Pulp Fiction, 20 anni e non sentirli

936712_414916258615871_1809569927_nIn occasione della riproposizione nella sale italiane del capolavoro del 1994, a distanza di 20 lunghi anni dalla sua distribuzione, cogliamo l’opportunità di parlarvi di un film che è divenuto, nel tempo, punto di riferimento nella settima arte. E’ difficile discutere oggi di questa pietra miliare della cinematografia moderna. I motivi sono molteplici. L’impatto, la forza prorompente del secondo lungometraggio di Quentin Tarantino sulla storia della settima arte è da ricercarsi nella sua capacità, proprio di poche altre pellicole, di essere progenitrice di un nuovo linguaggio.

Dal concetto (oggi abusato) di “pulp” passando per l’iper-realismo, dalla creazione di una dimensione fittizia tra suono ed immagine, alla rivalutazione del dialogo quale veicolo dell’originalità. Il film, uscito nelle sale 20 anni or sono, è di fatti considerabile una sorta di summa poetica del cinema Tarantiniano, oltre ad una delle migliori opere cinematografiche di sempre. Pulp fiction è dissacrante (ed è questa la vera introduzione di un elemento di discontinuità rispetto a qualsiasi altra produzione ) in aspetti da sempre lasciati in secondo piano da qualsivoglia sceneggiatura. L’esaltazione e la messa a fuoco di tematiche non necessariamente legate alla trama, opportunamente scelte per creare l’ironia di un sorprendente contrasto con la drammaticità degli eventi, tipici di un gangster movie, è uno dei punti caratterizzanti la natura “Tarantiniana” dell’opera.

I dialoghi spiazzano, divertono, mettono a disagio, provocano, in un divertissement cosciente e turbolento, in cui il “cosa” lascia spazio al “come”. Tarantino è ricerca della verità nella forma, nel particolare, cura maniacale dei dettagli perché resi chiave di lettura della vicenda. Perché le vicende in sé, private dell’incoscienza dialettica di Roger Avary e dello stesso regista del Tennessee (coppia premiata con la statuetta per la miglior sceneggiatura originale, dopo il trionfo al festival di Cannes, sotto l’attenta giuria guidata da Clint Eastwood ) perderebbero gran parte della loro innata espressività. Il capovolgimento completo dell’archetipo strutturale è, ancora una volta, una questione deliberatamente stilistica.

Deconfigurando l’architettura delle unità Aristoteliche di tempo, luogo e azione, Quentin Tarantino non è caduto nella disomogeneità, ma ha contribuito alla nascita di realtà, di piani artistici paralleli, in cui la rinuncia alla linearità è mezzo ideale attraverso il quale liberare estro e creatività, con cui donare all’opera la capacità d’essere un immersivo e ribollente calderone di intuizioni e idee al limite del paradosso, in cui piacevolmente immergersi alla ricerca di elementi sempre nuovi. Perché, in fondo, se non fosse per il contenuto (mai svelato) di una misteriosa valigetta in cuoio nero o per improbabili citazioni bibliche (il celeberrimo ”Ezechiele 25,17 ” ), di cosa parleremmo, qui, 2 decadi dopo, se non di una scena d’esecuzione criminale magistralmente girata ?

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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