Di tutti i cinefumetti Marvel, la serie Thor è stata probabilmente quella più debole: i primi due film hanno ricevuto un’accoglienza tiepida tanto dalla critica quanto dal pubblico, per quanto, a parere di chi vi scrive, fossero tutto fuorché non godibili.

Certo è che che siano tra le poche pellicole davvero serie e “fantasy” dell’universo Marvel e avevano ben definito tanto il mood portante dell’intera serie quanto le caratteristiche fondamentali di due dei personaggi più influenzi nel MCU in generale, per l’appunto Thor e il suo fratello/antagonista Loki.

Anche il terzo capitolo della saga sembrava voler mantenere un certoregistro epico e serioso, almeno nelle prime battute, adottando il roboante titolo di Thor: Ragnarok, con palese riferimento alla fine del mondo del mito scandinavo e evento cardine anche nelle dinamiche del fumetto. Ma con la scelta di dare la produzione in mano al regista Taika Waititi tutta questa serietà di fondo è andata perduta.

Intendiamoci fin da subito, Thor: Ragnarok è un buon cinefumetto, ma in buona parte tradisce e cancella, forse impropriamente, quanto di caratteristico avevano prodotto i primi due film, lasciando il dubbio che forse, se reso più epico e messo in mano a qualcuno di davvero capace, aumentando solo lievemente l’umorismo di fondo, il risultato sarebbe stato ben più importante e, soprattutto, caratteristico.

Ad onor del vero, e nonostante la decisa spinta verso la leggerezza del prodotto, la caratterizzazione dei personaggi è forse la parte migliore del film: nessuno dei protagonisti è una macchietta, ognuno e ben caratterizzato e, specie per i 3 protagonisti assoluti, il percorso di crescita dall’inizio della pellicola alla sua conclusione è evidente.

Thor, rimasto un personaggio piuttosto statico nelle precedenti produzioni che lo hanno visto come protagonista o co-primario, si svela per la prima volta colmo di sfaccettature: divenuto più simile, caratterialmente parlando, all’attore che lo interpreta (Chris Hemsworth), intraprende per tutto il film un cammino che lo porta a maturare ed accogliere non solo una pesante eredità ma anche il suo vero potenziale, libero da qualsiasi freno.

Loki, figura ambigua ma per buona parte di tutti i film Marvel precedenti sostanzialmente antagonista agli eroi delle varie pellicole, intraprende un vero e proprio percorso di redenzione, pur non perdendo quella malizia e quel suo savoir fair da trickster che da sempre lo contraddistingue e che Tom Hiddleston, pur indossando una parrucca di dubbia qualità, ha saputo riportare a schermo nella migliore maniera possibile.

Persino il Golia Verde, Hulk, e la sua controparte umana, Bruce Banner, subiscono un’importante evoluzione, specie per quanto riguarda Hulk stesso, la cui mente matura dandogli finalmente la capacità di interagire con gli altri personaggi anche verbalmente e non solo con i pugni.

Curati anche i co-primari, come Valchiria, Skurge e l’istrionico Gran Maestro (anche se per quest’ultimo si parla più che altro della libera interpretazione dell’altrettanto istrionico Jeff Goldblum), ma dispiace vedere il ruolo di Anthony Hopkins, l’Odino di questa serie di film, ridotto a pochissimi minuti nella parte iniziale, decisamente affrettata e sommaria.

Giungiamo quindi ai primi punti deboli del film, tra cui, per l’appunto, la prima parte di trama, frettolosamente liquidata nei primi 15 minuti di film, e al villain, Hela. La dea della Morte, interpretata da una algida e magnifica Cate Blanchett, è il primo villain donna della serie e prometteva grandi gesta… purtroppo la sua messa in scena è sfortunatamente piatta: pur non essendo ai livelli del Malekith dello scorso film “Thor: The Dark World”, poco è stato fatto per renderla più di una guerriera folle assetata di sangue che cerca, molto banalmente, di conquista i mondi. I pochi approfondimenti circa le sue motivazioni sono più che altro grossi “spiegoni” che poca empatia suscitano nello spettatore e nulla più.

Il comparto tecnico del film è altalenante: di base il film è graficamente ineccepibile, ma spesso cade miseramente in alcuni errori relativi alla CGI di alcuni personaggi, mal realizzata e davvero poco realistica; in generale è tuttavia gradevole, la regia fa il suo dovere con particolare attenzione e il comparto sonoro è eccellente, con tanto di musiche synth anni ’80 e la più che lecita e gradita aggiunta di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin.

Tolta qualche sbavatura, l’azione è frenetica e roboante, coloratissima e sempre ad altissimo ritmo; ci sono davvero pochi momenti per prendere il fiato in questo film, e in quei momenti è purtroppo l’umorismo del regista a farla da padrone. Un umorismo forzato, spesso fine a se stesso, che da il peggio di sé quando è completamente slegato dalla situazione in atto.

Il problema principale di questo film sta proprio qui: per quanto lo stile vaporwave da film action degli anni ’80 possa divertire; per quanto le battute non siano mai troppo banali (anche se delle volte sfiorano davvero il patetico); per quanto l’azione sia decisamente più frenetica che in passato; tutto questo si riduce ad una copia non proprio riuscita di quanto creato dalla serie de “I Guardiani della Galassia”.

Questo brand è riuscito a far funzionare questo genere di tematiche e questa impostazione perché è nato così e tutti questi ingredienti sono stati ben amalgamati con la trama e i personaggi fin dall’inizio; per Thor e compagnia la situazione è notevolmente differente, essendo questo particolare brand nato con un’anima del tutto diversa dai film di James Gunn.

Visto l’enorme successo della maggiore leggerezza (in realtà solo estetica e apparente) de “I Guardiani della Galassia”, i produttori hanno voluto ricercare il bis con questo “Thor: Ragnarok”, ma è stato un tentativo riuscito a metà.

Il film è un godibilissimo film di azione, ma va a snaturare quelle poche caratteristiche che differenziavano la serie dedicata al Dio del Tuono da altri progetti Marvel, privandolo di buona parte della sua identità.

Con questo, si ripete, non si vuole bocciare la pellicola, ben oltre la sufficienza anche fuori dal suo contesto, ma, alla luce dell’intera trilogia, ne viene fuori come un qualcosa quasi del tutto avulsa dal contesto, non fosse per il già discusso ottimo lavoro in sede di scrittura dei personaggi, oltre che all’aver fornito all’intera vicenda, cominciata col primo film, una sorta di conclusione in vista del prossimo film corale degli Avengers.

Rimane comunque il cruccio di un appassionato che avrebbe tanto voluto che si facesse qualcosa di buono con quanto già si era costruito, senza questo colpo di spugna totale che ha favorito una ulteriore commercializzazione di una delle poche serie di film svincolate da un umorismo ormai dilagante e dal discutibile gusto all’interno delle produzioni Marvel, Si spera che con l’imminente e decisamente più catastrofico “Avengers: Infinity War” si possa relegare questa comicità in un ruolo più in secondo piano.

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è cronista politico della testata online Barletta News, di cui è, dal maggio 2015, direttore editoriale.

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