Il lungo intervento che segue, sulle ultime vicende riguardanti l’azienda Timac, non è solo il frutto delle mie conoscenze personali e professionali, ma, piuttosto, della preoccupazione di un cittadino, uno dei tanti, riguardo l’emergenza ambientale, che grava sulla nostra città, minacciandola, ormai da tempo.

Preliminarmente, è doveroso fare la ovvia precisazione che nessuno, né tanto meno lo scrivente, è animato dalla volontà di mettere in pericolo lo stato occupazionale dei lavoratori interessati, vittime, assieme alla cittadinanza tutta, della innegabile incuria gestionale dell’azienda e della, altrettanto evidente, negligenza amministrativa della politica locale, perlomeno, riferita agli ultimi anni, ma, neanche, si può dimenticare l’emergenza ambientale, che interessa l’intera, indistinta, cittadinanza, e non solo chi, come me, risiede a ridosso della zona industriale, oggetto di modifiche, anche al piano regolatore, mai mantenute (che meriterebbero ben altro approfondimento, magari in una prossima occasione…).

Ciò premesso, una piccola digressione, limitata solo agli ultimi eventi – ricordato che già nel lontano  2002 la Timac fu sottoposta a sequestro per gli stessi motivi e che le prime denunce risalgono al 1997 –  appare opportuna:

  • Il 1 maggio 2018, la Procura di Trani sospendeva la facoltà d’uso dello stabilimento Timac, in quanto la stessa azienda non aveva dato ottemperanza alle ordinanze n°3 e 4 del 13.08.2015 e del 23.09.2015, aventi ad oggetto la bonifica dell’area industriale contaminata;
  • più in particolare, era successo che, a seguito di un esposto presentato dal Comitato Aria Pulita Barletta – tramite l’amico e  Collega Michele Cianci, verso il quale siamo tutti in debito per quello che sta facendo –  la Procura di Trani, in persona della Dott.ssa Silvia Curione, richiedeva al GIP, Dott.ssa Angela Schiralli, il sequestro preventivo d’urgenza del sito in questione, con la facoltà d’uso per giorni 90, lasso di tempo ritenuto congruo alla bonifica dell’area interessata, nonché termine previsto dal Codice dell’Ambiente in vigore;
  • tale termine era passato inesorabilmente, duplicato, triplicato, per via di alcune proroghe richieste ed ottenute, fin quando, in uno dei suoi ultimi atti amministrativi – in realtà il primo che possa definirsi ontologicamente rientrante in una politica ambientalista – la precedente Giunta comunale, sindaco Cascella, con la delibera n°23 del 26.01.2018, avocava a sé, ex art. 250 del Codice dell’Ambiente, il diritto, o per meglio dire il dovere, di bonificare l’area contaminata ed inquinata; il tutto a spese della collettività, cioè nostre! (con la possibilità, ovvia, di recuperare tali somme dall’azienda responsabile);
  • di conseguenza, il 1 maggio 2018, dopo circa due anni dal sequestro preventivo e tre anni dalle ordinanze di bonifica, il GIP non concedeva una  ulteriore proroga della facoltà d’uso, ed emetteva un provvedimento di sequestro ex art. 321 cpp, giusto, doveroso, anzi, se vogliamo dirla tutta, anche in ritardo;
  • a seguito di questo provvedimento, l’azienda interessata, a mezzo di una nota stampa, ricordava che “negli ultimi tre anni sono stati spesi a Barletta 4 milioni di euro per coniugare l’attività imprenditoriale, i posti di lavoro e la tutela dell’ambiente e che l’azienda mantiene fermo l’impegno preso da tempo con l’opinione pubblica ed enti locali e non si sottrarrà alla promessa di bonificare un sitoche presenta un inquinamento in parte storico (dovuto a precedenti gestioni societarie) e in parte esterno allo stabilimento. Per tale ragione in queste ore abbiamo già interpellato l’Arpa per definire procedure concordate per la bonifica del sito”;
  • di fatto, il provvedimento della Procura, caduto in piena campagna elettorale, aveva creato una frattura, tutt’ora esistente, fra tutela della salute pubblica e tutela della continuità aziendale (rectius dei posti di lavoro);
  • conseguenza diretta di quanto poco sopra descritto, è stata la nascita di un vero e proprio conflitto sociale, che trovava la sua, naturale e fisiologica, evoluzione nella protesta dei lavoratori dell’azienda interessata, bersaglio facile di tale situazione, gli unici costretti a pagare – con un possibile licenziamento collettivo, addirittura annunciato per metà agosto, non essendo possibile, per mancanza di fondi, la cassa integrazione in deroga –  per colpe a loro non certo addebitabili;
  • a questo proposito, appare opportuno riportare, pedissequamente, alcuni passi di una nota, pubblicata qualche giorno fa sulla stessa testata giornalistica on line, a firma di altra eccellenza forense barlettana, Antonio Lacerenzaavversario di tante, dure, aspre, ma sempre corrette, battaglie in Tribunale, con lo studio di cui faccio parte – con il quale, stavolta, non posso che trovarmi d’accordo: “Che i licenziamenti siano, sintomaticamente e senza ombra di dubbio, colpa esclusiva dei danni ambientali procurati dalla società Timac Agro Italia S.p.A., lo affermano gli stessi legali, a quello che si legge nell’articolo, non smentito, allorché è stato scritto che l’azienda chimica produttrice di fertilizzanti ha infatti necessità di bonificare l’intera area afferente allo stabilimento pugliesee tale attività, irrealizzabile a impianto attivo, è la priorità assoluta per Timac che si trova ad affrontare – ormai da anni – un problema di inquinamento storico, con pregressi impatti sul territorio […] la TIMAC era consapevole dei rischi a cui andava incontro se non avesse ottemperato alle prescrizioni della Magistratura penale, sia per i reati ambientali che sotto il profilo economico (chiusura dello stabilimento) oltre al profilo occupazionale (mobilità, procedure di attivazione degli ammortizzatori sociali, licenziamenti, ecc.)[…]”
  • viceversa, l’azienda – al momento, perlomeno colpevole e responsabile per non aver dato esecuzione alle operazioni di bonifica –  da un lato si faceva scudo con  i lavoratori, esponendoli ad un rischio irreversibile (la maggior parte sono lontani dall’età pensionabile) e, dall’altro, non riconoscendo le proprie responsabilità, indicava la chiusura dello stabilimento, come unica soluzione praticabile ed inevitabile.-

