In chiesa, in occasione della scomparsa di Pasquale [Pedico] la stessa costernata inquietudine per quella di Peppino [Savasta], di Gaetano [Nanula], di Donato [Messina] e di Maria Teresa [Spinazzola], amici coi quali avevi condiviso tante ore delle tue recenti giornate: una dolorosa privazione che avverti incomprensibile e che ti riesce difficile accettare. Un epilogo ineluttabile, eppure imperscrutabile. Riflessioni sul senso della vita e della morte.

Nel corso della cerimonia funebre, che ha accompagnato la loro dipartita, ti assalgono pensieri, e come in un film, provi a ripercorrere le tappe di mille fotogrammi. I ricordi attraversati dalla nostalgia dell’infanzia e dell’adolescenza, la contrastata maturità eppure densa di rimpianto, un rimpianto sorgente di esperienze vissute, di speranze smarrite, di immagini, di paesaggi, di volti, di sorrisi, di gesti che hanno segnato le stagioni della nostra vita. Una vita che rivive smemorata in lontani ricordi, nel vano tentativo di recuperare un passato ormai irrimediabilmente remoto, irraggiungibile la stagione delle speranze svanite, delle disillusioni e degli inganni… E dopo? dopo che resterà di noi, se non una rarefatta memoria in quegli amici che ne serberanno un rassegnato rimpianto che si farà sempre più labile…

Durante l’ufficio funebre cerchi di ricordare i meriti dell’estinto, gli eventi che abbiamo condiviso, la nostra interiorità, il senso dell’infinito che è in ciascuno di noi. E finisci col confondere il consuntivo della sua vita con la prospettiva della limitatezza della tua stagione, molto più breve di quanto tu stesso possa immaginare, e allora, in questa stessa chiesa, dopo di te altri prenderanno il tuo posto, per replicare una cerimonia ineludibile.

Come gli anni sono passati in fretta, senza che ce ne avvedessimo, lasciando dietro di noi la consapevolezza di una frustrante superfluità, il rimorso per scelte sbagliate, la precarietà del tempo trascorso.

Il tempo dell’io, il tempo interiore, il tempo del calendario, le ore che si intrecciano e si rincorrono. Il tempo come apertura e come mistero, come esperienza umana… Risonanze emozionali che le parole destano in noi per scandirne il ritmo ineluttabile, nello schematismo di una proiezione astratta e predeterminata, caleidoscopica, che cambia di ora in ora in un frenetico carosello emotivo.

Quante emozioni ci trasmette la scomparsa di un amico che ricordi attraverso spiragli di luce, nel lampo di un sorriso, nella consonanza di un giudizio, talvolta anche nell’incrinatura di un improbabile malinteso. Le cifre espressive di una lunga amicizia che andrà progressivamente attenuandosi fino a spegnersi del tutto. Ma oggi come non ricordare piccoli eventi che riaffiorano dall’ombra della fioca luce della lontananza, per tradursi in nostalgia di un passato condiviso. Siamo stati per anni impegnati ciascuno seguendo la propria strada, anni passati troppo in fretta, in una frenetica rincorsa senza che ce ne accorgessimo.

Poi i percorsi si sono ritrovati e in questi ultimi anni, per un ridotto impegno di lavoro, abbiamo vissuto una molteplicità di occasioni per ameni incontri, per parlarsi e scambiarsi momenti di condivisione, di valutazioni sociali, artistiche, culturali, deprimenti commenti sulla politica nazionale, perplessità su quella locale. Ciascuno col proprio bagaglio di conoscenze e di esperienze, col patrimonio delle proprie specificità caratteriali.

