“Lilla” è il nuovo colore previsto dal Ministero della Salute per un codice di Pronto Soccorso dedicato all’accoglienza e al trattamento dei pazienti con disturbi dell’alimentazione.

In questi giorni il Ministero ha pubblicato raccomandazioni sia per il personale sanitario che per i familiari affinché tale problematica, che vede coinvolti oltre tre milioni di italiani, non venga più confusa con un semplice capriccio ma riconosciuta in tutta la sua pericolosità.

Quando il cibo diviene il nemico principale il passo verso l’anoressia e la bulimia è breve ed occorre intervenire subito perché se è vero che si può guarire è altrettanto vero che si muore.

Il problema è proprio questo: Come si può curare una malattia se non la si riconosce?

Da qui l’urgenza di formare il personale sanitario di pronto soccorso che deve essere in grado di ravvisare i sintomi, sapere cosa chiedere e soprattutto quali esami eseguire per ripristinare i parametri vitali.

Prima di addentrarci nel contenuto dei documenti, è opportuno ricordare che i disturbi dell’alimentazione sono malattie complesse attraverso le quali si esprime una situazione di disagio e sofferenza psicologica attraverso un malessere fisico. Si presentano con diverse sfaccettature e ad età differenti.

Le cause non sono certe anche  se sono stati identificati numerosi fattori di rischio potenziali, individuali, familiari e socio culturali come la bassa autostima, il perfezionismo, le prese in giro per il peso e la forma del corpo, la pressione sociale ad essere magri.

Ho già ampiamente trattato dei pericoli che il web cela e la triste realtà di ragazze alla ricerca, tra gruppi pro-Ana e pro-Mia, di un peso che mai le soddisferà.

Oggi voglio invece approfondire una tematica che aiuterà  tante famiglie a sentirsi comprese nel proprio dolore; famiglie che quotidianamente sperimentano la propria impotenza di fronte ad una malattia per combattere la quale non bastano tutto l’amore e l’impegno di un genitore ma servono Centri specializzati.

Ma come ci si arriva a questi Centri?

A volte non ci si arriva perché non li si conosce e non tutti i medici curanti o di pronto soccorso ne hanno conoscenza; per tale ragione queste raccomandazioni del Ministero hanno un’importanza direi vitale. Approfondiamole.

Quale deve essere l’atteggiamento dell’infermiere e del medico di pronto soccorso  in presenza di un paziente con disturbi alimentari?

Nell’ambito del processo di triage è indispensabile la presenza di personale infermieristico dotato di capacità relazionali e comunicative necessarie all’ascolto, al sostegno emotivo e alla costruzione di un rapporto di fiducia reciproca, al fine di far sentire davvero il paziente e i familiari in situazione di collaborazione.

Mostrare empatia e sensibilità è fondamentale.

Occorre ascoltare il punto di vista del paziente, senza commentarlo, raccogliendo informazioni anamnestiche quali rapide modificazioni del peso corporeo, improvviso rifiuto del cibo, uso di lassativi, episodi di abbuffata e successivo vomito autoindotto, ansia, irritabilità, insonnia, depressione.

Quali sono gli indici per stabilire la gravità del paziente? 

Innanzitutto occorre considerare il peso corporeo.

In base dunque ad un calcolo che tiene conto di età e peso, si riscontrano quattro livelli di gravità: lieve se l’indice di massa corporea (IMC) è inferiore a 17; moderato se l’IMC è compreso tra 16 e 16,99, grave se compreso tra 15 e 15,99 ed estremo se l’IMC è inferiore a 15.

Per la bulimia invece i quattro livelli di gravità sono determinati dalla frequenza degli episodi di inappropriate condotte compensatorie (vomito autoindotto) per settimana: lieve 1-3 a settimana, moderato 4-7 a settimana; grave 8-13 a settimana; estremo se maggiore di 14 volte a settimana.

Andrà altresì controllata  la pressione arteriosa: vi è altissimo rischio per pressione sistolica inferiore a 80 e diastolica inferiore a 50.

Fondamentale è anche il controllo della frequenza cardiaca con notevole rischio se inferiore a 40 battiti al minuto o superiore a 110.

