16 marzo 1978: il rapimento di Aldo Moro e il martirio di cinque uomini

Aldo Moro

Quelle del marzo 1978, che fecero da preludio al rapimento di Aldo Moro, erano giornate quasi primaverili. I ragazzi andavano a scuola già pregustando le imminenti vacanze pasquali, mentre nei bar di tutta Italia si discuteva animatamente della faticosissima vittoria nel mercoledì di coppa da parte della Juventus su quel poco che restava del grande Ajax del calcio totale (la vendetta olandese giungerà purtroppo qualche mese dopo ai mondiali d’Argentina).

A quei tempi le radio trasmettevano quasi non-stop “Gianna” di Rino Gaetano, “Tu” di Umberto Tozzi o “Un’emozione da poco” di una giovanissima e trasgressiva Anna Oxa. Brani di tanto in tanto interrotti dall’inconfondibile sigla fischiata del GR2 in edizione straordinaria che annunciava l’ennesima azione criminosa da parte di Prima Linea, dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e soprattutto delle Brigate Rosse, in quella che nell’Italia della seconda metà degli anni Settanta era diventata una drammatica routine, se si pensa che nel solo 1977 gli agguati a sfondo di terrorismo politico furono oltre duemila.

Ma il radiogiornale delle ore 9.20 di giovedì 16 marzo 1978 non annunciava il “solito” attentato ai danni di qualche magistrato, industriale, giornalista o militante politico. Questa volta le BR avevano alzato decisamente il tiro puntando dritto “al cuore dello Stato” e sequestrando il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, in quel periodo il politico sicuramente più importante d’Italia e tra i più influenti in Europa.

La strage

L’agguato ebbe luogo alle ore 9.00 circa presso l’incrocio tra Via Mario Fani e Via Stresa nel quartiere romano del Trionfale con un’azione fulminea e spietata, oltre che organizzata nei minimi particolari, se si pensa che nella notte erano state tagliate le gomme ad un fioraio ambulante che era solito stazionare in zona. Sotto la tempesta di fuoco scatenata dai terroristi caddero l’autista di Aldo Moro, Domenico Ricci, il suo fido capo-scorta Oreste Leonardi e gli agenti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino.

Tre figli del Sud, tre ragazzi di famiglia contadina, tre “figli del popolo” barbaramente trucidati da quelli che Pier Paolo Pasolini apostrofava come “figli di papà”. Dopo tre giorni di sgomento, tra città militarizzate e le telefonate degli immancabili mitomani, giunse puntuale, temuta, e purtroppo non inaspettata, la rivendicazione delle Brigate Rosse, unita alla storica fotografia di Moro con dietro il tristemente famoso vessillo rosso con la stella a cinque punte.

Perché proprio Aldo Moro?

I brigatisti motivarono il sequestro di Moro tramite il primo di nove comunicati, il cui contenuto è a dir poco inquietante non tanto per termini come “tribunale del popolo” o “potere proletario armato” quanto per i propositi di lotta contro la “trasformazione dell’area europea dei superati Stati-Nazione di stampo liberale  in stati imperialisti delle multinazionali”, o contro le “feroci politiche economiche e profonde trasformazioni istituzionali in funzione apertamente repressiva richieste dai partner forti della catena: USA e Repubblica Federale Tedesca”. Praticamente  un’anticipazione, datata 1978, di alcuni dei principali  temi economici della campagna elettorale appena trascorsa.

Di questo fantomatico “disegno reazionario”, a detta dei brigatisti, Moro sarebbe stato il principale artefice prima come “degno compare” di De Gasperi  e poi attraverso le varie formule di centro-sinistra attuate coi socialisti prima e col Partito Comunista poi. In realtà Aldo Moro – a prescindere dal pensiero politico di ognuno di noi – è stato forse uno dei più lucidi esponenti della cosiddetta Prima Repubblica. Dotato di una dialettica flemmatica, aulica ed alquanto prolissa, tanto da meritarsi il fulminante appellativo di “Dottor Divago”, Moro aveva uno spessore culturale tra i più importanti che si siano mai visti nell’ultimo secolo a livello europeo, oltre ad una formidabile capacità di leggere in anticipo i mutamenti della società italiana.

