“Unioni civili? Va sostenuta la famiglia”, altro incisivo documento della Curia

Il documento dell’Associazione Igino Giordani

La Regione Lombardia (12 Febbraio 2014) si dichiara contraria alla decisione presa dal Comune di Milano di eliminare i termini “madre” e “padre” dai moduli scolastici predisposti per iscrivere i propri figli alle scuole dell’infanzia comunali e di sostituirli con la dizione “primo genitore” e “secondo genitore”. Il testo approvato dalla Regione Lombardia recita: “Premettendo che la Costituzione riconosce i diritti della famiglia esclusivamente quale “società naturale fondata sul matrimonio” e che “tali provvedimenti normativi mettono profondamente a rischio l’esistenza ed il concetto stesso della famiglia, fondamento irrinunciabile della nostra società oltre a contraddire i principi cardine della legge naturale”, il documento “sottolinea la deriva psicologica a cui si condannano i bambini, ai quali si sottraggono in tal modo i riferimenti familiari, ovvero i ruoli di base che caratterizzano le singole fasi della crescita, relegandole ad un mero concetto numerico”.

Cosa sta succedendo nella nostra Italia? Perché questa “corsa” ad operare contro famiglia e vita tramite le leggi?

E nella nostra Barletta?

Nelle settimane scorse la I Commissione Consiliare ha redatto il documento per la istituzione nella nostra città del “Registro delle unioni civili”. Allo scopo di acquisire pareri, contributi… dei cittadini, l’Amministrazione ha fissato il primo pubblico dibattito alle ore 11 del mattino, di giorno feriale,  presso la Sala Rossa del Castello. La scelta dell’orario tuttavia, ci è sembrata non del tutto adeguata alle esigenze del cittadino il quale sarà stato, molto probabilmente,  impossibilitato a parteciparvi a causa dei concomitanti impegni lavorativi. Per il 30 c.m. è fissato il secondo appuntamento, stavolta nel pomeriggio.

La volontà di istituire il registro delle unioni civili, volta al riconoscimento di unioni di convivenza anagrafica, e giustificata con l’esigenza di garantire servizi a tutti i cittadini, rappresenta una forzatura giuridica disgregante dal punto di vista sociale, perché mina alla radice il carattere di stabilità che è proprio della famiglia e che è garanzia di crescita equilibrata per i figli. “Discriminare” significa trattare in maniera diversa realtà uguali; nel nostro caso: coppie sposate e coppie conviventi sono due cose diverse che debbono essere regolamentate in maniera diversa in funzione delle diverse responsabilità che si assumono.

Noi vorremmo approfondire il delicato ruolo educativo dell’Amministrazione Comunale: Ogni atto posto in essere da parte del Comune ha una funzione pedagogica, crea costume e mentalità. L’istituzione del Registro delle unioni civili rischia di istituzionalizzare la precarietà dei rapporti tra le persone; viceversa, promuovere, aiutare e sostenere la famiglia fa bene alla società. E’ necessario, quindi, un dialogo continuo ed approfondito con la cittadinanza.

La città, invece di essere il luogo in cui tutto si esaspera, può essere il luogo da cui cominciare   per rinnovare il nostro impegno di cittadini che credono nei valori fondamentali della democrazia, libertà, uguaglianza, rispetto per le persone e per i loro diritti. Questi valori universali – umani e cristiani al tempo stesso – sono per noi non confini che dividono, ma terreno di dialogo.

Un dialogo che si sviluppa sull’approfondimento e la promozione di valori umani condivisi,  sull’ascolto della coscienza, sul  rispetto profondo dell’uomo, della sua dignità, della sua identità, della sua cultura, dei suoi bisogni e di ciò in cui crede, potenziando i valori di ciascuno e  “affinando” la coscienza.

Dialogare da posizioni diverse è possibile se da entrambe le parti c’è:

  • la consapevolezza della propria identità;
  • il totale rispetto per l’altro e la sua cultura;
  • la reciprocità di chi sa di avere molto da dare e altrettanto da ricevere;
  • l’inesauribile pazienza ad ascoltare per capire e confrontarsi con le ragioni altrui, ritenute sempre e comunque un arricchimento;
  • la consapevolezza che le convinzioni dell’altro hanno la piena dignità quanto le nostre.

Allora: come aiutare la nostra città a dialogare? E che il dialogo sia rispettoso e costruttivo,  … pur nelle legittime e propulsive diversità? Come fare  perché non si creino fratture nella nostra città?

Ma andiamo per ordine. Cosa prevede il Registro? “Il Comune provvede (…)  a tutelare e sostenere le unioni civili, al fine di superare situazioni di discriminazione,  e favorirne  l’integrazione  nel contesto sociale, culturale ed economico del territorio …”. Per ”iscriversi” basterà che due maggiorenni (indipendentemente dal sesso) si presentino all’anagrafe e ritirino l’attestato dalle mani di un funzionario.  La coppia potrà così godere di una serie di diritti (elencati). E se l’intesa finisce? E’ sufficiente che  i due inviino richiesta di cancellazione dal registro via fax, email o raccomandata. E se l’intesa viene meno da parte di uno solo, il Comune si impegna a comunicare all’altro l’avvenuta cancellazione. Fin qui il testo.

