più limitata se tale passaggio è indotto da un “pompaggio” (mi si consenta il termine) di consistenti contributi pubblici. Analoga considerazione si può fare per il passaggio da lavoro nero a lavoro “legalizzato” (più o meno stabile, a tempo determinato o indeterminato). In questo caso si può parlare di un fenomeno di emersione di lavoro sommerso, ma solo parzialmente e con una certa forzatura di un nuovo posto di lavoro. Ancora, il passaggio dallo stato di disoccupazione ad un lavoro sommerso solo con una certa fantasia può essere visto come un nuovo posto di lavoro, trattandosi in realtà di una tendenza tutta interna ad un economia povera con forti elementi di precarietà e di sfruttamento. In conclusione, soltanto il passaggio dallo stato di disoccupazione ad un contratto a tempo determinato o, meglio, indeterminato, può essere considerato un nuovo posto di lavoro.
Ebbene, le dinamiche che ho cercato di esprimere con brutale brevità sono tutte potenzialmente possibili nel nostro territorio a seguito della vicenda ZFU, per cui sarà molto importante capire, necessariamente dopo, le ricadute che l’intervento pubblico legato alle ZFU potranno avere sul sistema socio-economico locale.

Ma vi è di più. Ci sono tre elementi che sono stati, a mio giudizio, sottovalutati o totalmente trascurati fino a questo momento.
Il primo è la risposta che daranno le imprese potenziali beneficiarie, che è preliminare rispetto alle conseguenze sui posti di lavoro. Il numero delle domande di accesso al contributo che arriveranno, la loro consistenza e la loro provenienza è un dato che andrà valutato con molta attenzione. Infatti la prima cosa che viene in mente è il beneficio economico derivante dall’intervento per la singola impresa, ma credo che sarà fondamentale capire se c’è un interesse vero da parte del sistema delle imprese complessivamente inteso, non solo dichiarato nei convegni, ma concretizzato nella volontà di attivare una procedura, non più potenziale ma effettivo, e dove, per tipologia produttiva, dimensione e localizzazione, l’interesse è maggiore. Poche o molte istanze, e la loro concretezza e validità non sono fattori di poco conto. Soltanto in conseguenza di ciò, e si tratta del primo obiettivo del programma di incentivazione, si potrà capire quanti e quali lavori verranno creati piuttosto che stabilizzati o altro ancora. Trattandosi di un intervento nuovo per concezione e attuazione, tale da poter essere definito sperimentale, quanto detto risulterà decisivo per valutare gli effetti della spesa che, lo ricordo, è pur sempre spesa pubblica e quindi a carico dei contribuenti.

Il secondo elemento è l’apporto positivo che potrà avere sulle imprese stesse. Questo aspetto viene per lo più non preso in considerazione, ma è ormai di tutta evidenza che anche per le imprese (in particolare micro, piccole e medie del nostro territorio) si può adottare paradossalmente uno schema simile a quello utilizzato per il mercato del lavoro. Si va infatti da quelle con una presenza stabile (piccola o grande che sia) sul mercato a quelle precarizzate dall’arrivo o meno di commesse, a quelle con seri problemi di sopravvivenza, fino a quelle con tutte o parte delle attività in fase di immersione, quando non già sommerse. Anche in questo caso sarà importante capire se le ZFU porteranno degli effetti benefici e quali, innanzitutto per il rafforzamento delle imprese, nella semplice constatazione che il passaggio dal contributo ai posti di lavoro non è automatico, ma dei buoni risultati per l’occupazione si possono avere soltanto se prima si otterranno delle ricadute positive sul sistema delle imprese, che rappresenta l’anello intermedio e più importante della catena.

Un terzo elemento è la variabile tempo. Bisognerà capire se i benefici sull’occupazione si consolideranno e diventeranno stabili anche oltre il periodo previsto per gli sgravi o se saranno limitati a tale periodo. La differenza è fondamentale, perché è la stessa differenza che passa tra una spesa pubblica che produce effetti strutturali ed una che si limita a “drogare” il sistema, con l’effetto indiretto negativo, per continuare sull’esempio, di provocare fenomeni di assuefazione, nei quali le imprese degne di questo nome non dovrebbero mai incorrere. A ben vedere, si tratta anche della stessa differenza tra una politica lungimirante ed un intervento “spot” buono per la campagna elettorale.
Concludo questa analisi (inevitabilmente e largamente insufficiente) evitando di lanciare numeri e annunci e invitando tutti ad aspettare e analizzare con attenzione gli esiti ai quali ho fatto riferimento. L’idea alla base dell’intervento è sostanzialmente buona e le risorse disponibili non sono neanche trascurabili, tuttavia un sano realismo (che non è pessimismo) suggerisce di non creare aspettative miracolistiche e intanto lavorare, ciascuno per il suo, per il successo dell’iniziativa, augurandoci che i risultati possano essere perfino migliori delle previsioni annunciate, perché no?

 

 

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