Suicidio tra finzione e realtà, dalla serie “Tredici” al Blue Whale scatta l’emergenza

In molti avranno sentito parlare di “Tredici” (di cui vi avevamo già parlato precedentemente), la serie americana originale Netflix tratta dal romanzo di Jay Asher “Thirteen reason why” che affronta tematiche come il bullismo e il suicidio. La protagonista, una ragazza bella e dolce di nome Hannah Baker, decide di suicidarsi. Ma prima di farlo registra delle cassette in cui spiega i tredici motivi per cui ha deciso di compiere un gesto così estremo. Questi motivi sono principalmente collegati ad atti di bullismo perpetrati nei suoi confronti per anni, che hanno rovinato la sua reputazione e l’hanno resa isolata dal resto dei suoi compagni di scuola. Ma si arriverà ad alcuni tragici episodi da cui la protagonista non riuscirà a trovare via d’uscita perché divorata dai sensi di colpa e trascurata da chi, invece, avrebbe dovuto e potuto aiutarla. Ignorata dalla famiglia assillata dai problemi economici e dal carattere dolce, ma debole, la ragazza viene sopraffatta dagli eventi fino a decidere di togliersi la vita. I ragazzi menzionati nelle cassette saranno tutti (o quasi) costretti ad ascoltarle ed inevitabilmente la loro esistenza cambierà per sempre.

La serie, oltre ad aver avuto un grandissimo successo di pubblico, è stata oggetto di accesissime polemiche, in quanto si è pensato che potesse spingere gli adolescenti all’emulazione e di conseguenza a compiere quel gesto tanto estremo che giustamente spaventa e che ancora oggi è un vero e proprio taboo. Lo stesso autore del romanzo si è dichiarato consapevole di questo possibile risvolto, ma ha pensato che la tematica meritasse di essere affrontata apertamente. A destare la maggior parte delle polemiche è stato l’ultimo episodio (si sconsiglia di leggere a chi vuole evitare spoiler) in cui viene mostrato senza filtri il suicidio della protagonista Hannah Baker, la quale si taglia le vene per poi morire dissanguata nella sua vasca da bagno. Una scena del genere è scioccante e scoinvolgente, lascia spazio solo al pensiero di quanto una persona soffra realmente per arrivare a compiere un gesto simile, ma potrebbe avere una presa psicologica molto diversa su giovani particolarmente sensibili, che già vivono in una dimensione di disagio o hanno addirittura tendenze suicide.

Tuttavia, sebbene i timori di molti possano risultare fondati, hanno un sapore amaro di ipocrisia che non hanno portato altro se non ancora più pubblicità alla serie e il motivo è presto detto. Nella tv di libero accesso a bambini e adolescenti, quella che guardiamo ogni giorno per intenderci, vengono trasmessi continuamente messaggi dannosi e fuorvianti senza che nessuno se ne preoccupi: sesso (spesso anche estremo), violenza, morte e mercificazione della donna sono quelli tra i peggiori che vengono propinati con molta tranquillità negli orari di punta in cui anche i minorenni fruiscono assiduamente del mezzo televisivo. Ma nessuno se ne preoccupa più del necessario. Inoltre la serie dà la possibilità di far emergere tematiche molto delicate che vengono affrontate con molta difficoltà persino dagli adulti. Se si risolvessero i problemi di molti adolescenti sull’orlo del baratro non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi degli effetti della serie “Tredici”, perché il problema è altrove e va risolto “dalla radice”.

Negli ultimi anni i suicidi tra gli adolescenti sono aumentati in maniera esponenziale. E’ proprio di questi giorni la notizia dell’invenzione del Blue Whale, un gioco inventato dal giovane psicologo russo Philipp Budeikin composto da cinquanta regole da seguire (fra cui ascoltare musica satanica, incidersi scritte sulla pelle, prove da superare) fino ad arrivare alla conclusione, il suicidio dal palazzo più alto della città. Se si inizia, non si può più tornare indietro, pena la tortura delle persone più care. I ragazzi vengono “reclutati” attraverso i social network dai cosiddetti “curatori” e anche se il suo ideatore è stato arrestato, ci sono già in giro degli emulatori. Il gioco è basato sul fatto che le stesse regole aumentano lo stato depressivo di chi decide di seguirle fino a far desiderare di arrivare allo step finale perché assimilato a una vera e propria liberazione e ha già portato alla morte 157 ragazzi tra i 9 e i 17 anni solo in Russia. L’obiettivo del gioco sarebbe quello, a detta del suo stesso ideatore, di “purificare” il mondo da tutti di coloro che non vogliono o non possono farcela ad affrontare la vita e quindi a non poterla apprezzare fino in fondo. Il pericolo è dunque nascosto soprattutto nei social, nella realtà quotidiana e non ha nulla a che vedere con la finzione.

Oltre al fatto che sia scioccante quanto la realtà possa superare la fantasia e dove possa arrivare la mente umana, il vero problema che sconvolge è il fatto che ci siano effettivamente delle persone (soprattutto adolescenti) che a questo gioco vogliano partecipare. E questo è il punto: nonostante nella nostra società sia aumentato il benessere e la tecnologia abbia raggiunto livelli che ci permettono di risolvere molti dei nostri problemi, il disagio degli adolescenti è in costante aumento. E questo è il segnale allarmante che qualcosa all’interno del sistema non funziona e che gli adolescenti, oltre ad aumentare col loro comportamento il divario tra migliori e peggiori, non hanno più la forza di affrontare queste difficoltà. Nonostante oggi abbiamo i mezzi e le competenze per poterli aiutare molto meglio di come si potesse fare qualche decennio fa, i giovani si perdono e in molti non riescono a trovare altra via d’uscita che il farsi del male.

Rendersi conto di quel che sta accadendo, che sia attraverso la finzione di una serie tv o la realtà di un gioco dell’orrore è il primo passo verso la risoluzione di un problema in cui non ci sono esclusi ne innocenti. Qualcosa va cambiato nel modo di agire della collettività perché è evidente che qualcosa la stiamo sbagliando, tutti. Nessuno può dire di non essere mai stato protagonista di un episodio di bullismo o di una semplice cattiveria da parte di un altro, fatta magari solo per i propri interessi. In molti diranno, però, di non averne mai commesse. Forse bisognerebbe capire che anche le piccole cose possono ferire e che anche i piccoli segnali di disagio possono essere importanti. Ma questa è un’altra storia.

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