Ed ecco qui il coup de théâtre, la soluzione a tutti i mali: l’azienda interessata, dietro la ri-concessione  della facoltà d’uso, dichiarava la propria disponibilità a ritirare la minacciata procedura di licenziamento, nonché a promuovere la richiesta di cassa integrazione.-

Vero artefice di questa operazione di marketing politico, il dott. Mino Cannito, neo Sindaco, ottimo medico e insostituibile responsabile del P.s. di Barletta, che, tra una (onni)presenza – immortalata sui social – nella pulizia delle strade del centro storico e dei sottopassi cittadini, aveva avuto il tempo di  travestirsi, a quanto pare con ottimi risultati, da “deus ex machina”, riuscendo a fare incontrare – in un clima definito “positivo e conciliante” – il pm dott.ssa Silvia Curione, titolare del fascicolo d’inchiesta, le delegazioni della azienda, dei sindacati e dei lavoratori, nonché alcuni delegati di Arpa Puglia e della provincia Bat, ed, ancora, qualche rappresentante di una, non meglio identificata, task force regionale (senza dimenticare che, fino a qualche tempo fa, l’assessorato regionale  all’ambiente era affidato al sig. Filippo Caracciolo, uno dei pezzi grossi della politica barlettana, sotto la cui direzione era stato approvato il disegno di legge regionale n. 42/2018,  in materia di emissioni odorigene, ma del quale, purtroppo, non si ricordano altre iniziative a tutela dell’ambiente barlettano).

