L’episodio avvenuto una settimana fa a Monza, quella  sull’operaio licenziato dal robot, apre un mondo di riflessioni che val la pena affrontare. E allora, che cosa è successo?

Un operaio di 61 anni, extracomunitario, è stato licenziato dalla sua azienda dopo 31 anni di lavoro ininterrotto ed encomiabile. La colpa dell’operaio è solo quella di svolgere un lavoro che il robot, recentemente acquistato dalla sua azienda, riesce a compiere senza l’aiuto umano. A ciò va aggiunto il fatto che alcuni anni fa, lo stesso operaio ha perso una mano a causa di un incidente sul lavoro avvenuto nella medesima azienda. Come se non bastasse, l’atto di licenziamento è avvenuto con una semplice lettera di poche righe, nella quale si comunicava al povero (ormai) disoccupato l’avvenuta sostituzione con il robot.

La vicenda appare scioccante per una serie di motivi,e non solo per il fatto che la tecnologia introduca nuove metodiche di lavoro che soppiantano quello umano: questa prerogativa, a torto o a ragione, è una costante che appartiene a tutta la società post rivoluzione industriale. Quello che preoccupa, invece, sono altri aspetti: il primo è relativo alla mancanza di dignità che viene riconosciuta al malcapitato: non una chiacchierata dal suo superiore, non un tentativo di trasferimento ad altre mansioni, ma un “ben servito” scritto su poche righe. A nulla valgono le mensilità che l’operaio dovrà ricevere a causa del licenziamento.

L’altro aspetto riprovevole è legato al fatto che l’operaio ha subìto una menomazione importante, si potrebbe azzardare che l’uomo abbia sacrificato una mano alla sua azienda. Non meritava forse un gesto di particolare attenzione?

Infine, la questione dell’età. Un operaio di quasi 62 anni, che per tutta la sua vita lavorativa ha svolto la stessa mansione, ed ora, per giunta, senza una mano, dove e come potrà trovare un lavoro?

Tutte queste riflessioni confermano quanto oggi il mondo del lavoro sta vivendo: lavoro nero sottopagato, a rischio infortunio… E che dire dei lavoratori a partite IVA di fatto dipendenti? Che dire dei pony express che per 2 euro a consegna rischiano la vita per portare nelle nostre case una pizza? Tutti questi sono i segni di un lavoro che sta perdendo, giorno dopo giorno, la propria dignità.

Ma è sicuramente l’aspetto della robotizzazione che preoccupa la società post-industriale: già l’economista John Maynard Keynes, negli anni Trenta, aveva immaginato una situazione che avrebbe portato a quella che lui identificava come la “disoccupazione tecnologica”, cioè indotta dalla tecnologia che sostituisce gli operai con i robot. Oggi ne vediamo i frutti in maniera evidente. Le statistiche però non sono univoche, oscillando tra il 10 % ed il 40 % nella valutazione quantitativa di posti di lavoro, che si perderanno nei prossimi 50 anni a causa dei nuovi strumenti produttivi. Tale disoccupazione indotta riguarda, naturalmente, tutti quei settori e occupazioni poco specialistici, quindi più facilmente replicabili dalle macchine.

Diverso è il caso degli operai che sono addetti a mansioni ultra-specialistiche o in possesso di buone competenze tecnologico-digitali che, per rimanere sul mercato del lavoro, dovranno spesso abituarsi a cambiare ruolo, sempre più settorialmente qualificato.

È anche vero che, pur perdendosi posti di lavoro tradizionali, ci sarà necessità di altre figure lavorative, come il designer engineer, il cyber security specialist, il business intelligent analyst, il data scientist e data specialist, l’esperto di privacy, il digital architet, il vertical farmer e chissà quali altri. 

Non sfugge, peraltro, la considerazione che, quanto detto sopra, non toccherà alcuni settori, come oreficeria e ristorazione, che richiedono manodopera altamente qualificata e non sostituibile e grazie ai quali la nostra economia rende.

Infine, va ben chiarito che tutto ciò di cui abbiamo parlato e che si realizzerà in futuro, soprattutto in occidente, non potrà non essere regolamentato da una serie di leggi e provvedimenti che, proprio riferendosi al caso di Monza, ne evitino queste conseguenze spiacevoli; al centro di tutti i processi lavorativi c’è e ci si deve mettere sempre l’uomo, il lavoratore con la propria dignità di persona. Ogni lavoratore, in qualunque settore, è prima di tutto un uomo, ed è il vero cuore di ogni attività lavorativa ed imprenditoriale.

Per realizzare quanto scritto nella nostra Carta Costituzionale che recita “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” e per riconoscersi nelle parole che papa Francesco ha pronunciato il 27 maggio a Genova, davanti a 3.500 lavoratori dell’Ilva: “L’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti”.

A cura di Nicoletta Paolillo

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