Violenza sessuale su minori in aumento: come proteggerli e tutelarli

violenza

Piccoli corpi violati, spesso proprio da chi dovrebbe proteggerli. Perché se è vero che siamo abituati a sentirci al sicuro tra le mura domestiche è altrettanto vero che la cronaca quotidianamente annienta le nostre certezze: sono proprio le mura di casa il luogo più pericoloso. Più di due bambini ogni giorno, in Italia, sono vittime di violenza sessuale e nell’83% dei casi queste sono bambine, mentre il responsabile è frequentemente un soggetto di sesso maschile (88%) e persona conosciuta dalla vittima (80%). Questi dati sono emersi dal Dossier dell’Osservatorio Indifesa di Terre des Hommes nonché dalle statistiche di Telefono Azzurro.

Chi sono gli autori delle violenze?

Spesso è il padre, come l’uomo di Maglie definito “padre orco”, finalmente sotto processo, per episodi che lo hanno visto molestare la figlia, e in seguito il figlio, dal 2008 fino agli inizi di quest’anno.

Alle volte sono vicini di casa o sconosciuti.

Nel mese di maggio, a Reggio Emilia, un pensionato di 67 anni ha avvicinato una bambina di soli quattro anni, che giocava nel giardino di casa, consumando l’ennesimo episodio di violenza sessuale aggravata. Viene così da chiedersi se poi non sia così sbagliato essere genitori apprensivi. È evidente purtroppo quanto sia rischioso lasciare un bambino/a fuori dal nostro raggio di protezione.

Così come viene da chiedersi quanto si possa star tranquilli sapendo il nostro figlio/a con il parroco di fiducia, quello da sempre amico di famiglia.

A preoccupare è infatti l’ennesimo caso di violenza sessuale consumata da un sacerdote, questa volta di Rufignano a Sommaia. Interrogato, ha parlato di una relazione affettiva con la bambina di dieci anni che con lui è stata scoperta qualche giorno fa appartata in una vettura. Un uomo di Chiesa che, a giustificazione dell’accaduto, ha semplicemente affermato: “Non ci sono mai stati rapporti completi e comunque era lei a prendere l’iniziativa”.

Una storia triste, come tante altre, che oggi induce a temere che ci siano altri minori abusati dallo stesso, impauriti per parlarne o incapaci di ravvisare l’aggressione per la tenera età. Oggi agli arresti domiciliari, perché il Gip non ha ritenuto di applicare la custodia cautelare in carcere, tante sono le domande che viene naturale porsi: quanti bambini avranno sofferto e staranno soffrendo per causa sua? Come ha potuto ascoltare le altrui confessioni rimettendo i peccati nel nome di Gesù?

Alle parole dell’arcivescovo Giuseppe Betori che ha dichiarato “Alla diocesi di Firenze non erano mai arrivate segnalazioni che potessero lasciar intuire condotte deplorevoli né tanto meno comportamenti penalmente rilevanti, altrimenti la Diocesi avrebbe immediatamente agito” vogliamo credere con la speranza che non si attui un semplice spostamento da una diocesi ad un’altra – lasciando immutato il carnefice a danno di altre vittime- perché l’obiettivo non deve essere coprire il caso ma proteggere potenziali vittime.

Non sarebbe la prima volta che l’immagine della Chiesa viene tutelata ai danni delle vittime: si pensi a don Mauro Galli che, a seguito dei denunciati abusi sessuali a danno di un minore, fu semplicemente trasferito da Rozzano a Legnano e incredibilmente incaricato di guidare la Pastorale giovanile! Recentemente per lui ha avuto avvio il processo.

Abusi sessuali anche da parte dei più piccoli

Se solitamente gli autori delle violenze sono adulti, secondo i dati di Telefono Azzurro è in crescita il numero di bambini/adolescenti autori di violenze sessuali. Ci troviamo così di fronte ad episodi quali quello verificatosi ad Arezzo alcuni anni fa che ha visto abusato nei bagni di una scuola elementare un bambino di soli cinque anni da un compagno di classe di sei. Trattasi di situazione più grande di questi piccoli bambini che deve inevitabilmente indurci a riflettere su quella che è diventata la società in cui un bambino in così tenera età diviene capace di costringere un altro a compiere atti sessuali, minacciandolo e picchiandolo, fino a ritrovarsi sdraiati assieme sul pavimento senza pantaloni.