La soluzione? Presto detto: “l’azienda potrebbe, presentando istanza, riottenere la concessione della facoltà d’uso a patto di ottemperare a due vincoli entro la fine del mese di novembre 2018, ossia presentare un piano di monitoraggio che dimostri l’integrità e la continuità dello strato di argilla tale da costituire una barriera naturale alla contaminazione della falda sottostante; presentare un progetto di “barrieramento” artificiale, definito “cinturazione betonifica”, che impedisca l’ingresso da monte di acque sotterranee nell’area di Timac; la regione, per proprio conto, si è impegnata ad assicurare che la valutazione del monitoraggio, che le compete, vista l’urgenza avverrà in tempi utili e non oltre la scadenza di fine novembre; l’azienda, per proprio conto, in accordo con i sindacati, riottenuta la facoltà d’uso, sospenderebbe la procedura di licenziamento in atto e farebbe richiesta di cassa integrazione”; tanto, si leggeva nella nota diramata subito dopo il predetto incontro.-

Tale possibilità è diventata, triste, realtà nella giornata del 26 luglio u.s., quando, altro Gip della Procura di Trani, la dottoressa Lucia Anna Altamura, aveva nuovamente concesso la facoltà d’uso dello stabilimento, salutata con toni, chiaramente, trionfalistici da parte dell’azienda interessata, facente parte del gruppo industriale Roullier.

Diversamente che dal 1503, questa volta Barletta soccombe ai francesi. Altro che “Barletta ai barlettani!” (leit-motiv dell’ultima campagna elettorale…)

Qualche, ultima, riflessione appare opportuna.-

Evidenziato che, al detto incontro – politico, di stato sociale, non certo giudiziario – non era stato invitato, ingiustificatamente, nessun referente dei vari comitati cittadini, tale soluzione, così come formalizzata,  si presta a delle facili critiche.-

L’azienda, che ha, da sempre dichiarato di essere un esempio di virtù ambientale, negando sempre qualsivoglia addebito (creando, appositamente, un sito, dove campeggia, con carica ansiogena, un contatore in perenne movimento, con il quale si contano i giorni, le ore, i minuti ed i secondi trascorsi dalla pubblicazione dello studio idrogeologico Cnr/Arpa e dalla mancata individuazione del responsabile dell’inquinamento) dovrebbe, di fatto, riconoscere le proprie colpe, impegnandosi ad adottare ed eseguire – sotto la lente di ingrandimento della Magistratura, del Comune, delle Provincia e della Regione, nonché di NOI CITTADINI –  delle misure di bonifica, il tutto da completarsi entro novembre 2018; cioè, l’azienda dovrebbe fare in qualche settimana, quello che si è rifiutata di fare, e/o comunque non ha fatto, in tre anni!

Mio malgrado, ho smesso di credere alle favole da qualche decennio, ormai, ma le leggo, ancora, ai miei due bambini, che devo, prima di ogni altra cosa, tutelare: prima della Timac, prima della continuità aziendale, prima dei posti di lavoro, prima del Sindaco, prima di tutto!

Il dottor Cannito, è innegabile, ha avuto grande coraggio politico; prima di tutto, perché si è insediato da poco, ma soprattutto perché, pur potendo contare su una nutrita maggioranza, la sua leadership appare, come in effetti è, ancora claudicante, incerta e, sicuramente, tale presa di posizione avrà delle ripercussioni non solo nella “stanza dei bottoni”  –  sintomatico è il silenzio degli alleati sul punto –  ma anche fra i sostenitori, evidentemente disorientati.-

Dovesse farcela, dovesse riuscire a “ripulire” Barletta, diventerebbe, di diritto, un eroe. Ma tante, e gravi, sono le perplessità.-

La prima, già detta, riguarda le tempistiche di questa operazione e la condotta, passata e futura, dell’azienda, dovessi descrivere con una similitudine questa situazione, di sicuro direi che mi ricorda il comportamento di un bambino, che promette che farà il bravo ed il genitore lo asseconda, pur sapendo che non è vero!