Fu convinto anticomunista durante tutti gli anni Sessanta dove riuscì a compiere un autentico capolavoro politico ponendo il Partito Socialista di Nenni all’interno dei primi governi di centro-sinistra, invitandolo a risolvere una volta per tutte la contraddizione di un partito alleato a Roma con i democristiani e col PCI di Togliatti nelle amministrazioni locali. Erano gli anni in cui il PIL italiano viaggiava al 4-5% annuo, la tanto vituperata “liretta” teneva, l’inflazione era intorno al 2% ed avevamo i conti pubblici meglio messi in Europa. Un Europa che Moro (con Fanfani) voleva unita forse nel momento più propizio, con soli sei stati membri con economie mai così simili. Unico insormontabile ostacolo al “sogno europeo” fu la Francia di De Gaulle.

Tuttavia il raggiunto benessere di larghi strati della popolazione, la trasformazione italiana da paese prevalentemente rurale a potenza industriale , e le forti influenze esterne da parte di un mondo in grande fermento – tra guerra in Vietnam, conflitto arabo-israeliano, maggio francese e “Primavera di Praga” –  cominciavano a manifestare pericolose contro-indicazioni sotto forma di tumulti studenteschi che di lì a qualche anno sarebbero sfociati negli “anni di piombo” e nella cosiddetta “strategia della tensione”.

Moro, maestro nell’arte della mediazione politica e non, durante un comizio a Milano nel 1968, in un clima di  contestazione, si disse pronto al dialogo con le giovani generazioni provando a capirne i disagi ma nello stesso tempo condannandone eccessi ed estremismi. Nello stesso tempo esortava il suo partito ad “aprire le finestre del castello al vento nuovo”, ma dopo le elezioni del 1968 l’esperienza del centro-sinistra ebbe bruscamente termine, più che altro a causa della debacle elettorale del rinato Partito Socialista Unitario, che di lì a poco tornerà a scindersi in PSI e PSDI (Partito Social Democratico). 

Le tensioni internazionali

La cronica debolezza dell’area social-democratica italiana fece si che problematiche come la contestazione giovanile, le sempre più pressanti rivendicazioni operaie, la grave crisi economica, ma anche temi come il divorzio e l’aborto fossero appannaggio di forze extraparlamentari, quando non estremiste. Moro avvertiva forte questo pericolo e colse l’occasione dello “strappo da Mosca” del PCI di Berlinguer per fare di quest’ultimo un valido interlocutore col quale pensare ad un eventuale nuovo governo di centro-sinistra. Ma tale ipotesi non era assolutamente ben vista all’estero, soprattutto in ambito NATO.

Il segretario di Stato americano Kissinger, infatti, durante una visita di Stato di Moro negli USA dell’autunno 1974 fece ben poco per dissimulare la propria insofferenza ad un futuro “compromesso storico”. Inoltre è passato alla storia il famoso vertice di Portorico tra USA, Gran Bretagna, Germania Occidentale e Francia al quale l’Italia non fu neanche invitata. Motivo neanche tanto nascosto: i comunisti al governo in un paese NATO.

Volendo essere obiettivi si trattava di un conflitto tra due ragioni: quella di Moro, che vedeva nel Partito Comunista un interlocutore ormai maturo per l’alveo democratico (anche se in parte ancora finanziato da Mosca); e quella atlantica, che concepiva gli italiani pur sempre come quelli del Patto di Londra del 1915 e dell’8 Settembre 1943. Nonostante tutto questo, e nonostante lo scandalo Lockheed che sfiorò lo stesso Aldo Moro, il compromesso storico vide la luce con il varo di due governi monocolore DC a guida Andreotti: il primo, quello della “non sfiducia” che durò dall’autunno 1976 al gennaio 1978; ed il secondo, quello con i comunisti parte integrante della maggioranza, che avrebbe ricevuto la fiducia in Parlamento proprio quel tragico 16 marzo 1978.

Le teorie, i misteri e l’agonia di un uomo

Sui 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, sullo scontro tra linea della fermezza e trattativa, sull’effettiva volontà o meno di liberare Moro si è detto e scritto di tutto, e non è certo nostra intenzione aggiungerci a questo o a quel coro. Alcune considerazioni tuttavia vanno fatte, innanzitutto sulle lettere che Moro spedì, oltre che alla sua famiglia, ad esponenti del suo partito come Cossiga, Andreotti o Zaccagnini. Autentiche o coartate che siano, quelle lettere narrano semplicemente di quel che è il più umano dei sentimenti che in simili condizioni un individuo possa provare: la paura, uno stato d’animo che qualsiasi uomo ha il sacrosanto diritto provare, qualunque fosse il suo ruolo nella società.

