Sorprende nelle premesse ma pecca nella scansione ritmica il “Tarzan” di David Yates

thelegendoftarzanConseguito il titolo di Lord John Clayton Greystoke, Tarzan (Alexander Skarsgard) è un cittadino occidentale a tutti gli effetti, ma è chiamata a partecipare in una missione diplomatica in Congo. La missione è in realtà una trappola e il capitano belga Leon Rom (Christoph Waltz) ha promesso a un’antica tribù locale la testa di Tarzan in cambio del permesso di accedere alle risorse minerarie congolesi. Così John si ritrova ad essere prigioniero nella terra in cui è cresciuto, accanto alla moglie Jane (Margot Robbie). L’unico modo per sopravvivere sarà per Tarzan quello di risvegliare l’indomito spirito selvaggio che ancora alberga in lui.

Si palesa l’ammirazione di Yates per il primo Tarzan, pur nella discordanza rispetto alla materia cinefila classica. Nell’effettistica e nella CGI, il britannico ridesta quella mitologia barbarica che disintegra le mura dell’occidentalismo per porre in essere una divisione tra i punti d’aggregazione del vecchio continente, col loro simbolismo ideologico ed evoluzionistico, e quel nugolo di principi primitivi che permettono all’Uomo d’essere a suo agio tra le bestie. Yates opta per un ribaltamento del viaggio emotivo e conoscitivo protagonistico, sacrificando il ruolo dell’amore nella parabola di una tardiva integrazione europea dell’uomo-scimmia, cosa di certo non sottovalutabile in questi tempi. Al contrario, l’ultimo Tarzan si spoglia (figurativamente e letteralmente) per tornare allo stato brado, rendendo cinematograficamente plausibile quel percorso sociale inverso che sa, tra le altre cose, di rinuncia all’apicalità del progresso tecnico e sociale per l’individuazione di un carattere dominante nella nudità comunicativa.

thelegendoftarzan1E’ curioso notare come queste prospettive si realizzino o possano concretizzarsi esclusivamente negli adventure movie, laddove l’avvento del sonoro aveva anestetizzato, nel caso di specie, la possibilità di un inquadramento del personaggio che andasse ben al di là del suo nucleo figurativo: Tarzan, originariamente, entrava in scena in quanto tale, con la fisicità esibita di Johnny Weissmuller che non solo riassemblava un piano semantico proprio dell’eroe esotico, ma sfruttava la vocalità muscolare espressa nel caratteristico urlo come potente sostanza isolante, rendendo impermeabile la struttura così delineata rispetto a qualsivoglia prerogativa di carattere contestuale/narrativo. Non è affatto un caso se tale pretesto sia stato utilizzato per trapiantare nella Giungla quei caratteri commediali occidentali che hanno segnato il declino iconografico del Tarzan partorito da Edgar Rice Burroughs, sostituendo il brivido periglioso con la sonnolenta vita alto borghese.

Il film di Yates si muove nella rivalutazione dei limiti individuali come misura della dignità di un’esistenza, delegando a Skarsgard il pesante fardello di un’autoanalisi della moralità. Nella lontananza dall’assuefazione indotta da un preciso modello antropologico, tra le verdi fronde africane, c’è il filo d’Arianna che congiunge e collima nell’avventura le sagome dell’umano e della bestia. Nel farlo però, Yates dimentica la lezione del Cinema francese di Jean Jacques Annaud, preferendo la corsa affannata di un obiettivo mai domo a un favolismo che ha bisogno di ben altre arguzie per essere gustato lontano dal macchiettismo dell’Action. Valutazione: ** 1/2 

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