Alcune perplessità raccolte in giro.

Può un registro dare dignità ad un rapporto?  Un foglio di carta (con valenza solo cittadina e amministrativa) aiuta la coppia ad essere riconosciuta dalla società? I diritti si fondano sui desideri? Vorrebbero alcuni diritti degli sposati senza assumersene i doveri? Perché promuovere un basso impegno e un basso profilo che non giovano a nessuno? Come può l’Amministrazione “superare situazioni di discriminazione”  se poi, nel momento dello scioglimento, non garantisce un’adeguata tutela al convivente più svantaggiato? Perché il Comune istituendo il Registro delle unioni civili darebbe riconoscimento ad unioni in cui i partner non assumono doveri giuridici reciproci? Perché si è tralasciato di scrivere che la rescissione fa perdere tutti i benefici eventualmente ottenuti dagli/dalle iscritti/e? Le risorse finanziarie saranno sottratte alle famiglie fondate sul matrimonio per essere riservate alle unioni civili? Quasi non valutando drammatiche le urgenze che travagliano il pianeta famiglia, l’Amministrazione aveva proprio bisogno di dare la precedenza e di impiegare tempo e risorse per occuparsi del registro delle unioni civili? Siamo sicuri che questo sia il momento opportuno e il modo giusto per affrontare un problema complesso che le istituzioni nazionali non hanno sinora affrontato? 

Un piccolo bilancio. A maggio 2013 meno di 50 coppie risultano iscritte ai registri delle unioni civili istituiti dal 2005 in sei municipi di Roma. E “la Repubblica.it” (1 giugno 2013) parla di “flop delle unioni civili: solo duemila in tutta Italia” (137 le città che le riconoscono). E aggiunge: “In alcuni casi il “sì” è un boomerang: a Napoli le ragazze madri perdono l’assegno”.

La prima coppia che ha firmato l’attestato nel Comune di Milano ha parlato di azione solo simbolica. Ma aspetti così rilevanti, che coinvolgono l’antropologia e l’ontologia stessa dell’essere umano, non si trattano in un consiglio comunale, ma nel dibattito culturale e in Parlamento, l’unico che può legiferare. E infatti a oggi sono 5 le proposte di legge presentate.

Quali, allora, i veri obiettivi futuri? Perché le “storture” già non mancano: il 29-8-2012 in Brasile è stata celebrata la prima unione civile a tre (!?); in Europa è stata l’Olanda ad “anticipare” tutti: il 22.05.2013 la prima unione civile a tre.

Probabilmente le coppie che convivono, invece, non hanno molta intenzione di chiedere un’ufficialità del loro rapporto: la precarietà e la possibilità di sganciarsi sono la loro caratteristica. Ma per il bene comune va sostenuta «la coppia che si assume responsabilità con il matrimonio, civile o religioso, di fronte alla società: è l’unica che può dare garanzie». 

Questa specie di dicotomia tra ciò che la famiglia in realtà è (prima cellula del corpo sociale) e la sua più abusata immagine virtuale (un luogo di intime e private relazioni) richiede una nuova riflessione, anche per capire quali sono le vere urgenze sociali. A volte sembra che, invece di politiche serie che aiutino chi si impegna a crescere dei figli, si perda tempo in discussioni da salotto televisivo, dove a volte si usa la famiglia per una contesa ideologica che con la famiglia c’entra poco.

Il dialogo esige onestà, chiarezza, disponibilità all’ascolto, confronto…si costruisce nel tempo, e certo non con forzature dell’Amministrazione. Ogni cittadino ha in mano un filo della propria città e può tessere con la sua competenza ed il suo lavoro un pezzo di cuore di Barletta.

Dialogo  con la cittadinanza.  E’ urgente favorire una riflessione e dialogo che coinvolga nei fatti l’intera città. Il riconoscimento civile che si chiede non può avvenire nelle sedi di partito, o nella sola Commissione Consiliare, o per un impegno assunto da pochi in campagna elettorale!  In una società in cui si tende soprattutto a chiedere all’altro l’appartenenza per collocarsi o vicino o contro, dove la liquidità delle relazioni fa sentire ciascuno solo e non appartenente ad una comunità, questi due fronti sono cruciali. Il dialogo può costituire allora la risposta, il metodo con cui ci poniamo nei confronti dell’altro e la città il luogo dove si esprime la propria appartenenza.

Dialogo nel Consiglio Comunale. Ogni consigliere comunale eletto non ha ricevuto una delega in bianco: dovrebbe confrontarsi con chi lo ha votato… per una maggiore stima reciproca e per aiutare tutti i cittadini a fare chiarezza sui termini, sulle parole. Vogliamo sollecitare i consiglieri comunali, chiamati ad esprimersi con il voto in un prossimo Consiglio Comunale, a votare tenendo conto soprattutto della propria coscienza (quella voce che parla al nostro cuore, appellandosi alla parte migliore di noi, sorretta dai più nobili ideali)  e della volontà degli elettori di cui sono espressione.