La seconda è sociale; parlando in generale, non riferendomi, in questo momento, alla persona del Sindaco Cannito, oltretutto Medico, ricordo a me stesso che il primo cittadino, per legge, è responsabile della salute pubblica e deve adottare (prendendosene in carico tutta la responsabilità civile e penale, senza possibilità – se non parziale – di trasferirla su altri soggetti), i provvedimenti contingibili e urgenti, necessari a tutelare l’incolumità dei cittadini. Il diritto alla salute, nonché quello della iniziativa economica sono due diritti di pari livello costituzionale ed il conflitto fra gli stessi si ripropone continuamente, in particolare modo, quando si tratta di reati ambientali. Nessuno, né tanto meno me, oltretutto avvocato giuslavorista, può affermare che la soluzione dell’emergenza ambientale possa essere rappresentata dalla chiusura dell’azienda e dal, conseguenziale, licenziamento dei dipendenti, che significherebbe, senza giri di parole, mandare sul lastrico, rovinandole, oltre cinquanta famiglie, oltre tutto l’indotto. Il processo argomentativo è  un altro. Nel conflitto fra i succitati diritti, è logico che prevalga quello alla pubblica salute, in quanto la salute, anche per giurisprudenza (cioè le decisioni dei giudici) uniforme è da considerare un valore prevalente, in funzione del soddisfacimento del diritto ad una normale qualità della vita, rispetto alle esigenze dell’attività di impresa. Ma, nella vertenza Timac, è chiara – e non deve esserci timore nell’affermarlo –  l’impronta politica della decisione della Magistratura, che si è limitata a scegliere la soluzione più facile, più socio/economica, pur non essendoci, al momento, tutte le condizioni.-

La terza è puramente tecnica. Come detto, la precedente governance amministrativa, guidata dal dott. Cascella, aveva avocato a sé, secondo la previsione di legge, la procedura di bonifica – poi portata avanti dal Commissario Prefettizio –  stanziando dei fondi e predisponendo dei bandi di gara per effettuare tali operazioni. Ora, l’accordo strategico, dovrebbe, di fatto, sospendere l’intera procedura. Tecnicamente, a mio parere, servirebbe anche il nulla osta della Regione, responsabile, secondo l’art. 250 del Codice dell’Ambiente, in seconda battuta, vale a dire nel caso in cui anche il Comune non ottemperi. Sul punto non credo ci siano delle difficoltà, visto che al predetto tavolo d’intesa si erano seduti anche rappresentanti della Regione, ma quid juris, quali sarebbero le conseguenze – non solo politiche  di cui mi occuperò a breve – ma processuali, nel caso in cui, nonostante le premesse e le promesse, l’azienda non dovesse ottemperare, e concludere l’operazione, complessa, di bonifica, entro Novembre 2018? Sarebbe ipotizzabile una responsabilità del Comune e della Regione?

Politicamente, assolutamente si, ed è la quarta riflessione; non ho niente contro l’attuale Sindaco, persona che ho conosciuto personalmente, “intra moenia” e durante la penultima campagna elettorale,  e che apprezzo, pur avendo diverse idee politiche; ma la politica barlettana, negli ultimi anni, ci ha regalato il peggio di sé stessa, soprattutto in tema ambientale, basti pensare al rinnovo, sottaciuto, dell’Aia alla Buzzi Unicem, che meriterebbe un apposito approfondimento, probabile spunto di riflessione di un prossimo intervento.-

Tale rinnovo, sulla nostra pelle, è stato occultato talmente bene dalla precedente amministrazione, che neanche i membri dell’opposizione –  tra cui l’attuale Sindaco, per sua stessa confessione –  erano stati informati e/o ne sapevano nulla.  Ora, la Giunta Cannito si fonda, per gran parte, sugli stessi soggetti,  per cui i cittadini hanno il diritto di chiedersi se c’è da fidarsi (non solo politicamente): c’è in gioco il futuro dei nostri figli!

       Il quinto punto è, ancora, molto tecnico, ma di facile comprensione. Ci sono delle sentenze, numerose, della Cassazione Sezione Penale, che enunciano il divieto della concessione della facoltà d’uso per le aziende inquinanti, perché “la concessione dell’uso dell’impianto è una richiesta del tutto incompatibile con le finalità del sequestro; ciò perché tale autorizzazione consentirebbe il proseguimento di attività non autorizzate e non lecite, in quanto la finalità del sequestro preventivo, di un insediamento industriale o di un singolo impianto, è proprio quella di evitare l’aggravarsi e il protrarsi delle conseguenze di un reato”. Tale principio è stato completamente obliterato nella vertenza de qua e, a mia conoscenza, di provvedimenti simili c’è ne sono un paio, uno che riguardava una azienda in trentino e l’altra il mostro Ilva. In più, per quanto riguarda le faccende di casa nostra,  l’azienda interessata non poteva, e non può contare, sui requisiti dimensionali, così come previsti dal  d.l. 3.12.2012, n. 207 e successive modifiche, per ottenere la facoltà d’uso, ma, anzi, stante il solo “sospetto di inquinamento”, chi di dovere avrebbe dovuto adottare il provvedimento di  revoca immediata dell’Aia (l’Autorizzazione Integrata Ambientale, necessaria per l’esercizio di alcune tipologie di installazioni produttive che possono produrre danni ambientali significativi) come previsto per legge. Nulla di tutto questo è avvenuto!

