Terrorismo, Charlie Hebdo e la libertà di parola: la grande disfatta dell’umanità

Spesso ci scordiamo come alcune professioni e alcuni mestieri sono nati, troppo accecati dall’aspetto del guadagno o dalle ambizioni personali ed egoistiche, fatto sta che molti dei lavori a cui più si aspira, principalmente per la prospettiva di una lauta retribuzione, nascevano come “missioni”.

“La professione di medico non è un lavoro, ma una missione” si suole spesso dire, ma molte altre professioni lo sono, e il loro riconoscimento è spesso andato a braccetto con l’affermarsi di quelli che oggi chiamiamo “diritti fondamentali”. E tra questi diritti c’è anche quello all’informazione, chiara, imparziale, diretta e utile, e alla libertà di pensiero. E massimi esponenti, almeno in teoria, di questo imprescindibile diritto, soprattutto in una società in cui le informazioni viaggiano lungo cavi e connessioni alla velocità della luce (un’iperbole, ma solo parzialmente), sono i giornalisti e, più in generale, coloro che lavorano nel campo dell’editoria e dell’informazione.

È vero, i giornalisti sono spesso tra la classe di lavoratori più bistrattati vuoi perché quando lo fanno male pensano solo e unicamente ai propri interessi, manipolando la verità, vendendosi per una causa che non porterà a niente di utile per la comunità, ma solo ad un gran bel profitto per le tasche di scrive; vuoi perché quando fanno bene il loro lavoro, invece, sono personalità scomode. Riferire la verità oggettiva, scherzarci persino su, sottolineare quanto certe cose siano così paradossalmente assurde da non sembrare reali quando invece lo sono eccome… tutto questo è un lavoro pesante, ingrato ma in un certo qual senso molto nobile. È la chiara dimostrazione di come le opinioni, per essere tali e mantenere la loro potenza, devono essere libere di viaggiare.

Abbiamo lottato per millenni (stavolta non è affatto un’iperbole), per conquistare il diritto di dire quello che pensiamo senza ripercussioni di un potere superiore, millenni in cui l’unico motivo per cui abbiamo continuato a lottare, alla fin fine, è il desiderio di poter pensare, parlare, agire liberamente. Questa lotta è, in definitiva, il più grande fallimento del genere umano.

Perché basta un’ideologia interpretata in maniera fuorviante, persone abbastanza deboli psicologicamente da farsi mettere in testa quest’idea fuorviata e in mano un bazooka, e un gruppo di coraggiosi che non hanno esitato persino a deridere certi comportamenti per sottolinearne la loro assurdità, ed ecco che abbiamo la grande disfatta della lotta per i diritti fondamentali. Nel cuore dell’Europa, nella Parigi in cui tutti questi diritti fondamentali sono nati, dove in pratica è nato il giornalismo moderno, dodici tra giornalisti, vignettisti e agenti di sicurezza del noto giornale satirico Charlie Hebdo, che più volte ha fatto scalpore con le sue vignette  a sfavore degli estremisti islamici, sono stati spazzati via da due terroristi legati proprio ai gruppi estremisti dell’Islam (e mi si perdoni la ripetizione, ma è giusto sottolineare il termine “estremisti” così da evitare fraintendimenti), che predicano la nascita di uno stato, del califfato, che il 90% della dottrina islamica stessa reputa un’utopia irrealizzabile per una lunghissima serie di motivi che non starò qui a snocciolare per amore di brevità.

Crolla così il castello di carte dei diritti umani: basta un attimo per spezzare vite  innocenti e farci rendere conto che tutte le conquiste che noi diamo per scontate non sono solo importantissime, ma effimere, fragili, pronte a essere i primi sacrifici sull’altare della barbarie umana, in una semplice quanto distorta interpretazione del principio della sopravvivenza del più forte, dove forza è tristemente diventata sinonimo di violenza.

Che cosa è cambiato allora dall’alba dei tempi se la razza umana continua a danneggiarsi così tanto in nome di principi così nobili, come libertà e religione? Che cosa è cambiato se, pur di assecondare la voglia individuale di supremazia e potere, siamo pronti a violentare tali principi per piegarli a cause ben poco nobili?

Solleva, certo, il cordoglio mondiale per le vittime e gli avvenimenti, tutt’ora in corso, che hanno sconvolto la capitale francese, e solleva anche la reazione impettita dei capi di stato e delle maggiori personalità mondiali. Ma resta il fatto che tutta questa morte e questo terrore, la negazione totale della libertà di espressione e la continua strumentalizzazione di idee di per sé nobili rappresentano la prova di quanto deboli siano le nostre conquiste e di quanto grave sia questa sconfitta.

E concludo citando le parole del disegnatore Don Alemanno, che con le sue vignette, con il suo Jenus, ha spesso e volentieri messo in luce molti dei controsensi delle dottrine religiose di tutto il mondo e che non ha mancato di ricordare a modo suo anche i tristi eventi che hanno colpito il Charlie Hebdo: in un immaginario dialogo tra Gesù e Maometto, alla domanda del primo sul dove avevano sbagliato nel predicare parole sagge e giuste, il secondo gli risponde con un tristissimo: “Specie, fratello. Abbiamo sbagliato specie”. E, in tutta onestà, non penso gli si possa dare torto.

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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