Trittico cinematografico sulla sacralità religiosa

Tre film  interpretati  per i lettori  dal critico cinematografico di Barletta News

La materializzazione di qualsivoglia forma di sacralità religiosa in guisa artistica è da sempre argomento dibattuto. Lo è ancora di più in ambito cinematografico, proprio per la capacità del mezzo di dar luce senza filtri al pensiero e allo sguardo delle più svariate personalità. Abbiamo scelto di soffermarci su tre titoli in particolare, certamente non nuovi agli appassionati del genere. Trattasi de “Il re dei re” (“King of Kings”, 1961) diretto da Nicholas Ray (“Gioventù bruciata”), “l’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese e “La passione di Cristo” di Mel Gibson. Intrinsecamente distanti e interpreti di concezioni, approcci, e visioni storiche, distanti, di tendenze registiche e produttive lontane, perché figlie di epoche difformi e di per sé contraddittorie.

“Il re dei re” fu film di massa. La scelta d’adottare un registro narrativo prettamente storico-politico, è figlia illegittima di un modo di fare cinema o , meglio , di produrre cinema. Il “Kolossal” prima ancora di essere opera fisica, è sempre il risultato di una precisa strategia di marketing cinematografico. Alla volgarizzazione, alla spettacolarità ricercata, tipica del cinema americano della metà del secolo scorso, si deve la nascita paradossale “sui generis” del tema biblico ,al punto che “atipico” diviene aggettivo inusuale, inadatto, perché incapace di abbracciare in sé la progressiva normalizzazione delle scelte estetiche e concettuali nella raffigurazione del soggetto messianico. In un tripudico trionfo del piacere, passatemi il termine, visivamente “godereccio”, appare chiaro come spirito e mistero siano lontani parenti di queste produzioni (ed il riferimento più diretto va senz’altro, a quel “The ten commandments” del 1956, patriarca indimenticato e ingombrante).

Si comprende dunque quanto sia difficile parlare di politica in relazione alla vita del nazareno, se non lo si faccia conservando un occhio “universalistico” (anche se pare assurdo parlare di universalismo in un ambito chiuso come il kolossal biblico americano). L’impresa riuscì proprio a quel Nicholas Ray, già regista di “Gioventù bruciata”. Un film capace di essere Kolossal non solo per la mole di comparse scritturate ma per l’impatto avuto quale film riflesso di un movimento sociale, nella costruzione della figura del Cristo quale carismatico leader popolare, comunicatore di idee che parla al cuore delle masse.

“L’ultima tentazione di Cristo”, diretto da Martin Scorsese nel 1988, con un mirabile Willem Dafoe nei panni del protagonista, è senz’altro un unicum nel panorama cinematografico mondiale. La figura fragile, tormentata dai dubbi, e per questo umana, del figlio di Dio si è macchiata del peccato di aver restituito vesti terrene al Messia. Dafoe è perciò un uomo più che un Dio, al punto da dubitare in punto di morte se le proprie gesta in terra fossero o meno frutto di un disegno superiore. Il dubbio che rinuncia e repressione di istinti, di natura persino sessuale ( condensati nella figura di Maddalena ) non potessero in realtà redimere le colpe degli uomini.

“La passione di Cristo” di Gibson si colloca su di un binario distante ma non meno provocatorio. Se nel lavoro di Scorsese è chiaro quanto le perplessità di un Dio fattosi uomo possano essere state a loro volta foriere di dubbi in seno alla comunità cristiana (al punto che in alcuni paesi ne è ancora vietata la riproduzione), è altrettanto palese e vivido il ricordo dell’impatto del film di Gibson e del Nazareno di Jim Caviezel nel tessuto social-religioso. L’opera del regista di Apocalypto si avvale di un’estetica ai limiti del “gore” , accompagnando la passione a ricorrenti e insistiti primi piani. Una vibrante estasi del patimento, dettata, a detta di molti, da esigenze più commerciali che autoriali, per un film che individua nel sadismo e nella brutalità i peccati di un’umanità cieca, cui Cristo è dato in pasto quale agnello sacrificale. Una visione cupa, vicina più che in altre occasioni, ad una prospettiva pregna di scettica rassegnazione.

Tu vuoi andare nel mondo, e ci vai con le mani vuote, con non so quale promessa di libertà, che quelli, nella loro semplicità e nella loro ingenita sregolatezza, non possono neppure concepire, e ne hanno timore e spavento – giacché nulla mai fu per l’uomo e per la società umana più insopportabile della libertà! Ma vedi codeste pietre, per questo nudo e rovente deserto? Convertile in pani e dietro te l’umanità correrà ,come un branco di pecore “ Fedor Dostoevskij

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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