In “Wonder” è troppo consolatorio il miracolo di Chbosky e Jacob Tremblay

barlettanews- Wonder film in uscita

Wonder ha come protagonista August Pullman (Jacob Tremblay), un bambino affetto dalla Sindrome di Treacher Collins. Le deformazioni del suo volto e del suo cranio hanno sinora spinto i genitori ad isolarlo dagli altri, in un gesto di protezione dal giudizio altrui. Decisi ad iscriverlo all’ultimo anno di elementare, il primo finalmente in una scuola pubblica, Nate e Isabelle, interpretati rispettivamente da Owen Wilson e Julia Roberts, temono che le reazioni degli altri bambini o di un ambiente nuovo come quello scolastico possano ferire e traumatizzare il piccolo “Auggie”. Ma sarà proprio il bambino, con il suo coraggio, a mostrare come in tutti possa esserci del buono.

Nella traiettoria coperta da una parabola culturale, il feel-good movie, espressione in voga e abusata forse troppo spesso negli ultimi anni di cinema, ha sempre investito il soggetto cinematografico alla radice. Il “salto” emotivo e quel detachment dal dramma cui siamo abituati, e tra i cui esponenti rientra, per non correre troppo indietro nel tempo, Quasi amici, si deve a una configurazione che muove dall’handicap – nell’accezione più generica del termine, inclusiva della conflittualità tra il diverso e un microcosmo omogeneo – per segnalare la maturazione del personaggio.

Questa iterazione è, per sua natura, occlusiva: sceglie di mostrare solo il necessario, relegando allo spettatore il piacevole compito di cooperare con la sceneggiatura per asportare il rischio di una svolta inattesa. La cinepresa cinge il personaggio per proteggerlo dalla minaccia di uno sguardo “altro”, fino ad operare una cesura con il particolarismo prospettico di chi fa parte del disegno come oggetto inquadrato, e mai come fonte di un punto di vista dinamico. A guadagnarne, al termine della fiera, sono empatia, commozione, e quella sensazione di intima familiarità con la disabilità.

Stephen Chbosky ha creduto di trovare, nel romanzo dell’autrice R. J. Palacio, un riferimento a quella letteratura non fagocitata dal personaggio, propria di chi in una storia vuole narrare di un’età o di una categoria di individui, non dimenticando l’esistenzialismo e l’interiorità di un perno della fabula. È il caso di Noi siamo infinito, scritto, e poi diretto come regista, dallo stesso Chbosky. Ma il terribile errore alla base di Wonder è la pretesa di verosimiglianza descrittiva sottesa non al genere, ma al cinema in quanto mezzo. Il mondo relazionale che in Wonder si trasfigura per empatizzare con il piccolo August pecca di realismo, perdendo la sua natura di dispositivo e corollario del protagonista. In questo ordine di idee, pur conservando il ruolo di polo attrattivo della vicenda, nella figura di Auggie la sceneggiatura di Steve Conrad tradisce l’idea di generare un ritratto del protagonista partendo da una moltitudine di diverse visuali; esattamente come avveniva nel libro, lasciando che l’esperienza si determini attraverso gli effetti che la presenza di Auggie ha sulla vita di chi incrocia il suo cammino.

Jacob Tremblay, paradossalmente, sovverte con la sua presenza nel cast il senso più intimo del film: in Wonder il suo August è star, prima che condizione penalizzante o figura salvifica per il proprio ambiente di riferimento (al lettore o allo spettatore l’arduo compito di scegliere in quale tra le due categorie inserirlo). È inoltre audience service al punto da privare il personaggio delle proprie sicurezze con il solo scopo di rendere comoda la visione per il pubblico medio, lasciando che August accetti il proprio aspetto fisico finanche dopo lo spettatore, rassicurandolo. Alle preponderanti ragioni sistemiche, più che al dramma di chi vive una condizione simile, si rivolgono le figure genitoriali di Owen Wilson e Julia Roberts, troppo plastificati e glitterati, oltre che privi della giusta tridimensionalità per raccontare una condizione che, per una famiglia americana media, significa anche gravi difficoltà di natura economica.

La costruzione del lungometraggio così articolato, nell’intera prima parte, si caratterizza come una lunga soggettiva privata del soggetto, decodificato nelle interazioni di chi gli sta accanto e nel simbolismo del casco da astronauta, per poi risolversi nella metamorfosi imposta dall’Amore. In definitiva, Wonder fa di Auggie un socionauta, uno di quei fascinosi ed eroici abitanti del mito di un’umanità lontana, una chimera che prova a sovvertire l’ordine conosciuto delle cose. Il suo attributo magico? L’inesistenza, proprio come il termine poc’anzi in corsivo.

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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