Il ricordo di don Gino Spadaro a dieci anni dalla scomparsa

11 agosto 2006. Sono passati dieci anni da quella tristissima giornata e i ricordi affiorano alla memoria con grande nitidezza. Quando lo vedemmo adagiato nella bara ai piedi dell’altare dal quale per tanti anni aveva infervorato i cuori e le menti dei suoi affezionati parrocchiani, ancora una volta si riaffacciò alla mente l’eterno mistero della morte… Sì, lì, adagiate per terra, erano le sue inanimate spoglie mortali, ma ci confortò la consapevolezza che il vero don Gino non era morto, perché il vero don Gino era ancora fra di noi, in mezzo a noi, dentro di noi, perché il suo vero sorriso, la sua parola, i suoi gesti, la sua cultura, l’aveva trasmessa nei nostri cuori, nei lunghi anni della nostra frequentazione. E così è stato in questi dieci lunghi anni senza di lui. Se ci è mancata la sua presenza, il suo spirito ha continuato però a rivivere dentro di noi, come in tutti coloro che lo conobbero, lo amarono, lo apprezzarono e conserveranno negli anni sempre vivo il suo ricordo e il suo insegnamento.
Quanti ricordi si affacciano alla mente… Quella volta, in occasione di un Giovedì Santo, durante una visita ai Sepolcri, in S. Andrea, ci spiegò, col suo linguaggio da esperto ma semplice al tempo stesso, le scene di alcuni quadri famosi, come la Madonna del Vivarini; per poi soffermarsi sull’organo della chiesa da poco restaurato.
La “sua” chiesa, si sa, era S. Andrea, alla quale era molto legato; un legame forte con il quartiere, con le sue pietre e la loro storia, con i parrocchiani, specialmente con i giovani. Già, le sue prediche a S. Andrea, immediate e dirette… Avevi subito la percezione che non ci fosse alcun distacco fra lui e i fedeli che ascoltavano, perché era come se dialogasse singolarmente con ciascuno, e ognuno recepiva questo suo messaggio personale e diretto, nel suo sguardo che s’illuminava di gioia, di una gioia che ti voleva partecipare, dalla quale ti sentivi coinvolto. E questo suo modo di dialogare era anche il modo di interloquire con i giovani della sua parrocchia e della sua scuola. E i giovani furono i primi ad accorrere al momento del suo trapasso; e in S. Andrea si ritrovarono, orfani e addolorati, ognuno chiuso nella propria composta sofferenza.
Spesso don Gino ci veniva a trovare, alla Rotas, che ha avuto il privilegio di pubblicare le sue carte; non tante, perché i molti impegni gli lasciavano poco tempo, ma si trattasse di un testo o di un articolo, di una relazione o di una semplice preghiera stampata sul retro di una figurina, don Gino era sempre molto esigente. Correggeva, variava, rifiniva, ritoccava e non mancava, talvolta, di addentrarsi in dotte citazioni. Così egli non ci ha lasciato solo l’esempio di sé e della sua vita, ma anche il suo ricordo attraverso alcune opere importanti per la nostra cultura, come i sei volumetti intitolati Il Genio della mia terra.
Nell’ultimo incontro, nella sacrestia della Cattedrale, in occasione della presentazione del sesto volumetto, ormai smagrito, ma sorretto egualmente da una grande vitalità intellettuale, ci comunicò che aveva finalmente terminato il suo ultimo lavoro, al quale teneva particolarmente, una monografia sulla chiesa del Purgatorio che avrebbe voluto pubblicare in autunno. Chissà, forse un auspicio che si realizzerà entro l’anno.
La Madonna – diceva – mi ha concesso fin qui tante dilazioni… Sperava che gliene concedesse ancora un’altra. Ma questa volta la Madonna, che tante volte egli aveva raccontato amorevolmente nelle sue conversazioni, non lo aveva ascoltato e se lo era portato con sé in cielo.
La sofferenza per la sua malattia, un esempio inimitabile sul quale per pudore non ci soffermeremo. Eppure come non ricordare la delicatezza che usava quando ti incontrava per non metterti a disagio; spesso ci scherzava su e talvolta sembrava quasi volersi scusare con te per averti involontariamente procurato un dispiacere. Allora cercava di sdrammatizzare le sue condizioni di salute, magari con una battuta, condita di ottimismo e di speranza, un po’ per darsi forza e un po’ per darne anche a noi, che spesso restavamo muti, non sapendo trovare che parole di circostanza.
In Cattedrale, per l’ultimo saluto, una folla strabocchevole, e quanta commozione poi alla lettura del suo testamento nel quale ancora una volta seppe raggiungere il nostro cuore direttamente, con spontaneità e semplicità, ma al tempo stesso con quanta profondità di fede e di speranza.

A cura di Renato Russo

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