Ricorre il 63° anniversario dei tragici fatti in via Manfredi passati alle cronache come l’assalto della folla a chi distribuiva i pacchi viveri in quel gelido inverno del 1956, con la morte di tre disoccupati. Eventi ricordati nel 2016, sessant’anni dopo, dal segretario nazionale della Cgil Susanna Camusso con l’omaggio alla lapide. Ecco la riflessione del giornalista Nino Vinella.

“Oggi come sessantatre anni fa. Barletta, via Manfredi, 14 marzo 1956: morire per pane e lavoro in quell’inverno maledetto. Tre disoccupati, due braccianti ed un operaio, uccisi nella carica di polizia in tenuta antisommossa. La città sconvolta dai disordini raccontati sulle prime pagine della stampa nazionale. Le aspre tensioni fra governo democristiano e opposizioni di sinistra in Parlamento. Ecco un altro momento forte per interrogarsi sugli Anni Cinquanta a Barletta, spesso dati per letti e conosciuti ma altrettanto spesso rimossi in una città allora stretta tra fame e povertà ma attraversata da fermenti e disagi profondi molto prima del boom economico all’italiana. Ed ecco ben tre date di allora in un clima di lutto cittadino, pesantissimo bilancio pagato alla storia contemporanea di quegli anni: 8 dicembre 1952, 14 marzo 1956, 16 settembre 1959. Il crollo di via Magenta, 17 morti. I disordini per pane e lavoro, i tre disoccupati uccisi dalla polizia. L’altro crollo, quello assai più sanguinoso, di via Canosa, con il bilancio di 58 morti e 12 feriti gravi, sessant’anni fa.

Ci abbiamo impiegato molto a ricercare nel ricordo degli altri. A capire quel nostro passato così tanto prossimo ma anche così tanto taciuto, per vivere il nostro comune presente. Ed infine a far testimoniare quanto più possibile la verità come ci tocca oggi. Ma proprio oggi un’immersione ancora più nel profondo di quel decennio terribile è ormai necessaria per tutta Barletta. Per chi c’era ed ha vissuto. Ma soprattutto per chi è venuto dopo, e si ritrova figlio o figliastro, e comunque erede, di quel tempo. Nel bene come nel male. Nella verità e nell’ipocrisia. Nella giustizia e nelle tante ingiustizie.

Anni Cinquanta del Novecento. Gli avvenimenti, il racconto di una storia abbastanza fresca nella memoria di chi ancora vive e può ricordare quei fatti, il senso della prospettiva da indagare e da trasferire ai più giovani: ecco il bisogno, diffuso ed avvertito, nel dovere e nel volere affrontare il nostro Novecento parte seconda come “luogo” temporale di una memoria sempre più condivisa, e dunque sempre più da comunicare nell’opinione pubblica, nella scuola, perfino nel ritorno alla politica come rispettoso servizio al bene comune. Nell’ultimo consiglio comunale è stato votato il punto all’ordine del giorno sulla definizione della proprietà dell’immobile ex Caserma Stennio, dove si svolsero quei fatti di via Manfredi: atto propedeutico alla destinazione finale come sede dell’Archivio di Stato. Ma un emendamento presentato sul ricordo di quanti trovarono accoglienza dopo essere fuggiti dall’Istria e dal dramma delle foibe ha innescato nel dibattito d’aula contrapposizioni di stampo ideologico, tali da confondere le idee sul concetto unitario di Storia.  

Esempi ci sono. Procede il “cantiere-laboratorio-officina” (ormai) permanente sui fatti del settembre 1943 come Archivio della resistenza e della memoria. Altrettanto dicasi per il 1915, nel corrente centenario della Grande Guerra. Con le tante medaglie eredità delle due guerre mondiali per i morti in divisa. E come pure quelle altre medaglie al gonfalone civico per i sacrifici della popolazione coinvolta in quegli stessi sanguinosi episodi dopo l’armistizio e fino all’arrivo degli Alleati.

Sui fatti del marzo 1956, ci ha provato a rompere il silenzio nel 2007 lo Spi-Cgil, il sindacato pensionati fra documenti e testimonianze, tuttora d’esempio a chi voglia proseguire nel doveroso cammino della riscoperta e della nuova conoscenza. A quasi mezzo secolo: in via Manfredi scoppiarono disordini che le forze dell’ordine riuscirono a sedare nel sangue, tanto da spezzare la vita di due braccianti, Giuseppe Dicorato e Giuseppe Spadaro, e dell’operaio Giuseppe Lojodice, che morirono protestando in piazza. Gente del popolo che divenne protagonista di storie spesso difficili e scomode per la classe dirigente del tempo. Uomini e donne che, nelle cronache nazionali di quell’epoca fra stampa d’informazione e stampa di partito, travolti e dispersi dalle cariche della polizia contro le folle di gente affamata dall’inverno, erano il segno, il simbolo dei tempi bui attraversati dall’Italia al confine della cortina di ferro. Il bianco ed il gelo di quella nevicata del ‘56 (magnifica Mia Martini) corrispondono come negativi fotografici ad una data “nera” per Barletta sul suo calendario della storia più recente: storia che sconfina ancora oggi nell’attualità della cronaca, e che dunque si colloca, non tanto fatalmente, come una sorta di spartiacque sociale fra le date di due crolli frutto della speculazione e della malaedilizia. Interrogarsi e riflettere tutti sugli Anni Cinquanta a Barletta: si può. E si deve continuare a fare.

 

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