Ricordo di Giuseppe Dicuonzo a vent’anni dalla scomparsa

Giuseppe Doronzo

Quando se ne andò improvvisamente, vent’anni fa (il 22 novembre 1998), Pino aveva poco più di quarant’anni. Quando si ricorda un amico scomparso, nel vigore della sua vitalità, non si sa da dove cominciare. I ricordi si affollano nella mente alternando momenti esaltanti ad altri meno felici, o più semplicemente vissuti lungo l’arco di una ordinaria quotidianità, che al consuntivo di una vita, delineano la ricostruzione di una esistenza vissuta troppo in fretta, spezzata prematuramente e bruscamente dalla ineluttabilità di un destino tanto ingiusto quanto crudele.

Negli ultimi tempi, a pensarci bene, a molti amici era parso un po’ affaticato e con qualcuno degli intimi se n’era anche lamentato; ma era solo un attimo, perché subito dopo pensava ad altro; alla prossima scadenza, all’imminente impegno, alla successiva battaglia congressuale.

Per la salute non trovava mai tempo, tanto, a quell’età ci si sente forti e invulnerabili, e non ti sfiora il timore che la morte possa appostarsi in agguato alle tue spalle, per affilare la falce e poi, a tradimento, con un sol colpo, secco e spietato, reciderti la vita.

I tanti amici che Pino aveva, serbano ancora il ricordo di un giovane simpatico e dinamico, esuberante e pieno di vitalità.

La voce della sua scomparsa, fra incredulità e sgomento, si sparse in un baleno, nelle prime ore di una autunnale domenica grigia e scura, resa ancora più triste e melanconica da una pioggia battente che da giorni non dava tregua.

In chiesa, una folla strabocchevole per ascoltare le parole dell’officiante che, durante l’omelia, svelò retroscena di umana simpatia per il parrocchiano che, pur lontano da uno zelo testimoniale, restava tuttavia fortemente legato alla comunità e ai suoi problemi.

Di Pino Dicuonzo restano tanti ricordi, maturati nel corso della sua esperienza di politico e di amico, due aspetti indivisi di una stessa personalità, di un medesimo modo di essere, perché i suoi rapporti con i compagni del proprio partito, come con gli esponenti delle altre forze politiche, erano sempre improntati a lealtà e franchezza, qualità che ne semplificavano gli incontri e ne sdrammatizzavano gli scontri, attenuati da un frizzo o da un lazzo, che era il suo modo schietto e spontaneo per ridimensionare l’asprezza di un contrasto.

Nella nostra comune e pur lunga esperienza politica, non ricordo che i nostri rapporti siano mai stati guastati da un litigio e neppure sfiorati da un’incomprensione; allo stesso modo credo i suoi rapporti siano stati buoni anche con la maggior parte dei suoi interlocutori, a prescindere dal loro colore di appartenenza o dalla fede politica professata.

Qualità acquisite alla scuola della vita, ma temprate dal carattere, perché – virtù rara per un politico – Pino era anche modesto, disdegnando di atteggiarsi a leader, anche se capo-popolo lo era diventato veramente nel corso dei suoi vent’anni di militanza politica, non nei verticistici conciliaboli delle segreterie politiche o nella rarefatta atmosfera dei circoli intellettuali, ma per strada, nei quartieri periferici come nelle piazze cittadine, sempre in mezzo al popolo, attraverso un quotidiano assiduo contatto con la gente di ogni estrazione sociale.

Come capo politico era un pragmatico infaticabile, un animatore indefesso, un incorreggibile ottimista, che trovò la sua stagione più esaltante nelle amministrative del 1990, quando, in quella tornata elettorale, il Partito Socialista di Barletta affiancò la Democrazia Cristiana conseguendo 13 seggi, ma con un sensibile numero di consensi in più, per cui, al tavolo delle trattative, nel rispetto delle intese pre elettorali, la carica di sindaco fu attribuita al partito che aveva raccolto più suffragi e – nell’ambito di questo – al suo consigliere più suffragato, lui, Pino Dicuonzo, con oltre 4.000 preferenze.

Anche la sua esperienza sindacale, come quella dei sindaci che lo avevano preceduto e di quelli che ancora dopo di lui lo seguiranno, non fu lunga, non si protrasse per tutto il tempo del mandato, e tuttavia, nel tempo che occupò la poltrona di primo cittadino, Pino non cambiò carattere e umore, come sovente è accaduto ad altri prima e dopo di lui, ma continuò a tenere lo stesso atteggiamento verso la gente, volitivo e ottimista, mostrandosi sempre cordiale e disponibile con tutti. Poi sopraggiunse la stagione del brusco avvicendamento dei primi anni Novanta, che spazzò via gran parte dei vecchi apparati di partito e molti dei suoi protagonisti, a livello nazionale come a livello periferico e locale, e sulla scena si affacciarono volti nuovi e linguaggi diversi.

Pochi sopravvissero alla bufera che, nel giro di pochi anni, cancellò gran parte della vecchia dirigenza e la quasi totalità dei suoi uomini più rappresentativi. Fra questi pochi superstiti fu Pino Dicuonzo che, pur nella turbolenza dei cambiamenti e ripartendo dalle retrovie, come l’ultimo degli attivisti, sorretto dalla sua incrollabile passione  politica, riuscì a dare ancora il suo entusiastico contributo propositivo, ma soprattutto operativo. Perché Pino era innanzitutto un grande infaticabile combattente, e durante le campagne elettorali, il terreno preferito delle sue battaglie politiche, la sua presenza era costante e galvanizzante e il suo confronto, con gli amici come con gli avversari, sempre aperto e leale, e il suo apporto all’azione, cospicuo e determinante. Proprio come stava accadendo per il progetto che, con lo slancio e l’entusiasmo di sempre, Pino aveva intrapreso negli ultimi tempi, quello di ricompattare i vecchi compagni socialisti.

L’iniziativa era a buon punto, anche se, per una tragica ironia della sorte, avrebbe avuto il suo amaro epilogo proprio attorno alla sua bara dove, per l’estremo saluto, si erano ritrovati tutti i compagni di un tempo, anche gli antichi avversari che nell’imminenza di una tanto attesa riconciliazione, avrebbero forse ricostruito attorno a lui una unità non fittizia ma autentica, una unità proiettata su un futuro ricco di incognite, e tuttavia ancora una sfida che valeva la pena di essere combattuta.  Oggi, a distanza di vent’anni, restano solo i ricordi di una stagione ormai irrimediabilmente lontana.

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