Anche la temperatura corporea deve essere verificata ricordando che il rischio è elevatissimo se inferiore a 35° con estremità fredde e cianotiche.

A questi controlli vanno aggiunti altri esami quali ECG, glicemia etc…

Quali sono i criteri di ammissione al ricovero ospedaliero?

Il ricovero ospedaliero deve essere disposto laddove ci si trovi in presenza di un paziente con peso corporeo minore del 75% del peso ideale e vi sia stata rapida, persistente ed incontrollata perdita di peso, di almeno il 10-15% nei 30 giorni precedenti il ricovero.

A confermare l’urgenza di un ricovero sono la temperatura corporea inferiore a 36°, una frequenza cardiaca inferiore a 50 nell’adulto e a 45 in paziente pediatrico.

Ad aggravare il quadro sono una significativa ipotensione (pressione inferiore a 90/50), disidratazione e situazioni di stress psicosociali.

Stabilizzati i parametri vitali è opportuno che il paziente venga inviato alla più vicina struttura specialistica multidisciplinare per i disturbi alimentari onde procedere ad una valutazione più approfondita e definire il programma di trattamento.

Qui il paziente sarà curato da psicologi, psichiatri e nutrizionisti nella consapevolezza che occorrerà lavorare sul fisico e sulla psiche.

Quali sono le modificazioni che si riscontrano negli stili di vita  e nel comportamento alimentare dei pazienti affetti da DCA?

Un secondo documento è stato redatto per aiutare le famiglie fornendo delle prime risposte su come riconoscere i sintomi dei disturbi della nutrizione.

Quando insorge la problematica è inevitabile che il controllo del peso diventi compulsivo; si assiste così ad un continuo salire e scendere dalla bilancia, anche per più volte al giorno.

Ci si dedica intensamente all’attività fisica nel tentativo di bruciare quante più calorie possibili (che vengono accuratamente conteggiate), a volte anche più di quelle ingerite.

A risultarne compromessa è inevitabilmente anche la vita sociale ed infatti il paziente tende ad evitare situazioni conviviali quali compleanni e feste varie.

Paradossalmente, inoltre, la persona inizia a cucinare per gli altri preparando cibi che non mangerà: l’importante è che lo facciano gli altri ai quali tende ad imporre i suoi gusti assicurandosi che mangino tutto.

I suoi pasti sono invece fatti di cibi poco calorici che vengono accuratamente sminuzzati e mangiati molto lentamente.

In presenza di  tali comportamenti è importante che il genitore ne parli con il pediatra o il medico curante per essere aiutato nel definire le procedure da seguire.

E’ importante riconoscere precocemente il disturbo ai fini di una più alta probabilità di guarigione.

Come deve comportarsi la famiglia?

Fondamentale è evitare che la propria legittima preoccupazione determini un senso di colpa nel paziente perché questi colpa non ha.

La famiglia deve essere consapevole del fatto che una patologia così complessa necessita di tempo, pazienza e tanto amore.

Ed allora uno dei consigli del Ministero della Salute è quello di evitare che la conversazione a tavola si riduca a parlare di cibo.

Occorre spostare l’attenzione su altri argomenti, distogliendo il paziente da ciò che gli crea ansia assicurandosi al tempo stesso che il cibo venga consumato.

Un lavoro questo non semplice da svolgere con la speranza che tutto torni come prima, che i capelli non cadano più, che il ciclo mestruale ritorni, che le ossa sporgenti siano nuovamente ricoperte da carne, che sul volto torni a splendere un sorriso.

Sono i genitori i primi sostenitori dei figli e i medici lo sanno  bene tanto che spesso vengono consigliati ambulatori intensivi dove il paziente segue un programma diurno che permette di svolgere una riabilitazione psiconutrizionale senza interrompere la normale quotidianità.

Saranno così i genitori a proseguire il lavoro avviato dai medici nella prima parte della giornata, tirando fuori un coraggio inaspettato che inevitabilmente aiuterà i giovani a comprendere che possono farcela anche loro e soprattutto che ognuno di noi è speciale…anche con qualche chilo in più.

 

 

 

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