Recensione: “A proposito di Davis”

Ritratto di un giovane “vecchio” alla ricerca di se stesso

 

Titolo originale : Inside Llewyn Davis

Regia : Joel e Ethan Cohen

Interpreti principali : Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman

Genere: drammatico

Durata : 105 minuti

Valutazione: Gold-star-graphic_(1)Gold-star-graphic_(1)Gold-star-graphic_(1)

a-proposito-di-davis_coverParlare dei Cohen vuol dire abbracciare l’intera loro produzione cinematografica perché ,come molti artisti, i due fratelli originari del Minnesota vivono di auto-contaminazioni e di riferimenti più o meno espliciti ad opere precedenti. “A proposito di Davis” è un film finito. E con finito, si badi, non si intende dare un giudizio sulla qualità narrativo-recitativa, ma sulla ermetica caratterizzazione dell’intreccio. Il “pugno” iniziale incassato da Davis è solo un assaggio del crudo “viaggio” compiuto dal protagonista, giovane cantante Folk costretto ai limiti del vagabondaggio dalle difficoltà economiche. E’ un incipit e un explicit di un’efficacia ai limiti del paradosso. Perché paradossale è il considerare come nell’ostentata circolarità della trama si palesi il difetto più eclatante della pellicola. Nella ripetizione ossessiva di luoghi e volti si trova la vera cifra del film, che metaforicamente sottende al patimento fisico del viaggio il più ampio valore di una crudele odissea, ornata da tristi e inutili ghirigori relazionali.

Facce e luoghi si ripetono senza soluzione di continuità, in una spietata e plumbea farsa. Davis si muove in un mondo ovattato, ripetitivo, lungo e largo quanto il vuoto del suo stanco peregrinare. Un disegno beffardo, in cui le distanze si annullano e i chilometri in automobile sono brevi quanto un respiro, e pesanti quanto un pensiero.

 Nel risultato ottenuto, un ruolo vitale è stranamente e meritevolmente ricoperto dalla scenografia e dai contenuti più puramente estetici. La scala cromatica adottata, infatti, ci offre ogni possibile e immaginabile variazione delle tonalità del grigio e del bistro, spezzati unicamente dal bianco delle nevicate. Quasi come se i Cohen volessero suggerirci che Il suo ossessivo girare su se stesso sia oramai tipico anche di una condizione psicologica, oltre ad essere figlio della realtà fenomenica e del triste susseguirsi degli eventi. Quanto più Davis si allontana dallo squallido bar in cui si esibisce, tanto più è costretto a farvi ritorno. Il tutto è accompagnato dallo sfacciato bisogno dei Cohen di nutrirsi della propria poetica, e di mettere in scena personaggi di una singolarità ai limiti del surrealismo.  Il film ha il limite, evidente, di potersi considerare racchiuso in un’inquadratura. Davis è infatti un perdente, ma lo è, senza esitazioni di sorta, in modo insistito e sproloquiato.

Il suo è un vivere sospeso e colpevole; il credere di percorrere una strada senza muoversi affatto. Nel suo forzato sorriso finale, condito dal sapore del sangue, si chiude (o si apre ?) il sipario e insieme si compie il senso più intimo del film. Ed è forse chiedere troppo allo spettatore, questo sterile e affannoso arrancare per cogliere le sfumature tra il patetico e il miserabile.

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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