Ma sulla paura, sugli scritti e sulla morte di Aldo Moro – come quasi sempre succede in Italia in questi casi – si sono costruiti i più svariati teoremi, a partire da quello dell’ostilità di pezzi della DC contro il compromesso storico, che però ebbe fine nel 1979, quando il PCI (non Andreotti, Forlani, o chi per loro) votò contro l’adesione dell’Italia allo SME (Sistema Monetario Europeo, ossia il padre dell’Euro). Molto suggestiva risulta essere inoltre la paventata presenza sul luogo dell’eccidio di elementi di servizi segreti esteri. Una tesi che sarebbe avvalorata da alcune testimonianze che parlano della presenza sulla scena del crimine di gente che parlava tedesco.

Peccato che – a proposito di tedeschi –  quando si parla del rapimento di Aldo Moro, da anni si omette di citare un piccolo particolare: e cioè il fatto che le modalità della strage di Via Fani sono pressoché identiche a quelle di qualche mese prima riguardanti il sequestro in Germania di Hans-Martin Schleyer, il presidente degli industriali tedeschi rapito ed ucciso dalla RAF (Rote Armèe Fraktion), meglio conosciuta come banda Baader-Meinhof. L’organizzazione terroristica gemella delle nostre Brigate Rosse. Certo, potrebbe trattarsi solo di coincidenze, ma resta comunque il fatto che dopo tanti anni, e tanti processi, gli stessi membri delle BR hanno sempre e solo accusato se stessi dell’uccisione di Moro e della sua scorta.

Resta tuttavia il mistero sull’effettiva volontà di salvare Moro, soprattutto in relazione alla famosa questione della mancata irruzione nel nascondiglio di Via Gradoli da parte delle forze dell’ordine. Così come poco chiare appaiono le modalità con le quali venne fuori la stessa indicazione “Gradoli”. Modalità dalle quali si evince che, dietro un’ufficiale linea di fermezza, effettivamente un abbozzo di trattativa coi brigatisti potrebbe esserci stato, a meno che non si voglia davvero credere alla storia della seduta spiritica. In quel caso noi italiani, oltre alla famiglia Moro, dovremmo chiedere scusa anche a Vanna Marchi.

L’ “eredità politica” di Aldo Moro

Aldo Moro fu ritrovato morto nel bagagliaio di una Renault il 9 maggio 1978, come da “sentenza” divulgata dalle BR tramite il comunicato numero sei del 15 aprile 1978. La sua famiglia rifiutò categoricamente i funerali di Stato, viste anche le accuse rivolte da Moro al suo partito nei suoi ultimi scritti. Accuse che saranno ribadite in un famoso memoriale riconosciuto come autentico dai suoi famigliari.

Ma cosa resta oggi della lezione politica di Aldo Moro? La risposta è semplicissima: nulla. Ed è facilissimo provarlo, immaginando le politiche di Aldo Moro attuate oggi. Gli accordi con i socialisti e con i comunisti sarebbero riassunti nell’abominevole termine “inciucio”. Per la sua politica estera autonoma e per la sua visione di un Europa veramente unita e solidale Moro verrebbe visto, secondo qualcuno, come “poco affidabile dai mercati”. Per la sua spiccata sensibilità verso la scuola e il mondo del lavoro Moro verrebbe accusato di “non fare le riforme”. E non ci meraviglieremmo affatto se gli fossero rinfacciati il vitalizio, lo stipendio da parlamentare e “l’auto blu” coi suoi fidi Oreste, Domenico, Raffaele, Giulio e Francesco, volati via a colpi di mitra, 55 giorni prima di lui, in una mattina di marzo di quarant’anni fa.

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Cosimo Campanella
Cosimo Campanella nasce a Barletta il 3 settembre del 1974. Entra nel mondo della fotografia come aiutante nel 1990 e dopo due anni di alterne fortune è costretto nel maggio del 1993 a lasciare per svolgere il servizio militare. Riesce a rientrarvi come aiutante video-maker affinando nel contempo la propria tecnica fotografica per un progetto a lungo termine. Nel febbraio 2011 inaugura lo studio fotografico Arte e Immagine a Barletta. Specializzatosi nella fotografia per cerimonie e nel video-editing non disdegna digressioni anche nel campo della fotografia in ambito storico-culturale e folkloristico. Cosimo Campanella collabora da marzo 2016 con il magazine Barletta News , scrivendo di sport, attualità, politica e cultura

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