Dialogo dell’Amministrazione con la  famiglia naturale, riconosciuta dalla Costituzione, cioè di quella unione frutto di relazione tra un uomo e una donna, aperta alla vita e appartenente a tutte le culture e a tutta la storia fino ad oggi conosciuta.

La famiglia non è un santino da sacrestia legato a pratiche confessionali. È uno scrigno di valori integralmente umani la cui sacralità è pari alla totale laicità. Per la famiglia quindi, il pericolo non viene soltanto dal riconoscimento eventuale di diritti civili a persone che sono sempre figli suoi. Essa ha soprattutto bisogno che le forze politiche le offrano un habitat sociale favorevole, ove vivere e spargere i valori di comunione, solidarietà, reciprocità e spirito di servizio.

Proprio nelle difficoltà, nei limiti con cui spesso ci si scontra all’interno del nucleo familiare, si può sperimentare la forza che viene da gesti semplici e nascosti di amore, di perdono, di riconciliazione, che permettono di far maturare persone capaci di relazioni vere.

La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile di un uomo e una donna, esprime questa dimensione relazionale, filiale e comunitaria, ed è l’ambito dove l’uomo può nascere con dignità, crescere e svilupparsi in modo integrale. In questa sua funzione di istituzione intermedia tra l’individuo e la società, niente può supplirla totalmente.

Di qui l’urgenza che le famiglie non siano lasciate sole nella dispersione che si genera soprattutto nell’ambito urbano. Riconoscere e aiutare questa istituzione non è una scelta antiquata o da relegare nell’ambito privato, ma è uno dei più importanti servizi pubblici che si possono rendere oggi al bene comune e allo sviluppo autentico degli uomini e delle società, così come la migliore garanzia per assicurare dignità, uguaglianza e vera libertà di ogni persona.

Ed è’ importante dirlo, perché portiamo personalmente la responsabilità per gli altri.

Forse qualcuno di noi ha sentito, nelle discussioni televisive o sui giornali, raccontare storie di normale eroismo quotidiano famigliare? Ha sentito per caso dibattere di valori forti, di impegno sociale, di economia condivisa, di coraggio procreativo e formativo, di azioni solidali, di «coppie che si sporcano le mani coi problemi della gente»?

La famiglia che sogniamo e che stiamo provando a vivere non è un congelatore che conserva alcunché, ma è proprio l’opposto, è semplicemente un “fuoco che sempre brucia”, e così facendo produce calore, luce, energia, valori sempre rinnovati per tutta la società. Va sottolineata inoltre la valenza  economico-sociale della stessa quale “soggetto economico”, quale fornitrice, in qualche caso esclusiva, di “capitale sociale”, del “capitale umano”, della FIDUCIA  (bene che va sempre più scarseggiando) e dell’arte della gratuità. E’ anche un grande ammortizzatore sociale.

E per i credenti c’è un motivo in più: “Certa letteratura spicciativa cosparge di scherno la vita coniugale e fa del matrimonio un oggetto di derisione. E invece la famiglia è una società sacra. Il suo valore è da gente dell’uno e dell’altro sesso sciupato talora perché se ne ignora la bellezza. Nessuno mostra a tanti giovani innamorati la nobiltà, e insieme la responsabilità, di quel sodalizio, che la Chiesa salda con sacramento, facendone una fonte di trasmissione del divino nel convivere umano”. Sull’amore dei coniugi purificato dagli egoismi fiorisce una comunità in cui gli adolescenti maturano la loro educazione alla libertà ed alla responsabilità. Le giovani generazioni, formatesi in tal modo senza carenze affettive, corrono con coscienza robusta la loro avventura della vita”. (Igino Giordani: “Famiglia comunità d’amore”,  Città Nuova, X ed. aprile 1994).

Questo è ciò che la famiglia può offrire alla nostra città, a tutte le città.

Possibile che la nostra Amministrazione sembra non accorgersene? Una Amministrazione che non sa cogliere anche queste virtù, questi eroismi… che non sa proteggere, incoraggiare e sostenere “la” famiglia.. non svolge pienamente la sua azione pedagogica, si dimostra cieca, sorda… rende più povera tutta la città.

Ben venga l’istituzione  della Consulta Comunale delle Associazioni Familiari e la conseguente sottoscrizione di un protocollo di intesa che riconosca alla famiglia la natura di risorsa sociale e impegni l’Amministrazione a programmare tutta la sua azione  sul metro della famiglia.

Pur rispettosi di scelte diverse che potrebbero fare anche i nostri figli, ed ai quali continueremmo a volere ancora più bene, non si può tacere. E’ un nostro dovere proporre loro “il modello più alto e profondo di una unione a due”. A noi, famiglie, testimoniarlo con la nostra vita.

 

Angelo Torre

Associazione Igino Giordani

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