Registro Unioni Civili: Tensione tra Curia e Amministrazione Cascella

La questione al centro dello scontro ( apparente) tra Legge e Morale

Il rapporto di contrapposizione tra Stato e Chiesa dura ormai da molti, moltissimi anni, e non solo a  livello di governo centrale, ma anche nelle singole comunità e autonomie locali. Chiaro esempio di questa “strenua lotta” tra Chiesa e Pubblica Amministrazione lo possiamo trarre dagli avvenimenti che circondano la decisione dell’amministrazione comunale di istituire il registro delle Unioni Civili, vicenda che ha scatenato un acceso dibattito tra i favorevoli e i contrari. Tra questi ultimi, ovviamente, troviamo la curia e le associazioni cristiane.

Se si dovesse seguire la morale cattolica, risulterebbe ovvio che con l’istituzione di queste “unioni civili” si avrebbe, usando le parole del Presidente Diocesano Antonio Citro, “un’immagine istituzionale di un matrimonio “annacquato”, ritagliato a misura di chi vuole per sé diritti che competono alla famiglia, pur non assumendo i medesimi doveri”.

L’importanza, la centralità nella dottrina cristiano-cattolica del matrimonio quale unione di anima e corpo tra uomo e donna e passo fondamentale per l’istituzione del nucleo famigliare è un dato di fatto. E se il nostro fosse un paese in cui la religione è legge, non ci sarebbe alcun problema (o quasi).

Tuttavia, sempre traendo spunto dalla Costituzione, la nostra legge non mira nella maniera più assoluta ad esprimere un giudizio prettamente morale, ma a stabilire diritti e doveri dei cittadini, garantendo loro, nei limiti consentiti dal bene comune (che non va assolutamente confuso con il Bene di stampo moralistico), libertà di autodeterminazione.

Il punto fondamentale della questione, in realtà, sta proprio nella contrapposizione tra un caposaldo del Cattolicesimo e il sopravvenire di nuove esigenze da parte della popolazione, i cui bisogni sono in continuo mutamento. Realtà che molti definiscono “nuove” (e che invece sussistono quasi da sempre, sebbene meno in vista) cercano un proprio posto dell’ordinamento, un vero e proprio riconoscimento che permetta, a chi non vuole o non può contrarre il matrimonio, di poter comunque creare un proprio nucleo famigliare e ricevere la stessa tutela assicurata a chi si assoggetta alla disciplina del matrimonio concordatario o semplicemente civile.

È ovvio che la disciplina delle unioni civili è in pratica un palliativo, un argine alla totale mancanza di tutela legislativa che, come giustamente afferma l’Associazione Rinnovamento nello Spirito Santo, rischia di creare troppe poche tutele e troppe facili scappatoie.

“ Vi è dunque una netta differenza tra il matrimonio (religioso o civile) e l’unione civile – ha affermato l’Associazione nella sua nota stampa – dato che nel primo caso i coniugi, all’atto del matrimonio assumono, come si è detto, dei precisi doveri, che permangono anche in caso di separazione, mentre nell’unione civile è sufficiente interrompere la coabitazione per vedersi liberati da qualsiasi obbligo di assistenza verso il partner”.

Forse figlia di un tentativo di conciliare la necessità di una regolamentazione con le ferree convinzioni religiose, la disciplina del registro delle unioni civili presta il fianco alle critiche, e questo di per sé sarebbe anche salutare, se non fosse che le critiche, tutt’altro che costruttive, sono basate su convinzioni granitiche che negano una realtà già totalmente formata, attualmente in attesa della tutela che spetta a tutti i fenomeni, vecchi e nuovi, che compongono la vita civile.

E se si è dovuti giungere al punto di proporre una disciplina che “scimmiotta” quella del matrimonio, è anche colpa di chi cerca di combattere ciò che sta accadendo a colpi di preconcetti e dogmi immutati e immutabili, fin troppo spesso nemici del naturale progresso delle società civili.

Stabilendo una disciplina per chi, secondo l’attuale ordinamento e la morale cattolica, non può per qualsivoglia motivo contrarre regolare matrimonio, non è assolutamente un tentativo della Legge di imporsi sul piano della moralità, ma è semplicemente la risoluzione di una pericolosa lacuna che ha già portato a numerosi problemi in sede giudiziale.

Non è intenzione del legislatore mutare i canoni della morale quanto non lo è stravolgere l’educazione e le ideologie di chi aderisce ad un particolare credo religioso. La sola intenzione della Legge è (o meglio, dovrebbe essere) quella di concedere a tutti di potersi esprimere liberamente NEL RISPETTO DELLE IDEOLOGIE ALTRUI, senza che questo diventi pretesto per futili scontri e puerili rivendicazioni, il cui solo risultato è quello di inasprire le ostilità tra due istituzioni (ovvero Stato e Chiesa) che, almeno sulla carta, dovrebbero condividere il medesimo scopo: quello di sostenere, tutelare e aiutare tutti gli uomini, indipendentemente da sesso, razza, orientamento politico e sentimentale.

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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