L’ultimo libro di R. Russo sul celebre certame “La Disfida di Barletta fra storia e mito”

Disfida

Ieri Renato Russo, presso la scuola media “E. Fieramosca”, diretta dal preside prof. Francesco Messinese, ha presentato la sua ultima monografia sul celebre certame, dal titolo LA DISFIDA DI BARLETTA FRA STORIA E MITO, 44 pagine riccamente illustrate da vivaci acquerelli di Antonella Palmitessa. La stessa scuola presso la quale, nel lontano 1993, presentò il suo primo libro sulla disfida. Ma questo è un testo diverso, perché fa parte della recente collana dei testi illustrati, a colori, (22×22), pensati e pubblicati a beneficio dei ragazzi delle nostre scuole.

 

 

Il contesto

 

Il testo non è stato scritto solo a beneficio degli alunni delle scuole, ma anche dei comuni lettori, perché, narrato col consueto stile affabulatorio, è però storicamente molto circostanziato nella ricostruzione dei fatti. I quali, partendo da una vicenda apparentemente minore, come un comune certame, e localmente circoscritta ad un modesto comprensorio territoriale, viene però riletta dall’Autore sullo sfondo di un più ampio scenario, la guerra che, fra il 1500 e il 1529, insanguinò l’Italia per quasi trent’anni, una guerra combattuta fra Francesi e Spagnoli, con la partecipazione di milizie italiche mercenarie che, in quella circostanza, si emendarono dal loro atavico servaggio e palesarono il loro antico valore. E questo è il significato più emblematico della Disfida, a onta dei tentativi di giudicarla riduttivamente come il banale epilogo di una sbronza collettiva consumata in una sordida cantina. “La prima fiammella di italianità – dirà il d’Azeglio – nel buio di un’Italia divisa ed oppressa”.

In un’epoca nella quale la monarchia francese era consolidata ormai da secoli, quella spagnola era in via di formazione proprio durante quella guerra in danno del nostro suolo, del Regno del Sud, e della Puglia in particolare. Guerra nella quale Barletta, per il suo porto, i suoi commerci e i suoi cospicui granai, era la preda più ambita.

Ed è sullo sfondo di questo scenario che l’autore sviluppa la ricostruzione della storia della Disfida, e non lo fa con le armi del più sofisticato accademismo storiografico, ma con un linguaggio piano e coinvolgente, corredato da una molteplicità di immagini.

E infatti anche questo libro, come gli altri della stessa collana dedicato agli alunni delle nostre scuole, è stato scritto con intento divulgativo, sia per una più facile comprensione dell’evento, e sia per raggiungere il maggior numero di lettori, piccoli e grandi, vicini e lontani. Ed è stato perciò scritto con semplicità narrativa perché i ragazzi possano condividere la storia di quei personaggi e provare le stesse emozioni. E in realtà questa è l’aspirazione più grande di Renato Russo quando scrive un libro di storia per ragazzi, quella di portare per mano i giovani lettori nel tempo e nei luoghi del racconto, perché essi pure – come in una rappresentazione cinematografica – ne siano coinvolti rivivendolo insieme ai suoi protagonisti.

Tra le due strade, dunque, nella esposizione del celebre episodio, l’autore preferisce quella divulgativa a quella freddamente scientifica, perché resti così più durevole traccia nel ricordo dei giovani lettori. E tuttavia, abbiamo detto, nel contemperamento delle due esigenze, quella della piacevolezza narrativa, non disgiunta da una rigorosa ricostruzione dei fatti.

Tanto per esemplificare. Quando Russo, all’inizio del libro, presenta il giovanissimo Ettore Fieramosca, l’eroe della nostra storia, certo lo fa con un tocco di suggestione descrittiva, ma non manca però di precisare, sia pure in maniera alquanto sobria, una puntuale cronologizzazione degli eventi, raccordandoli col loro tempo.

Nato nel 1477, paggio dal 1489 presso la corte di re Ferrante, nel 1493 avviato alla carriera militare, l’anno dopo Ettore è capitano di una compagnia di arcieri apprestatagli dal padre, con la quale si distingue nella battaglia di Seminara (in Calabria) nel 1495 e così via; caposcorta nel 1500 dell’ultimo sovrano aragonese Federico d’Aragona scortato in esilio nel Maine (in Francia), in difesa di Capua e infine ingaggiato da Prospero Colonna nella sua campagna militare del 1502 a Barletta, dove a febbraio dell’anno dopo guiderà la sua squadra di cavalieri alla vittoria sul campo di Sant’Elia, fra Andria e Corato.

