Quarant’anni fa il rapimento Moro e, dopo 55 giorni, il suo efferato incomprensibile assassinio. E oggi siamo a rievocare la storia di quei giorni non come fatto di cronaca ma come memoria. Fra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, la lunga notte della Repubblica. Li ricordo bene, quei giorni, vissuti fra incredulità e sgomento, la lettura dei giornali, i comunicati delle BR, le cronache televisive, i bollettini dell’ANSA, le imbarazzate dichiarazioni dei leaders, tutto irreale, e tutto invece tremendamente, tragicamente vero.

Per paradossale che possa apparire, il primo segno tangibile che il compromesso storico moroteo avesse fatto presa sulle masse, venne proprio dalle ore successive al rapimento, quando le piazze si gremirono di bandiere rosse del PCI e di vessilli biancocelesti della DC, l’inedito consociativismo dello scudo crociato con la falce e martello.

Eravamo giovani, allora, e idealisti, e credevamo nel valore della politica come tensione ideale e come testimonianza, con la possibilità di realizzare un progetto di cambiamento di cui Moro era il faro culturale. Senza cultura la politica è arida astrazione oppure arrembante arrivismo, mentre Moro era carismatico perché al di là della sua appartenenza partitica o delle sue ascendenze culturali, ci coinvolgeva già solo come modello di vita, con la forza persuasiva della sua pacatezza dialettica, il suo senso della moderazione, il suo ragionevole magistero politico.

Rivivo le atmosfere segnate da quegli anni di piombo insanguinati dal terrorismo, le morti di dirigenti di aziende ma anche di indifesi sindacalisti, giudici e giornalisti, uomini delle Forze dell’Ordine, abbattuti in nome di una ideologica astrattezza sinistrorsa che ispirava la lotta armata contro le istituzioni, contro i più elementari principi della convivenza civile, contro l’economia di mercato. Aveva una strategia, quell’ideologia, una strategia di morte, un impatto sanguinario al quale finimmo coll’assuefarci. Chi sarà il prossimo? Ma Moro, no… rapire e assassinare Moro era inimmaginabile.

16 marzo, 9 maggio 1978: date segnate nel calendario del tempo che ricordiamo ancora con angoscia, che ci penetrano con una consapevolezza che batte inesorabile sul quadrante delle ore, dei giorni, degli anni…

Da allora non c’è stato anno senza che quelle due terribili ricorrenze non riaffiorassero alla memoria, per costringerci a farci l’esame di coscienza: quelle date segnarono lo spartiacque fra il prima e il dopo della storia della Repubblica, e non solo. Segnò anche per ciascuno di noi il momento di fare delle scelte. La nostra era una generazione che voleva contare, l’impegno politico vissuto come un dovere sociale per contrastare l’arroganza di alcuni, l’illusionismo di altri. Moro era un faro, un sicuro punto di riferimento.

Moro profeta del suo e del nostro tempo

Moro, profeta del suo e del nostro tempo. Il 21 novembre del ’68, tenne un discorso al Consiglio Nazionale del Partito sul tema «Una politica per i tempi nuovi»: “Occorre aprire le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati per farci entrare il vento della vita intorno a noi…”.

Moro visse la sua stagione da protagonista del cambiamento, cercò di capire il suo tempo e quando gli studenti occuparono le università, come presidente del Consiglio invitò alla moderazione, alla riflessione, al dialogo, ma il confronto era duro, perché i miti dei giovani che occupavano l’Università erano allora Marcuse e Guevara detto “Il Che”, e la protesta giovanile era un fiume incontenibile, che nessuna per quanto accorta analisi avrebbe potuto capire, spiegare, contenere, ma soprattutto orientare verso una deriva propositiva, anche protestataria, ma non eversiva.

Vivere una stagione politica oltre Moro, ricordi sbiaditi in bianconero… Quante illusioni se ne sono andate con Moro, quante certezze si sono sgretolate… Poi gli anni e una banalizzata quotidianità hanno ingrigito le illusioni dell’età giovanile, il nostro remoto sessantotto, offuscato dalle amarezze delle delusioni e siamo cresciuti nel grigiore di qualunquistiche scelte.

