“South Park” festeggia 20 anni di successo, critiche ed esagerazioni

Non è una novità che i cartoni animati non siano, ormai da decenni, un media dedicato solo ai bambini e, anzi, sono sempre più i titoli indirizzati ad un pubblico squisitamente adulto. I cartoons Made in USA prodotti per questo target sono ormai numerosissimi e tremendamente popolari: parliamo di serie di culto come i Simpson, i Griffin e tutti i prodotti paralleli creati dai loro autori (Futurama, American Dad ecc.); Bob’s Burger; Brickleberry; o gli amatissimi dalla critica e dal pubblico Bojack Horseman e Rick e Morty.

Poi c’è South Park, che è arrivato a compiere il suo ventesimo anni di vita.

Su South Park ci si potrebbe scrivere un intero saggio vista la mole di scandali, proteste e disagi abbia procurato in ogni parte nel mondo e per ogni rete abbastanza coraggiosa da trasmetterne le puntate. Sono passati vent’anni da quando i suoi creatori, Matt Stone e Trey Parker, furono incaricati dalla Fox per la produzione di un cartone sulla falsariga del loro primo lavoro: un cortometraggio animato dal titolo “Jesus vs Frosty” in cui un bambino animava con un cappello magico un pupazzo di neve per il solo scopo di farlo combattere all’ultimo sangue con Gesù Cristo. A quel corto, del 1992, era seguito il secondo lavoro della coppia “Jesus vs Santa”, ritenuto essere il secondo episodio pilota di quella che poi, il 13 agosto 1997, diventerà la serie animata intitolata “South Park”, che riprenderà a piene mani dai due corti per l’ambientazione e i personaggi che la popolano.

Raccontata in soldoni, la serie vede come protagonisti un gruppo di quattro ragazzi, Stan, Kyle, Eric (Cartman, se preferite) e Kenny, studenti di terza elementari che abitano della cittadina del Colorado che dà il nome alla serie, per l’appunto South Park. Questo incipit è l’unica cosa normale del cartone, tutto il resto è follia pura.

In questa serie animata non esistono mezze misure, tutto è portato all’eccesso e, essendo una serie profondamente satirica, i risultati non potevano non essere quelli che sono seguiti: riconoscimento a livello mondiale, fenomeno culturale di massa e reazioni da ogni parte del mondo. Molto positive da un lato, molto negative dall’altro.

Una serie che vede i personaggi, bambini o adulti che siano, parlare di qualsiasi tipo di argomento, usare parolacce come se fossero gli unici vocaboli presenti nella loro lingua, e trattare in maniera a dir poco irriverente qualsiasi tematica sensibile, dal sesso al razzismo passando per tanta (tantissima) satira sulle religioni, non poteva di certo non sollevare un vero e proprio vespaio tra le associazioni legate ai suddetti temi. Molti degli stessi doppiatori del telefilm hanno deciso di lasciare la serie dopo questa o quella provocazione troppo esagerata, a sottolineare la natura controversa dell’opera.

Vi basti pensare che in Italia la serie, dall’essere trasmessa (erroneamente, visti i contenuti) in prima serata sulle reti Mediaset sia prima passata ad orari sempre più tardi e fuori dalla fascia protetta per poi vedere la propria trasmissione cancellata e ripresa sui canali satellitari, con tanto di ridoppiaggi più fedeli all’originale, a sostituire quelli più edulcorati richiesti dall’emittente. Le controversie con la Chiesa e le associazioni di questa o quella minoranza neanche le citiamo perché altrimenti non basterebbe una settimana per riportarle tutte.

Eppure la fanbase di questo fenomeno è resistita e si è espansa sempre di più: sarà stato il modo eccessivo di parlare di qualsiasi argomento senza risparmiare nessuno, o lo stranissimo, particolarissimo stile grafico della serie ad attirare i milioni di suoi fan a continuare la visione nonostante tutti i problemi vissuti in questi vent’anni. Oppure semplicemente il successo di South Park risiede nella sua straordinaria capacità di non possedere un limite.

Molte delle serie animate citate ad inizio articolo sono ormai giunte ad un punto di stagnazione, proprio perché hanno raggiunto un limite di “gusto” che non possono infrangere senza vedere la propria anima del tutto alterata. South Park questo limite non l’ha mai avuto, così abbiamo potuto assistere a scene straordinarie e assolutamente imprevedibili come una nota che, se suonata, scatena la dissenteria in chi la guarda, o vedere Gesù e Babbo Natale e creature mistiche, religiose e magiche di ogni tipo abitare, come se nulla fosse, per le stradine dell’anonima cittadina del Colorado dove i quattro bambini trascorrono la loro vita, vedendo puntualmente uno di loro morire in ogni modo violento possibile e immaginabile.

Brand storici, personaggi preminenti della cronaca internazionale, tematiche caldissime… niente è al sicuro dalle velenose battute di South Park, e i vent’anni di attività non solo non intaccano il black humour della serie, ma non ne intaccano nemmeno la popolarità, che anzi è ancora cresciuta e ha permesso alla serie di brandizzarsi, con la produzione di lungometraggi e, negli ultimi anni, di alcuni videogiochi di indiscutibile valore, per quanto esageratissimi e indigesti come la serie madre.

Fare quindi gli auguri di buon compleanno ad una serie controversa può risultare difficile, ma è indiscutibile che South Park non abbia mai smesso di perseguire, con successo, il suo unico, vero obiettivo: abbattere qualsivoglia buonismo o limite sociale in favore di una satira spietata, cinica e, proprio per questo, estremamente divertente per chi, in piena consapevolezza, sappia svuotare la mente da qualsivoglia pregiudizio e sia pronto, prima o poi, ad essere bersagliato anche solo indirettamente dall’umorismo dei quattro bambini e dei co-primari che dominano questo mondo esageratissimo e, si, ammettiamolo, decisamente malato.

Perciò, se siete fan di vecchia data o siete solo incuriositi dai pochissimi dettagli qui elencati relativi alla serie, andate tutti a festeggiare il compleanno del cartone più irriverente mai creato con una mega maratona e smettetela di leggere questo articolo perché anche chi vi scrive ha in mente un modo tutto suo per celebrare questa strana ricorrenza. Quindi… “Sc**w you guys, I’m going home!”

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