 

 

L’immaginazione di chi legge

 

Ecco allora il lavoro compiuto dall’Autore, il tentativo di far rivivere quella storia su un immaginifico palcoscenico allestito per noi spettatori, piccoli e grandi, sui quali accendere le luci per dar vita alla scenografica rappresentazione coi suoi personaggi, fino allora assopiti entro le pagine ingiallite di vecchi libri impolverati, che l’autore fa rivivere a beneficio dei suoi lettori. La vita e la morte racchiuse nello spazio di un breve episodio, la storia di un certame che si allestisce in un mese e si consuma in un’ora, e nel mezzo, passioni, successi, sconfitte, brame represse da un agguato inatteso e destini che si incrociano all’ombra di una guerra per la conquista di un ambito territorio, la nostra terra, le nostre città, Barletta su tutte.

Ed ecco una storia, ormai oscurata dagli anni, riaccendersi di vita. L’immaginazione di chi legge, come quella di chi scrive, può fare di questi miracoli, e ogni volta che un lettore aprirà questo libro, come in un film, vedrà scorrere davanti a sé le tumultuose vicende di quel tempo e il destino dei suoi personaggi in mille mutevoli modi districarsi, e se l’atmosfera si arroventerà per le archibugiate troppo ravvicinate di una battaglia, schiverà i colpi voltando repentinamente pagina, a suo piacimento andando avanti e indietro nel corso del tempo e dei luoghi raccontati.

 

 

Il libro e la sua barlettanità

 

Nel rispetto della ricostruzione storica dell’evento e alla ricerca di una amabilità narrativa, l’autore non perde però di vista i luoghi e i simboli della sfida nella sua barlettanità, perché luoghi e simboli sono ancora presenti in mezzo a noi e la loro corporeità contribuisce a rendere più vivo e coinvolgente il suo racconto. Già il libro si apre infatti con una antica veduta di Barletta in una stampa del Cinquecento. Per poi inoltrarsi fra le stradine di una ricostruzione topografica della città, dove sono raffigurati i principali monumenti di quel tempo: le chiese di S. Maria Maggiore, Sant’Andrea, Santo Sepolcro, S. Giacomo, Sant’Agostino; poi le sette porte della città, la fitta rete stradale e il maestoso castello.

Purtroppo, di militi barlettani, alla Disfida, neanche l’ombra, ma numerosi sono i personaggi residenti in quei mesi nelle nostre città e nelle vicine contrade, che domineranno la scena militare nazionale nei successivi trent’anni. Per parte spagnola, ospiti in case patrizie di Barletta, Consalvo da Cordova, Pedro Navarro, don Inigo Lopez, Guido de Mendoza, Nunno de Matta; per parte italiana i cugini Prospero e Fabrizio Colonna, Bartolomeo d’Alviano, Ettore Fieramosca e i suoi prodi cavalieri. Delle milizie francesi, acquartierate nei comuni limitrofi, il vicerè di Francia duca d’Armagnac, i generali D’Aubigny e Lapalisse, il famoso campione Pierre du Terrail detto il Baiardo. Degni di essere menzionati anche i ventisei cavalieri, i nostri innanzitutto, ai quali l’Autore ha conferito spessore, riportandone nomi e scudi, rappresentandoli in numerose illustrazioni: all’atto dell’incontro col Fieramosca, poi col Gran Capitano che li passa in rassegna all’interno del Castello. E nel giorno della sfida, in occasione del giuramento presso le chiese S. Domenico a Barletta e S. Riccardo ad Andria. E poi nelle animatissime sequenze della sfida e in quelle finali del loro rientro vittorioso intra moenia attraverso le vie della città illuminate da fuochi e fiaccole, fra due ali di popolo, nell’assordante suono delle campane, in mezzo al clamore delle trombe, pifferi e tamburi, fra il variopinto sventolio di bandiere, vessilli e gagliardetti.

Al termine della ricostruzione del certame vittorioso, l’Autore lascia, nel libro, a beneficio dei lettori, piccoli e grandi, un inventario di testi stampati sulla sfida nel corso degli ultimi cinque lustri. Quanto ai luoghi, perché del certame si abbia piena consapevolezza dell’evento storico, al di là delle nebbie in cui è avvolto il suo risvolto mitico, sono riprodotti i ruderi della chiesa della SS. Trinità su via Cialdini, il vicino convento dei Celestini, il monumento alla disfida fra Andria e Corato, l’interno della Cantina e della chiesa di S. Domenico (il luogo del Consiglio Comunale), la casa privata abitata da Consalvo da Cordova su via Duomo lungo la cui dorsale si ramificano oggi le vie dedicate ai tredici cavalieri. Eroi per una breve stagione, e sia pure, per un giorno o per un’ora, poco importa, eroi con le loro passioni e i loro rancori, miserie e nobiltà di cavalieri di ventura, e il loro rutilante cozzare delle armi sul campo di una sfida vittoriosa. A noi posteri preservarne la memoria dalla insidia della dimenticanza.

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