La condivisa curiosità con Donato per la storia del nostro passato nell’illusorio sogno di stampare il coacervo dell’esito delle sue ricerche già esposte in mostra dieci anni fa, che una scomparsa inattesa ha impedito di storicizzarsi in un evento editoriale; la schietta, solare amicizia di Gaetano, i suoi poderosi studi scientifici ingentiliti da una silloge di racconti autobiografici che ci hanno lasciato il rimpianto di una mancata replica letteraria; la complice confidenzialità di Pasquale, la sua amara consapevolezza del declino incombente accettato con socratica rassegnazione; la passione di Peppino per l’archeologia bardulense, la sua raccolta infinita di reperti del nostro più arcaico passato; la rasserenante amabilità di Maria Teresa, la comune passione per i libri, il crudele destino reciso dal basso sciabordìo del mare di Ponente in una solare giornata estiva.

Riesce difficile comunicare con sembianti che si allontanano furtivi nella oscurità del tempo. Attraverso le fenditure del cuore si intravede un remoto ineluttabile epilogo, la vita che si inoltra nella dissolvenza degli anni, nella senescenza cadenzata dalla perdita di amici cari, gli ultimi di una lunga lista dalla quale potresti inventariare un album. E con la loro inattesa, dolorosa scomparsa, il mistero della nostra provvisorietà, la sofferenza della limitatezza delle cose nei rapporti umani, l’inesorabilità del tempo che scorre: panta rei, tutto passa.

Poi, inesorabilmente, la riflessione introspettiva si concentra su di noi, al capolinea della corsa, che esorcizziamo ricacciandola nei meandri delle più oscure retrovie del fato insondabile, come se per un arcano sortilegio a noi non dovesse mai accadere, mentre il nostro transito è subdolamente celato dalla imprevedibilità di una data, quella che il destino ha assegnato a ciascuno di noi, come la ignota zolla di terra che ci ospiterà senza neppure la consolazione di una buona lettura, come se ne lamenta Seneca in una lettera a Licinio.

Già, i libri! E improvvisamente mi assale un subitaneo dubbio: e se non potrò portarmeli con me, che fine faranno i miei libri, compagni inseparabili di una vita? L’illusione è quella di lasciarli a una fondazione oppure a una biblioteca, mentre più realisticamente tutto scivolerà inesorabilmente nel più rapido dissolvimento, in un incandescente inceneritore…

Il rito della dispersione dell’incenso conclude la mesta vespertina cerimonia, mentre i ricordi ti prendono ancora una volta e ti coinvolgono… E cerchi di ricordare il timbro di voce dell’estinto, un suo gesto affettuoso, un evento condiviso. E ti chiedi che senso hanno le battaglie per l’impossessamento di uno strapuntino in prima fila o le incomprensioni di fronte all’ineluttabilità del nulla, e lì per lì fai dei ragionevoli proponimenti che il passare del tempo dissolverà nella superfluità di inutili sfide.

Dopo il breve commiato di circostanza dell’officiante, tutto ritornerà come prima, in una banalizzata ordinarietà quotidiana. Sentiamo le sue ultime parole, lontanissime, sul senso della vita e della morte, ne cogliamo alcune che la ragione memorizza e medita nel passo di S. Agostino: “È la morte a dar senso alla vita, perché se fossimo immortali la vita non avrebbe alcun senso”.

E penso allora all’ultimo giorno del nostro viaggio, quando avremo la consapevolezza di aver raggiunto quello spazio immobile, quel tempo sospeso sul ciglio dell’infinito, nel ricordo di giorni lontani.

Il tempo dell’estremo saluto dell’officiante è dilatato da dubbi esistenziali che ti insinuano la percezione di una dissolvenza identitaria, la testimonianza di un’angoscia che il linguaggio di parole salvifiche tenta di preservare dagli abissi di una profonda inquietudine. Nessuna increspatura nell’anima che non ha più emozioni, ma solo l’arida sorvegliata consapevolezza della limitatezza delle cose e della vita. Sarà vero quello che scrisse il poeta, che il volto di ciascuno riflette la luce di una stella?

Gli anni passano in fretta. La sofferenza delle separazioni lascerà nell’anima un’orma incancellabile e diventerà memoria di cose passate, di volti scomparsi, di presenze che hanno attraversato la nostra vita e l’hanno arricchita senza devastarla. Pochi come loro continueranno a vivere nel ricordo di noi tutti.

 

 

 

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