Recensione: “Locke”

“One man show” abulico e costruito

Titolo originale: Locke
Regia: Steven Knight
Interpreti principali: Tom Hardy
Genere: drammatico
Durata: 90 minuti
Valutazione: Gold-star-graphic_(1)Gold-star-graphic_(1)half star

936712_414916258615871_1809569927_nPartiamo da un assunto fondamentale. A opere come “Locke” si riconosce, con una fin troppo puntuale regolarità, la ricerca di un futuribile progressismo del linguaggio. Le si osanna per la particolarità della forma, perché antitesi del fracasso di certo cinema moderno. Si pensa, erroneamente, che per imprimere l’ “umano” su celluloide basti un primo piano di un paio d’ore. Perché Locke è film certamente pulito, esteticamente accattivante per piccola parte del pubblico pagante e buona parte della critica di settore, proprio in quanto volutamente spoglio. “Locke” è il postmoderno al cinema, una “boutade” vestita da dramma psicologico, un ironico e sfacciato ghiribizzo che tenta di giustificare in se stesso genesi e svolgimento del dramma. E’ la corsa a uno sperimentalismo invadente ed esasperante, un film che cerca di coprire con vesti logore una sceneggiatura fallace e incompleta.

Ivan Locke, protagonista indiscusso della vicenda (perché unico attore presente), si vede costretto da un repentino susseguirsi d’eventi di cui viene a conoscenza mentre è al volante della propria auto, a rivalutare le proprie priorità e a decidere, letteralmente, quale strada imboccare nel prosieguo della propria esistenza. Ad interrompere le frequenti telefonate con cui il personaggio si relaziona al mondo esterno, alcuni dialoghi immaginari di Locke col defunto padre, reo di averlo abbandonato in gioventù. La resa del soggetto si fa purtoppo ben presto traballante, perdendo di credibilità di minuto in minuto. L’assurdità non è affatto legata allo sviluppo, peraltro fin troppo lineare, dell’intreccio, ma alla penuria di realismo e originalità del dialogo. E in questa sciatta dissoluzione, “Locke” cede forse alle lusinghe del cinema di Cronenberg, finendo per naufragarvi perché appesantito dalle proprie ambizioni.

La regia è al contrario attenta e misurata, e ha l’indubbio merito di essere occhio vigile più che invasiva cinepresa, nel solco di un racconto di matrice esistenziale, diretto a spiegare l’inspiegabile nella dimensione di una ritrovata razionalità. E’ però infelice la scelta d’affidare i panni di Ivan Locke a Tom Hardy, attore dall’indiscutibile talento scenico, ma poco adatto alla costrizione insita nel ruolo interpretato. L’americano (lo ricordiamo, per i profani, nei panni di “Bane” in “Batman: the dark knight rises” ) ha ampiamente dimostrato come le sua indiscusse capacità recitative possano esprimersi solo in contesti che ne esaltino la peculiare espressività fisica. Non è un caso che le più grandi prove del nerboluto attore Hollywoodiano coincidano con ruoli dall’alta teatralità quali il celeberrimo e temuto protagonista del grottesco “Bronson” (2008, per la regia di Nicholas Winding Refn) e l’ex marine Tommy Conlon nel commovente “Warrior” (2011). Ad amplificare ulteriormente i demeriti della pellicola è un doppiaggio italiano decisamente non all’altezza, capace di rendere le vicende narrate ancora meno convincenti di quanto non lo siano già.

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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