Qual è il giusto confine tra l’assistenza doverosa e l’accanimento terapeutico?

Beppino Englaro rievoca la dolorosa vicenda di sua figlia Eluana

Tratta un argomento etico Patrizia Corvasce, all’esordio della collaborazione con Barletta News. Molte e differenti le sue doti espresse in questo primo impegno con il nostro giornale, al più presto on-line. Sia chiaro, sin d’ora, che la collega praticante, resterà stella tra le 5 come ha sostenuto sin dalla prima chiacchierata, ma, come pochi, capace di discernere, valutare e proporre ai lettori di Barletta news i valori specifici di ogni redazione da me diretta .

Michele Sarcinelli
(Direttore Responsabile)

E’ la sala rossa del castello il contenitore culturale, scelto dal Rotary Club di Barletta, per ospitare un convegno che offre la preziosa occasione di riaccendere i fari su una questione sempre attuale, oggetto di un dibattito che afferisce alla bioetica, al diritto nonché alla medicina, sempre in divenire, quale l’individuazione del limite tra dovere di cura e accanimento terapeutico.
Ma è possibile delimitare tale confine? E’ possibile scegliere tra la tutela di due diritti fondamentali e garantiti dalla Costituzione, quali il diritto alla vita e il diritto alla salute? Come trovare la giusta mediazione tra etica, medicina e diritto? Questi sono gli interrogativi oggetto del dibattito che ci accingiamo a descrivere nei punti salienti del suo svolgimento.

L’accanimento terapeutico è tale se funge da “ostacolo” alla fisiologica realizzazione dell’evento morte, sicché ogni forma di cura si configura come accanimento quando è sproporzionata rispetto ai risultati che si potrebbero conseguire e, dunque, all’obiettivo di accompagnare dolcemente il malato verso l’inevitabile concludersi della sua esistenza, garantendo alla persona la minore sofferenza possibile. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati, pertanto, non equivale al suicido o all’ eutanasia, esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.

La giusta cura deve, dunque, tendere alla ricerca della qualità del bene da assicurare al paziente, rispetto alla situazione di sofferenza in cui si trova, ma deve tener conto della persona nel suo complesso e non violare il suo convincimento in merito all’evento morte espresso quando era in vita nel pieno possesso delle sue facoltà intellettive.

Questo è il limite tra cura ed accanimento terapeutico, dunque, emerso all’esito del vivace dibattito che si è articolato attraverso l’intervento di illustri relatori e di un testimone di eccezione, il padre di Eluana Englaro, il quale ha rievocato, con palpabile emozione, la dolorosa esperienza vissuta dalla sua famiglia attraverso la sofferenza di sua figlia. Un padre che è diventato suo malgrado “famoso” per aver chiesto alla legge che sua figlia fosse lasciata morire, nel rispetto della volontà da lei stessa espressa quando era in vita; un uomo che si è rivolto alla magistratura per vedere affermati i propri diritti, il diritto di scelta di sua figlia a dire (cito testualmente le parole di Beppino) “ no grazie all’offerta terapeutica, fa che la morte accada!” Questa era la scelta rivendicata da Eluana attraverso il disperato appello ai medici prima e alla magistratura poi. Invece, l’ambito culturale con cui Beppino si è dovuto, suo malgrado, confrontare era sordo a tutto ciò. L’unico diritto riconosciuto al malato all’epoca era quello di non avere alcun diritto!