Sono passati quarant’anni, tutto è così lontano, nebuloso, eppure questa scadenza restringe i tempi della lontananza e tutto improvvisamente torna ad essere così vicino, così nitido. Quella sofferta stagione, attraverso le immagini della TV, i reportages dei giornali, i resoconti delle news, tutto torna prepotentemente alla mente, e allora il tempo si ferma per concederti ancora uno spazio di riflessione per tentare di risalire sul percorso della sua tragedia, magari attraverso la rilettura delle sue lettere dalla prigione, un sentiero che ci cattura e ci coinvolge, ci penetra nell’anima, missive dense di sofferenza e di trepida attesa.

Certi fatti ti segnano nel profondo e possono anche orientare una stagione della tua vita; la morte di Moro fu uno di questi. Con la sua morte il Paese perse una guida, il partito la sua identità, noi un modello a cui ispirare il nostro futuro. Con gli anni le tensioni ideali si sono raffreddate e sulle ideologie hanno finito col prevalere le contingenze nella loro tragica ineluttabilità. Il futuro oggi ci sembra senza speranza, qui in periferia come a Roma, dove tutto è segnato dalla mediocrità, dalla precarietà, dalla superficialità… E allora ti viene spontaneo chiederti come ci siamo arrivati. E se qualcosa sarebbe cambiato se Moro non fosse morto e se il compromesso storico fosse andato in porto.

Quante illusioni, la nostra generazione… Volevamo cambiare il mondo, ma per cambiare il mondo avremmo dovuto cambiare innanzitutto noi stessi: l’estremo invito di Moro: “questa stagione del ‘diritto’ sarà effimera, se non nascerà un nuovo senso del dovere…”.

In quella morte, nella “sua” morte, si consumarono le illusioni e le speranze di una generazione. E non solo. Perché la sua morte cancellò ogni prospettiva di reale mutamento del Paese. Così vennero gli anni del ripensamento, del riassorbimento delle illusioni, dell’adeguamento alle modificate condizioni di un impegno politico vissuto sempre più all’insegna della precarietà e della provvisorietà. La morte di Moro chiudeva una stagione di speranze, e ne apriva una nuova vissuta all’insegna di un ineluttabile realismo privo di fantasia creativa, di profondi orizzonti.

Il tempo trascorso è sembrato un tempo senza storia, eppure la sua tragica fine continua a vivere oggi, nella coscienza di ciascuno di noi.

Moro vive

A quarant’anni dalla sua scomparsa, ritorna nel ricordo di Aldo Moro il rapporto fra storia e l’imponderabile fatalità del destino. Perché la sua morte abbia un senso, oggi non basta più ricordare, bisogna reagire e impegnarsi alla luce di quei valori, di quella cultura, di quell’impegno. Molte nebbie, in questi quarant’anni, si sono diradate, ma non del tutto, mentre una generazione è trascorsa nella onirica fluidità dei ricordi. Il timore è che restino parole scritte sulla sabbia, il timore è che passi anche questo anniversario vanamente e che dopo l’emozione di queste giornate immalinconite dal tempo, tutto torni come prima, nella risacca del mare della vita nel perenne fluire della storia, come se nulla fosse stato, e vano il suo sacrificio.

Oppure no, potremmo forse tentare di dare un valore a quella morte, perché tutto ritorna, nonostante il tempo trascorso e questa diversa chiave di lettura dipenderà da noi. Felice intuizione, quella di Gero Grassi, di scrivere un volumetto intitolato “Moro vive” distribuito nelle nostre scuole, nelle scuole della nostra regione. Solo così la morte di Moro, al di là di ogni ideologismo, a distanza di quarant’anni potrà forse avere ancora un senso, e il suo ricordo, il suo magistero di vita potrà ancora illuminare le nostre intelligenze offuscate con la pregnante attualità delle sue profetiche parole, le ultime del suo ultimo discorso alla Camera, nel marzo del 1977, attualissime allora, attuali ancora oggi: l’invito ad una attiva, consapevole partecipazione sociale della classe politica al servizio della collettività, con una visione strategica complessiva sulle odierne, difficili e imprevedibili prospettive di crescita del Paese.

 

 

 

 

didascalie

 

 

  1. Maggio 1957. Il ministro della P.I. Aldo Moro inaugura la Scuola Elementare “Borgovilla Tempio”

 

  1. Canne, 21 aprile 1958. Il ministro Aldo Moro taglia il nastro inaugurale dell’Antiquarium di Canne

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