Trent’anni fa, nell’estate dell’86, Albertazzi nel Castello di Barletta

La scomparsa di Giorgio Albertazzi ci ha risospinto indietro nel tempo, all’estate di trent’anni fa quando il grande attore toscano, reduce dal Festival dei due Mondi di Spoleto, nell’ambito del “Progetto Federico”, promosso dal Consorzio Cooperativo Pugliese per lo Spettacolo, allestì nel Castello di Barletta – in quegli anni eterna fabbrica in restauro – la propria bottega teatrale. Nella quale, fra realtà e fantasia, fece rivivere la corte di Federico II di Svevia per ridisegnare la figura leggendaria di un imperatore particolarmente caro al Mezzogiorno, alla Puglia in particolare, ma che Barletta aveva del tutto dimenticato nonostante godesse del possesso dell’unico busto al mondo che ne identificasse le fattezze fisiognomiche.

Il laboratorio teatrale, inaugurato il 21 luglio dal vice presidente della Regione Franco Borgia e dal sindaco Sabino Carpagnano, si sviluppò per un mese proprio nelle sale della domus federiciana, nell’ala est castellare, la più elegante della fortezza. Albertazzi realizzerà, in trenta giorni, l’allestimento di uno spettacolo che, dall’interno dell’atrio castellare, avrebbe mandato in scena – la sera del 22 agosto – la “prima” nazionale della sua rappresentazione.

L’allestimento scenografico, oltre alla sua équipe, utilizzò anche numerosi allievi locali e fu arricchito da una iniziativa collaterale – spettacolo nello spettacolo – l’inaugurazione di una mostra organizzata da Pietro Marino – “Da Oriente ad Occidente” – che raccolse a Barletta undici artisti in una delle cannoniere del Castello, per stimolare la creatività degli autori intenti a ricreare – fra leggenda e cronaca – un’immagine poliedrica, del grande Svevo, attraverso una lettura stimolativa per l’estro inventivo di Albertazzi.

Il significato esoterico del tema della mostra lo spiegò lo stesso Marino, riferendosi ad una cronaca medievale la quale narrava che nello stesso giorno e nella stessa ora in cui veniva proclamata da papa Innocenzo IV nel Concilio di Lione la deposizione dell’imperatore, una stella ardente era stata vista al vespro sorgere da Oriente e con incredibile velocità “come saetta in volo” attraversare il cielo fino a Occidente, un evento dal quale non era difficile, al cronista medievale, interpretare i valori simbolici del segno germinato dallo stupore dei contemporanei: la stella che solca il cielo da Oriente a Occidente era l’incandescente tracciato che dal Mediterraneo al cuore dell’Europa illuminava la nascita e la prosperità di una nuova civiltà che le cronache del tempo definiranno moderna nel segno dello “Stupor Mundi”.

Un gradevole happening tra le mura cariche di storia e di fascino in un immaginifico viaggio con Federico II, in un’atmosfera ricca di suggestioni. Ed è proprio in occasione della presentazione di questa mostra, che Albertazzi, di fronte ad un qualificato pubblico cercò di spiegare gli stimoli ispirativi di questo itinerario federiciano. “È attorno alla figura complessa e al tempo stesso antica per i suoi tempi – egli dice – che si dipana la nostra ‘spettacolazione multimediale’ (neologismo coniato per la circostanza) nella quale confluiscono e si intrecciano arte, poesia, suoni, immagini e danze in una variopinta kermesse finalizzata ad un evento scenico che si svolge in questi spazi castellari”.

Trenta giovani allievi-discepoli-attori coi quali il regista si cimentava giornalmente in un’originale avventura recitativa alla ricerca di un nuovo modulo teatrale. Trenta giovani allievi selezionati, i primi giorni, fra trecento concorrenti, venti ragazze e dieci ragazzi. Curioso, una proporzione che non rispettava l’uso che il regista avrebbe fatto delle sue giovani comparse… Forse, nella immedesimazione col personaggio federiciano, affiorava nel regista l’antica vocazione del sovrano a coltivare, nella sua corte, un harem del quale amava circondarsi per attenuare la stanchezza del gravoso governo.

Ad Albertazzi non sfuggiva il grande appeal di questo Castello, uno dei più imponenti del sovrano staufico, una delle quattro fortezze celebrate nel giudizio dei signori del Cinquecento, il maniero dove l’imperatore riceveva delegazioni di principi, scienziati orientali, capitani e prosatori coi quali gettò le basi della Scuola Siciliana… Tutto questo ad Albertazzi non sfuggiva, quando, nel tempo del suo soggiorno a Barletta, cercò di realizzare, fra memoria del passato e suggestione del presente, una rappresentazione teatrale celebrativa del più grande sovrano d’Occidente.

 

La sera inaugurativa della rappresentazione teatrale, nell’atrio castellare illuminato da cento torce evocative di un tempo remoto, il fascino di una presenza, quella di Albertazzi che nelle sembianze di un guardiaspalti si smarrisce alla ricerca del sovrano, del quale svela le sue imprese, la sua complessa personalità nella molteplicità delle sue attitudini: come legislatore, promotore di cultura in una pluralità di iniziative, anticipatore della moderna scienza sperimentale, costruttore di castelli…

Nella cornice castellare, illuminata dal vivace bagliore delle fiaccole dagli spalti del Castello, l’atrio s’anima di luci e suoni, danze e festini in una splendida serata estiva, dove la brezza di maestrale anima lo sventolio delle bandiere e dei vessilli imperiali multicolorati.

A consuntivo del suo impegno teatrale, quella che Albertazzi volle portare in scena nel castello di Barletta non era la figura del sovrano nella sua astratta carismaticità, ma la sua frenetica vicenda imperiale con le sue ansie, le sue contraddizioni, le sue ombre e le sue maschere, un Federico scandagliato tra il mitico ed il favoleggiato, l’antico e il trasgressivo in una ricostruzione caleidoscopica. Ne scaturisce un personaggio dai cento volti, l’ultimo dei quali sarà interpretato proprio da Albertazzi, fin lì spettatore silenzioso di se stesso sulla scena.

Ne conservo indelebile il ricordo per essere stato – in assenza del sindaco – il suo vice a interloquire, col grande sovrano, lui dal terrazzino sovrastante la piazza, io dalla cima della ampia scalinata a porgere il saluto della città.

Una rappresentazione che il regista fiorentino porterà in Basilicata (a Melfi e Lagopesole), in Campania e poi in Sicilia, a Palermo, per ritornare sul Continente.

Grande, ulteriore merito di Giorgio Albertazzi e del suo impegno scenico barlettano, aver contribuito ad una rassegna anticipatrice di quelli che saranno i fasti celebrativi dell’VIII Centenario della nascita del sovrano svevo, che il regista, poco prima di lasciare Barletta, volle conoscere nelle fattezze del noto busto che a quel tempo accoglieva gli ospiti all’ingresso del museo-pinacoteca dell’ex convento di S. Domenico, in corso Cavour. Un busto fin allora poco apprezzato dalla città, che la visita di Franco Zeffirelli, l’estate prima, aveva valorizzato, facendolo riscoprire dopo un lungo periodo di oscuro anonimato.

A cura di Renato Russo

 

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