A 22 anni dal tragico evento che ha colpito la famiglia Englaro, il Prof. Michele Lobuono, ordinario di diritto privato dell’Università Aldo Moro, offre un apprezzabilissimo contributo, volto ad illustrare quella che attualmente è la situazione, in tale ambito e dal punto di vista giuridico, affermando, all’uopo, che “in realtà, allo stato, non sussiste un vuoto legislativo, ma giuridico. Ciò significa che nel nostro ordinamento il diritto non si identifica strettamente con la legge; in altri termini, il diritto prevede delle disposizioni applicative per ogni caso, anche se manca una legge. Il giurista va incontro alle difficoltà interpretative caso per caso, poiché deve fare i conti con il valore personale dell’indisponibilità della vita, una sensazione del tutto soggettiva e per nulla sindacabile”

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Il punto di vista della bioetica, invece, si esprime attraverso l’illuminante intervento del Prof. Francesco Bellino, il quale afferma che “ al centro del dibattito occorre porre la persona che soffre, comprendere i bisogni di un malato terminale e tali bisogni si identificano nell’alleviargli il dolore e nel non lasciarlo in solitudine”. “Si è persa”, continua il Prof. Bellino, “la consuetudine dell’accompagnamento da parte dei familiari del moribondo nella fase ultima della sua esistenza. Oggi, tutto si demanda al medico e alle terapie; viviamo, nell’era della esasperazione della medicalizzazione che ci espropria del valore della morte e che ci porta, dunque, ad anticipare la morte per paura di affrontarla”.”Sicchè”, sostiene il Prof. Bellino, “la morte prima era un evento comunitario, oggi è un evento medico. L’uomo, invece, difronte all’evento morte deve essere lasciato libero di agire attraverso la sua volontà, cioè con diritto ad esercitare il diritto a decidere”.

Il dibattito non poteva prescindere dall’offrire il contributo della medicina attraverso la voce del Dott. Michele Debitonto, dirigente medico del reparto di rianimazione dell’ospedale Dimiccoli di Barletta, il quale, articola il suo intervento in modo tale da spiegare, innanzitutto il significato dei termini quali testamento biologico e accanimento terapeutico nel modo che segue. “Il testamento biologico”, afferma Debitonto, “è un termine utilizzato impropriamente, infatti, è contraddittorio, poiché il testamento è quel documento che comprende le volontà del defunto, qui, invece, si fa riferimento a volontà reali o addirittura immaginarie di chi è ancora in vita; infatti, anche chi è in ottimo stato di salute può dichiarare le sue volontà riguardo al trattamento medico in caso di una eventuale malattia. Quindi, il termine corretto da utilizzare è quello di dichiarazioni anticipate di fine vita. Inoltre, prosegue Debitonto, “ il termine accanimento terapeutico è ossimorico, perché la terapia ha un intento positivo, invece l’accanimento s’identifica con un metodo nocivo”.

Il secondo contributo offerto dal Dott. Debitonto afferisce, invece, al rapporto che deve intercorrere tra il medico e il paziente. Debitonto chiarisce che deve trattarsi di un rapporto fiduciario. “il paziente”, sostiene Debitonto, “deve riporre la sua fiducia nel medico e nelle sue competenze; il medico utilizza le sue competenze per far valere la vita e non per dare spazio alla morte”.

All’esito degli interventi dei relatori, la voce fuori campo di uno dei soci del Rotary club, presenti in sala, legge uno stralcio tratto dal libro scritto, di proprio pugno, da Beppino e l’emozione aleggia nella sala Rossa del Castello, facendo scaturire un’inevitabile commozione tra i presenti, alla pronuncia della dolorosa affermazione riportata, dunque, nel libro “Sopravvivere alla propria figlia è un dolore che non si placa”. In questa frase si racchiude il ritratto di un uomo che è sopravvissuto nel corpo alla propria figlia, ma non alla crudele sofferenza arrecatagli dall’averla perduta per sempre!

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Patrizia Corvasce

Patrizia Corvasce, classe ’72.
Maturità classica. Giornalista pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Puglia dal 1° febbraio 2016. Appassionata di diritto, teatro e politica. Già consigliere comunale. Attualmente collabora con la testata giornalistica telematica Barletta News occupandosi prevalentemente di approfondimento politico. Crede che la libertà di stampa dipenda soprattutto dalla volontà di fare informazione libera.

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