A Venezia trionfa il fantasy dell’emozione, ma non chiamatelo “politicizzato”

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Una sorpresa quasi inaspettata, il trionfo di Guillermo Del Toro a Venezia nella 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con il suo The Shape of Water. Il messicano ha ritirato il premio in un visibile e naturale stato d’emozione, omaggiando il cinema messicano e incoraggiando i cineasti emergenti a raccontare la settima arte attraverso il fantasy. Ma attenzione al rischio di politicizzare il tutto, anche là dove non ve ne sia un diretto bisogno. Perché, diciamocelo, la politica al cinema è un po’ come il cacio sulle escargots, un abbinamento che farebbe storcere il naso anche al meno inflessibile degli chef o al più audace degli addetti ai lavori nella nove giorni di Venezia.

Quando Clooney gira Suburbicon lo fa con chiaro intento polemico, mantenendo saldo il timone dei riferimenti all’attualità e impressionando (nell’accezione fotografica del verbo) la classe media nel rigore scomposto dell’“inaspettato”, dello “straniero” nel senso più antropologico del termine. Sì, il cinema può essere politicizzato, ma non può veicolare un messaggio politico al di fuori della propaganda. Il rischio? Quello di cadere nell’errore di considerare Olympia di Leni Riefenstahl (documentario del 1938 sulle olimpiadi berlinesi) un esempio di grande cinema al di là dei suoi conclamati meriti tecnici. Quando il Clooney “liberale” rilascia, poco più di un anno fa, un’intervista al The Guardian parlando senza timori di sorta dei suoi giudizi sulla presidenza USA, tacciando Trump di xenofobia, razzismo e adesione ad ideologie fasciste, lo fa con piena consapevolezza del coinvolgimento della sua dimensione puramente artistica nell’eterno gioco delle parti.

Il giornalismo, specie italiano, che rifiuta di comprendere però come l’attore sia inserito, bontà sua, in un contesto sistemico dello spettacolo completamente differente da quello nostrano, in cui gli equilibri dell’opinione pubblica sono continuamente dirottati in un senso o nell’altro dall’aperto sostegno ai programmi repubblicani o democratici, ignora tali elementi per pressapochismo o “innocua” mala fede. D’altra parte, e qui veniamo al proposito di queste righe, il seduttore della grande carta stampata spesso gioca con il suggestionabile pensiero del lettore medio, abusando delle sue conoscenze e disegnando col gesso porte immaginarie sui muri.

Non ce ne vogliano Del Toro e il suo tristemente incantevole Il labirinto del fauno, qui citato senza ritegno, ma se persino un autore del calibro di Alexander Payne, regista del Downsizing interpretato da Matt Damon e in concorso a Venezia, si vede costretto a giustificare il tenore super partes di una fiaba “ecologica” come quella tratta dalla sceneggiatura scritta a quattro mani con Jim Taylor, vuol dire che qualcuno ha effettivamente passato il segno. E da quando parlare di ambientalismo, ecologismo e rinnovato umanesimo vuol dire necessariamente entrare in rotta di collisione con la dialettica sfrontata e prevaricante di uno dei più odiati presidenti che la storia americana recente ricordi?  

Il regista messicano di Hellboy e del tronfio e deludente Crimson Peak, si dirà, non si è tirato indietro dinanzi alla rappresentazione di un’America occlusa da un clima di dominante e fredda tensione, e ha parlato con limpidezza del suo cinema come di un “antidoto alla politica della paura, della divisione, della disumanizzazione dei rapporti”, con un film ambientato in quel 1962 che non può slegarsi dalla crisi missilistica di Cuba, dall’incertezza degli equilibri internazionali, dall’isolamento che genera “mostruosi” singolarismi. Ciò nonostante, pur avendo Del Toro reclamato con sana libertà intellettuale un messaggio di carattere volutamente politico, è chiaro come se ne serva proprio per decostruire il legame invisibile tra individuo e riconoscimento partitico o “di gruppo”: solo in quest’ordine di idee è giusto pensare alla preziosa diversità, inscenata nell’esile corpo di Sally Hawkins, come ad una novella Ofelia, un’ospite incantata del sogno e dell’immaginifico.

L’italia invece, ottimamente rappresentata a Venezia dal The Leisure seeker di Paolo Virzì, con gli eterni Helen Mirren e Donald Sutherland innamorati ma fiaccati dall’avanzare dell’età nella finzione scenica, resta a bocca asciutta pur colloquiando con il più nobile dei sentimenti. Stupisce al contrario, per i colori nostrani, Charlotte Rampling. La britannica, attrice principale del film Hannah dell’italianissimo Andrea Pallaoro, ha ritirato la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. Il suo sguardo, segnato dal tempo ma sempre fascinoso, ci trasporta in rimembranze di vecchio cinema, come con Il portiere di notte, indimenticabile dramma a tinte erotiche diretto da Liliana Cavani.

Di seguito la lista completa di riconoscimenti e vincitori:

Leone d’oro per il miglior film: The Shape of Water di Guillermo del Toro

Gran premio della giuria: Foxtrot di Samuel Maoz

Leone d’argento per la miglior regia: Xavier Legrand per Jusqu’à la gard

Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile: Charlotte Rampling per Hannah

Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile: Kamel El Basha per L’insulte

Miglior sceneggiatura: Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Premio Marcello Mastroianni (a un attore emergente): Charlie Plummer per Lean on Pete

Premio speciale della giuria: Sweet Country di Warwick Thornthon

Miglior film della sezione Orizzonti: Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli

Premio Leone del futuro per la miglior opera prima: Jusqu’à la garde di Xavier Legrand           

 

Selezione Orizzonti

Premio OrizzontiNico, 1988 di Susanna Nicchiarelli

Premio Orizzonti alla regia – Vahid Jalilvand per No Date, No Signature

Premio Speciale della GiuriaCaniba di Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel

Premio migliore sceneggiaturaLos versos del olvido di Alireza Khatami

Premio Orizzonti CortometraggioGros Chagrin di Céline Devaux

Premio alla migliore interpretazione maschile – Navid Mohammadzadeh per No Date, No Signature di Vahid Jalilvand

Premio alla migliore interpretazione femminile – Lyna Khoudri per Les Bienheureux di Sofia Djama

 

Venezia Classici

Miglior documentario sul cinemaThe Prince and the Dybbuk

Miglior film restauratoIdi i smorti

 

Premio VR Story

Arden’s Wake – Miglior Virtual Reality

Bloodless – Miglior storia

La camera insabbiata – Migliore esperienza VR

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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