Il sesto punto è molto più empirico e di facile ed immediata percezione: da quando lo stabilimento è stato sequestrato e la produzione bloccata, nella zona industriale non ci sono stati sforamenti nella rilevazione degli agenti inquinanti e, cosa ancora più importante, non c’è stato un giorno, dicasi uno, nel quale sia stata avvertita nell’aria quella  – non sappiamo nociva – ma sicuramente intollerabile, puzza di gas, che rende l’aria irrespirabile.

        Il settimo punto riguarda le immissioni e la loro vicinanza con gli insediamenti residenziali. A prescindere dal profilo penale della fattispecie, una cosa è certa: le immissioni, provenienti dall’azienda, seppure, per ipotesi, non nocive, sono, in ogni caso sono intollerabili e, anche applicando una semplice norma del codice civile, l’art. 844,  sono vietate, anche se riferibili ad un insediamento industriale, confinante con una zona residenziale, anche se quest’ultima sia successiva alla prima, avuto riguardo al supremo bene della salute pubblica e privata.

Ottavo, ed ultimo, spunto di riflessione. Le soluzioni, per conciliare i contrapposti interessi (conservazione del posto di lavoro e tutela dell’ambiente) ci sono, ma l’unica condizione è quella di procedere tutti nella stessa direzione. Piuttosto che enfatici incontri tra le parti – che, comunque hanno il merito di smuovere le acque – come mai non si è proceduto almeno a commissariare i vertici aziendali (come successo con l’Ilva) garantendo, in questo modo, una più alta probabilità di perfezionamento della procedura? O, diversamente, perché non si è pensato di fare ricorso alle disposizioni previste nel TUA (Testo Unico Ambientale), più precisamente nell’art. 252 bis, nonché le successive modifiche, tra cui la legge 91/2014? Tale disciplina prevede la possibilità, concreta, non basata su promesse, per i responsabili della contaminazione e/o i soggetti interessati, di stipulare vincolanti ed appositi Accordi di Programma con le Amministrazioni interessate, al fine di adottare un progetto integrato di bonifica e di riconversione industriale dell’area interessata. Già, è questa l’espressione magica, riconversione industriale, chiaramente preceduta da una seria bonifica dei luoghi. La normativa, poc’anzi citata, sancisce la possibilità di sviluppare un progetto di bonifica che sia direttamente funzionale a quello di riconversione industriale, condiviso da tutti i soggetti coinvolti e/o interessati, il tutto a spese del proprietario del fondo industriale, che avrebbe, anzi ha, l’obbligo da un lato di garantire l’effettiva bonifica e, dall’altro, la conversione industriale, garantendo, in tal modo, anche il mantenimento dello stato occupazionale dei lavoratori, che, a seguito di corsi di riqualificazione, potrebbero essere impiegati per questo, nuovo, e diverso risultato; garanzia occupazionale che non può essere data, rebus sic stantibus, agli amici lavoratori della Timac, che devo essere tutelati, senza nessun dubbio, senza incertezza e senza timore: nessuno è contro i dipendenti della Timac!

Solo così, senza slogan, senza promesse, si potrebbe davvero risolvere il problema, garantendo la tutela dei contrapposti interessi: salute, ambiente lavoro.  Barletta ha il triste primato di essere la seconda città più inquinata della Puglia. Un mare da schifo, un’aria irrespirabile, aziende insalubri a ridosso di zone residenziali.

E’ il caso di darsi da fare. Lo dobbiamo ai nostri figli.

Avv. MicheleAlfredo Chiariello

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