Scioperi e… Bugie

Di tutte le conclusioni che cadono come sipario su discussioni altrimenti infinite ma comunque dal sapore abbastanza insipido però innegabilmente necessarie, quel per colpa di pochi quando si parla di pubblico impiego, di fannulloni, di dirigenti con cinque incarichi e relative retribuzioni e quant’altro popola il panorama di titoloni ricorrenti, perché è isolato il caso ma non il tipo d’evento, pane per dibattiti televisivi inconcludenti, è spesso un gran colpo di spugna.

Chiaramente sto (ri)parlando dello “scandalo” romano e cioè di un’assemblea indetta dalla RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) del Colosseo nei tempi previsti dal contratto che è stata usata come pretesto per un attacco contro i lavoratori privo di qualunque elemento di ragione. In tempo reale il Presidente del Consiglio tira fuori dal cassetto un decreto (con ogni probabilità già predisposto) con l’obiettivo dichiarato di limitare i diritti di lavoratori che da anni ricevono, con ritardi biblici, il compenso dovuto per turnazioni e indennità; che fronteggiano quotidianamente una carenza di personale tale da provocare la drastica riduzione dei servizi al pubblico e seri rischi per l’esercizio della tutela, con l’aggravante delle enormi difficoltà seguite all’ennesima riorganizzazione degli Uffici.

La colossale bagarre, artatamente messa su, consiste nel fatto che questo Governo, mentre continua a indicare quello della cultura come il vero settore strategico attraverso il quale è possibile rilanciare l’economia del Paese, non prevede nuove assunzioni né tanto meno lo stanziamento di risorse adeguate e neppure la risoluzione di criticità di per sé banali ma con gravi ricadute per i lavoratori come la regolarità nel pagamento dei compensi.

Se questa è la linea politica con cui il Governo Renzi intende dare risposte ai lavoratori, l’interrogativo è d’obbligo: questa volta è toccato al personale del Mibact. E la prossima volta per chi suonerà la campana ?

Senza dimenticare ed è utile ricordarlo, che iniziative analoghe avvengono in tutti i paesi d’Europa, cito il caso dei lavoratori della National Gallery di Londra, in mobilitazione da diversi mesi contro la privatizzazione dei servizi, o i lavoratori della Tour Eiffel a Parigi, che l’anno scorso hanno chiuso per ben tre giorni il monumento più visitato di Francia senza che a nessuno degli esponenti politici o dei media di questi paesi sia venuto in mente di mettere in discussione uno dei diritti fondamentali dei lavoratori.

I giornali (e le televisioni) traboccano di indignazione per il “fattaccio” Colosseo ma in questi giorni la classe politica ha parlato di beni culturali solo  per modificare, in tutta fretta, un diritto di chi lavora utilizzando in modo assolutamente demagogico la chiusura per tre ore del sito capitolino senza fare distinzioni tra lecito ed illecito.

Scandalosamente inutile stare li a ricordare che già da tantissimo tempo, anche coloro che sino all’altro giorno non erano compresi nella categoria dei “servizi essenziali” hanno sempre svolto il loro lavoro equiparandolo al difficile lavoro delle categorie lavorative più esposte come la scuola, la sanità, la giustizia, la forza pubblica, ricambiati però, da anni, con insulti dei politici e contratti, carriere, stipendi da fame e per di più, bloccati da sei anni (e non si sa ancora quando verrà recepita la determina sullo sblocco dei contratti della Consulta).

I nostri non certo “illuminati” imprenditori del secolo scorso erano riusciti a realizzare che se tratti male o denigri la forza lavoro, prima o poi questa tenderà a svolgere le proprie mansioni senza motivazione; lo aveva ribadito Pietro Micheli, dimessosi qualche tempo fa dopo essere stato chiamato da Brunetta a riformare la pubblica amministrazione, che sbatté la porta affermando che non si potevano fare riforme solo con i tagli e insultando gli attori principali di una riforma del pubblico impiego cioè i lavoratori.

Se e ribadiamo se, tutte le dichiarazioni fossero state fatte in chiara buona fede, ci saremmo aspettati discorsi del tipo “se ci sono state irregolarità o comportamenti censurabili o sanzionabili lo si faccia, ma basta con le generalizzazioni e gli attacchi ai lavoratori ed alle lavoratrici del pubblico impiego”. Invece dagli addosso a quei fannulloni del settore beni culturali “difesi” dai sindacati.

La disorganizzazione degli uffici, i ritardi, la forte burocrazia, il lassismo e la corruzione sono dovuti alle gestioni clientelari delle strutture pubbliche sia  a livello centrale che locale, volute e  funzionali ai partiti ed alla cattiva politica, spesso e volentieri in accordo con le lobbie di potere che premono per privatizzare in modo univoco e selvaggio.

Inutili o se volete fastidiose (per alcuni politici), sono state in questi anni le denuncie delle storture e delle inefficienze del Dicastero culturale che contemporaneamente penalizzava i cittadini per la scarsa qualità dei servizi ed i lavoratori abbandonati, demotivati e lasciati, senza una vera guida, alla lodevolissima iniziativa e coscienza personale.

E adesso la politica non può certo cavarsela con la criminalizzazione e denigrazione dei lavoratori con decreti che limitano diritti irrinunciabili.

Avete mai ascoltato, invece delle urla di manzoniana memoria “dagli allo statale”, un politico che si impegna per attivare un processo di assunzione e qualificazione di personale da inserire nel MIBACT, così da ottenere la soddisfazione dell’utenza o la trasformazione di una dirigenza servile e inconcludente in una figura dinamica, collaborativa e decisionale?

A proposito di dirigenti spiegatemi una cosa: invece di reperire professionalità esterne al Ministero, non era più redditizio mettere sotto pressione, utilizzandole, le figure dirigenziali già nel libro paga del dicastero culturale?

Questa si che è una vergogna e non la riunione sindacale dei lavoratori del Colosseo che protestavano per la mancanza di personale. Invece di nominare i 20 top Dirigenti con retribuzioni da 175.000 euro, perché non si sono assunti 1.000 indispensabili “addetti alla vigilanza” a 17.000 euro all’anno ?

Ah si, scusate! Tutto questo avrebbe voluto dire stravolgere equilibri politici che comportano poi un lavoro di cuci e scuci troppo impegnativo per essere affrontato.

Il peccato originale del pubblico impiego, purtroppo, è quello di essere costitutivamente sottratto a qualunque logica economica. Infatti, quando un servizio viene “offerto” con la forza, come avviene con i servizi statali, si perde completamente la misura del suo valore e il riconoscimento di innegabili eccellenze.

E sono proprio queste eccellenze che si sentono umiliate da un meccanismo salariale e di carriera che li tratta come soldatini, tutti uguali e intercambiabili: quando uno fa guai alla peggio lo si trasferisce, quando uno si mette a fare altro può mantenere il posto in aspettativa per anni (tanto uno vale l’altro), quando c’è da assumere si fanno delle asettiche graduatorie nazionali, senza la minima considerazione delle individualità. E tutti si progredisce in stipendio allo stesso ritmo, tutti uguali, senza distinzioni.

Se il duo Renzi – Franceschini continua così, andrà sempre peggio e sarà ulteriormente più difficoltoso continuare ad usare i dipendenti della cultura come bassa manovalanza senza aspettarsi reazioni forti.

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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