Shyamalan e la nuova genesi del suo Cinema; l’inquietudine della semplicità in “The visit”

TheVisit2Partiamo dal principio, o dalla fine se preferite. Perché se guardiamo al regista d’origini indiane ponendoci su un qualunque punto d’osservazione sulla curva coperta dalla sua indagine filmica ci accorgeremmo di quanto sia incredibilmente superfluo scegliere d’adottare un’angolazione predefinita. Pochi autori possono vantare una tematizzazione circolare e ricorrente nelle proprie produzioni. Il regista di “Signs” e “Unbreakable” sa gestire e sfruttare al massimo la struttura narrativa, snaturandola e privandola della sua linearità per darle una connotazione ben precisa. “The visit” sotto questo aspetto non fa eccezione, e rappresenta anzi  un piacevole ritorno al principio, all’arte del saper spiegare e del condurre chi osserva ai propri lidi, con una meticolosità estranea al cinema di genere.

In Shyamalan non è quindi il proposito o la ricerca di una concatenazione logica degli eventi, e la provocazione insita nel disagio suggerito, ad inquietare, ma la rappresentazione stessa. Ed è per questo che l’autore de “Il sesto senso” non abbandona mai il timone, ma dissemina la messa in scena di sporadici barlumi di verità, per poi scegliere di tirare su il sipario al momento opportuno. Si potrebbe obiettare, con un pizzico di ironia, che il regista non abbia poi tanta fiducia nel suo pubblico, che si ponga come una sorta di monarca assoluto, un despota che è anche il primo speculatore delle nostre capacità di comprensione delle meccaniche del racconto.

Il pretesto documentaristico dell’adolescente Rebecca (Olivia DeJonge) è un tentativo estremo e disperato di normalizzazione, è lo specchio di una realtà filtrata, spiata da un obiettivo che offre la fredda sicurezza della gravità, il sollievo del percepire un evento nuovo attraverso gli occhi di qualcun altro. Shyamalan insiste più volte su questo elemento, indugia con intelligente sadismo sul concetto di un rapporto feticista tra la tecnologia e i due adolescenti, sull’ ansia suprema del confronto con l’oggettività. Tyler e Becca, in questo senso, finiscono con l’essere doppiamente vittime, da un lato della follia dilagante TheVisit1mascherata da breve vacanza in cui, ignari, sono catapultati, e dall’altro delle incertezze nevrotiche di una madre colpevolmente terrorizzata dal suo passato al punto da decidere di mandare i suoi figli in avanscoperta per tentare di recuperare la fiducia dei suoi anziani genitori.

La genialità del cineasta, qui anche autore della sceneggiatura, si coglie nel disgregamento della lente, nella rottura dell’isolamento, di quel velo accecante e destabilizzante che è la parete divisoria tra il sogno e l’esegesi del terrore. Tutto torna al proprio posto prima dell’angoscioso finale, e la parafrasi della cecità dei protagonisti è elegantemente sublimata nella sequenza metaforicamente rivelatoria dello specchio, preambolo alla drammatica colluttazione tra giovani e vecchi; un confronto spietato, una reazione “fisica” alla crudeltà insana del mondo reale che vede i ragazzi vincitori. Nell’abbraccio dell’epilogo e nel drammatico “Sono qui” della madre sulle note di “Possession” di Les Baxter c’è un atto di disperata umiltà, la richiesta di un perdono tardivo che è anche una riconciliazione ultima con la vita stessa. Voto: *** 1/2

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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