Abusi sessuali on line

Se è vero che la maggior parte degli abusi avviene offline, dal web giunge una nuova minaccia. Spesso i carnefici, celati dietro l’anonimato o una falsa identità danno vita al sexting, che consiste nel forzare qualcuno tramite chat ed e-mail ad inviare video o immagini sessualmente esplicite. A volte si invitano i bambini a comparire nudi, tramite webcam, per poi registrare il contenuto a scopo ricattatorio.

Si compie così l’adescamento on line. La Internet Watch Foundation, fondazione che vigila sull’abuso dei minori on line, ha recentemente raccolto oltre duemila filmati e foto di abusi sessuali on line a danno di bambini che vengono costretti a compiere atti dalle camerette di casa. Nel 98% dei casi si tratta di bambini sotto i tredici anni e di buona famiglia.

Il tutto in cambio di like che sembra siano diventati vitali per i “bambini moderni” oramai disabituati ai giochi di un tempo.

Per tale ragione la Fondazione invita le famiglie a controllare i dispositivi dei propri figli bloccandone anche alcune funzioni per una maggiore sicurezza. E mentre le famiglie sono invitate a vigilare, la fondazione compie un lavoro importantissimo individuando e rimuovendo immagini pedopornografiche e video nella consapevolezza che ogni volta che un’immagine o un video di abusi sessuali su minori viene visionato, la vittima subisce l’ennesima violenza.

Quali sono le pene previste per la violenza sessuale?

Il codice penale all’art. 609 bis prevede la reclusione da cinque a dieci anni e il successivo articolo 609 ter (circostanze aggravanti) menziona, tra le altre, la pena da sei a dodici anni se la violenza sessuale si consuma nei confronti di chi non ha compiuto i quattordici anni e da sette a quattordici se la vittima è minore di dieci anni.

Trattasi di pene forse troppo basse che andrebbero riconsiderate a fronte del dolore con il quale le vittime sono condannante a vivere per l’intera esistenza e questo nella migliore delle ipotesi perché spesso l’epilogo della loro sofferenza è il suicidio come nel caso della ragazzina di quindici anni che nel 2008 in un giorno di festa (Epifania) ha deciso di farla finita impiccandosi ad un albero vicino casa sua, incapace di convivere con il suo dolore.

È notizia di questi giorni che il responsabile di quella violenza, dopo aver scontato undici anni in carcere, sia stato ucciso forse da chi ha ritenuto che quella condanna non fosse adeguata al male inflitto. Certamente le Istituzioni sono invitate a riflettere onde evitare che le vittime e i loro cari siano indotti a farsi giustizia da sé.

Come proteggere i minori?

Possiamo sollecitare le Istituzioni, possiamo sperare, perché no, in un mondo migliore, ma nel frattempo, da adulti, nei diversi ruoli che rivestiamo, dobbiamo proteggere, vigilare. Il nostro impegno (da genitori, insegnanti etc.) non può prescindere dal dialogo e deve partire da un attento ascolto del minore onde cogliere segnali precoci di sofferenze in famiglia, a scuola, nelle comunità religiose. Occorre spiegare loro i rischi ai quali la società li espone, compresi quelli on line e soprattutto, è doveroso far capire loro che non si deve avere paura di denunciare. Alle volte diventa difficile parlarne con chi si conosce e per questo esiste un servizio promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità e gestito dal Telefono Azzurro: il 114.

Il 114 è un numero di emergenza al quale rivolgersi tutte le volte che un bambino o un adolescente è in pericolo.

È contattabile oltre che da bambini o adolescenti in situazioni di pericolo anche da privati cittadini che vogliano segnalare un caso di presunta emergenza.

È attivo in tutta Italia 24 ore su 24 ogni giorno dell’anno ed è raggiungibile da telefonia fissa e mobile nonché attraverso la chat sul sito www.114.it.

Alla luce di quanto esposto, laddove dovesse sembrarci eccessivo il nostro senso di protezione, ricordiamo che quando a scendere in campo è il benessere psico-fisico dei più piccoli… fidarsi è bene, non fidarsi è meglio!

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Maria Teresa Caputo
Maria Teresa Caputo è nata a Barletta nel 1977. Dopo il diploma di ragioneria conseguito nel 1996, si è laureata in giurisprudenza nel 2003 presso l’Università degli Studi di Bari con votazione 110/110. Nel 2006 ha superato l’esame di avvocato presso la Corte di Appello di Bari, conseguendo l’idoneità. Durante l’esercizio della professione legale si è dedicata in particolare al diritto civile, partecipando a numerosi seminari.

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