In “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” l’emozione incontra la redenzione

barlettanews - Tre manifesti a Ebbing, Missouri

In Tre manifesti a Ebbing, Missouri, Mildred Hayes (Frances McDormand) è una donna di mezz’età, colpita nel profondo dalla barbara uccisione della figlia adolescente. La comunità in cui vive le è solidale, ma pronta a tutto pur di difendere l’operato dello sceriffo del dipartimento di polizia locale (Woody Harrelson), quando Mildred decide dar fondo alle sue finanze e di affittare tre cartelloni pubblicitari appena fuori città per criticare l’operato degli uomini di legge. Ma la donna è irremovibile, e ne seguirà un confronto aspro, serrato, in cui molti troveranno se stessi.   

Tre manifesti a Ebbing, Missouri non parla delle comunità americane. Per molti può risultare una lettura sorprendente dell’ultimo lavoro del regista di 7 psicopatici , fresco vincitore del premio per la miglior sceneggiatura ai Golden Globes. La prospettiva che McDonagh sposa è piuttosto quella del villeggiante estraneo, l’unica via attraverso la quale smascherare le debolezze dell’uomo medio. Il regista, attento lettore del media, non solo trasferisce in capo alla cinepresa una pluralità di linguaggi, ma ne fa kaleidoscopio vivo delle realtà extraurbane.

L’analisi della telecamera scinde così Ebbing in due luoghi: un posto della modernità, coperto da una verità masticata e digerita tra portate giornalistiche, televisive e pubblicitarie, e in seconda battuta il frutto di una frizzante interazione che si radica nel quotidiano. Da questa duplicità il media esce distrutto e defraudato nella sua componente extra-informativa, ridotto a mezzo spoglio e privo di finalismo, “costruttore di strumenti per l’azione sociale”, come in un celebre saggio di Giddens.

Ciò nonostante, la straordinaria sceneggiatura di McDonagh plasma corpi con una impune sincerità, aggirando con maestria la tentazione di risolverli. Persino autori come Robert Altman e Paul Thomas Anderson non si sono tratti fuori dal “gioco delle definizioni”, quell’ossessione per la nomenclatura, per la risoluzione, figlia illegittima degli albori del cinema americano. Lo diciamo senza timore di smentita: si prova un sottile piacere nel non conoscere il canto del cigno di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, nel sottrarsi a quell’epifania imposta nell’era del cinema commerciale. Allo spettatore è richiesta capacità di saper leggere ben oltre il velo della xenofobia o dell’intolleranza razziale, di riflettere sulle accuse solo apparentemente mosse da McDonagh al contesto politico dell’America rurale, la stessa che ha votato Trump con uno scarto di quasi venti punti percentuali tra repubblicani e democratici.

I manifesti di Ebbing vibrano il colpo all’idea di una redenzione attraverso la vendetta, la stessa che Paolo Sorrentino aveva nidificato nel volto pallido e impassibile di Sean Penn/Cheyenne in This must be the place: in quella posata riflessione sul viaggio, un’antifona squillante tra il movimento e le analisi di una colpa, Frances McDormand era perno emotivo, oltre che coniugale. Piace pensare come per questa attrice possa finalmente essersi chiuso un cerchio, ben oltre i confini di quella volgarizzazione della bellezza inseguita a lungo dal regista partenopeo: sul volto marmoreo ed argutamente consapevole di Mildred Hayes è la sofferenza a condurre alla catarsi, ed il viaggio a concederci, in prossimità delle note finali, una panoramica sulla miseria e sulle seconde possibilità, metafora assente nello sforzo figurativo del regista de Il divo.

Entrambi volti annacquati dal logorio del vissuto, il dramma sanguigno di McDonagh è la risposta, complementare, alla poesia del New Jersey di Jim Jarmusch, a un’America diversa ma non per questo meno lontana dalla verità. A salvarsi (e a salvarci) sono le parole scritte sulla carta, quelle recitate con gli occhi, o respirate con lo sguardo fisso nel vuoto e una mano tremante su un bicchiere. In questo mosaico spicca un Sam Rockwell (Il miglio verde; Moon) nella sua migliore interpretazione cinematografica, che solo il “marcio in Danimarca” di Shakespeariana memoria potrà sottrarre dalla prima e meritata statuetta d’oro agli Academy Awards.

 

Commenta questo articolo

PANORAMICA RECENSIONE
voto
CONDIVIDI
Articolo precedenteForza Nuova: Da Trani a Barletta in marcia contro il degrado
Articolo successivoMolestie e abusi sugli uomini – Sotto i riflettori i fotografi Mario Testino e Bruce Weber
Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here