Prefettura: scampato pericolo?

omicidio

Il giorno 4 dicembre è giunta la notizia dell’impegno del Governo, nella persona del Ministro dell’Interno Angelino Alfano, a ritirare lo schema di D.P.R. (hanno contribuito i fatti di Parigi?) che prevedeva la soppressione di 23 sedi prefettizie.

A quanto pare il Governo farà marcia indietro su un provvedimento (sbagliato) che rischiava di cancellare presidi essenziali di sicurezza, legalità e tutela sociale in tanti territori, creando dubbi, sul loro futuro, per 1.300 lavoratori dei 23 uffici territoriali del governo che l’esecutivo minacciava di chiudere e cioè quelli di Teramo, Chieti, Vibo Valentia, Benevento, Piacenza, Pordenone, Rieti, Savona, Sondrio, Lecco, Cremona, Lodi, Fermo, Isernia, Verbano-Cusio-Ossola, Biella, Oristano, Enna, Massa-Carrara, Prato, Rovigo, Asti e Belluno. Ovviamente ora occorrerà attendere il rispetto dell’impegno preso dal Governo.

Quanto in premessa è lo sviluppo di un iter istituzionale avviato qualche mese fa e passato inspiegabilmente (o no?) sottosilenzio. Infatti nello schema di decreto del Presidente della Repubblica avente come oggetto il “Regolamento di organizzazione del Ministero dell’Interno”  veniva dato il via alla riduzione dei “presidi statali” che dovevano subire un accorpamento. In questo quadro erano inseriti anche tagli per le prefetture al posto delle quali sarebbero nati gli uffici territoriali unici. Le prefetture dovevano, quindi, essere ridotte. Oggi in Italia se ne contano una per Provincia e si era diretti verso un taglio netto, mentre le rimanenti sarebbero confluite nell’Ufficio territoriale dello Stato, punto di contatto unico tra amministrazione periferica e cittadini, in cui venivano accorpate tutte le diramazioni della Pubblica amministrazione centrale, dalle sovrintendenze alle sedi della ragioneria.

Dunque prefetture ridotte, in base a criteri che tenevano presenti la popolazione, la criminalità, gli insediamenti produttivi e anche il fenomeno delle immigrazioni sui territori che si affacciano al mare.

Non era questa la sola novità: in una logica di drastica semplificazione si delegava il governo a racchiudere in un unico ufficio tutti i presidi dello Stato sul territorio. Il correttivo approvato finiva a saldarsi con le misure da tempo allo studio dal Ministero dell’Interno per dare attuazione alla spending review.

Dalle attuali 105 Prefetture si doveva scendere a non più di 40/70 strutture da far confluire nei nuovi Uffici territoriali dello Stato. In ogni caso, per effetto di un emendamento approvato (a firma Giovanni Mauro di Gai), erano sicuramente intoccabili le Prefetture “nelle zone più a rischio” anche per i fenomeni legati all’immigrazione clandestina (visti i tempi!).

Nel primo elenco, allegato allo schema di D.P.R., la Prefettura della Provincia Barletta-Andria-Trani non rientrava tra quelle “colpite” dalla scure dell’eliminazione o dell’accorpamento, proprio in virtù dei criteri sopradescritti ed anche (secondo il mio modestissimo parere “soprattutto”) per il lodevolissimo lavoro svolto dal Prefetto, sua Eccellenza dott.ssa Clara Minerva, la quale si è trovata ad affrontare e risolvere, in maniera decisa e decisiva, questioni scottanti come immigrazione, protezione civile, crisi occupazionali, tornate elettorali politiche ed amministrative di tutti i generi, che hanno interessato l’intero territorio della Provincia BAT.

Ovviamente il D.P.R. mostra lati scoperti e contraddizioni evidenti come quella del “risparmio” derivante dalla riorganizzazione. Infatti, secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la rete delle prefetture costa circa mezzo miliardo. Ma l’80% sono spese di personale, quasi del tutto incomprimibili. L’abrogazione di sessanta uffici sul territorio implicherebbe il trasferimento d’ufficio alla sede più vicina di circa 5mila dipendenti. Non è detto, poi, che non si predisponga anche un piano di incentivi per il congedo anticipato dei lavoratori più anziani. In realtà all’Interno progetti di un modello a 80/85 uffici territoriali ci sono da tempo.

Tra i tanti dubbi sorti all’indomani dell’emanazione dello schema di decreto anche quello di chi avrebbe guidato, dopo il dimezzamento, il comitato provinciale per l’Ordine pubblico e la sicurezza presieduto, oggi, dal Prefetto, autorità politica, di pubblica sicurezza e coordinatore delle forze dell’ordine.
A mio parere vanno affrontate con cautela iniziative che, in nome del risparmio, possono  provocare tensioni e inefficienze, soprattutto in quelle Amministrazioni dove le funzioni, i compiti e le attività sono particolari, peculiari e specifiche, come ad esempio nel Ministero dell’Interno, dove per altro il personale attende da circa 15 anni una “vera” riqualificazione professionale e da più di 20 anni la progressione in carriera.

È necessario mantenere alto il livello di servizi erogati alla cittadinanza, recuperando risorse dal taglio dei veri sprechi, mediante la reinternalizzazione delle funzioni, l’eliminazione delle consulenze d’oro e una seria lotta, e non meramente di facciata, alla corruzione.

Intervenire in modo confuso sui livelli di governo, pensando solo a tagliare o eliminare attività e servizi pubblici, senza aver chiaro in mente quali servizi debbano essere assicurati ai cittadini e chi e come debba svolgere queste funzioni, è sbagliato e si configura come una riforma al contrario, una controriforma.

Esempi lampanti di tale confusione (o la vogliamo chiamare inosservanza?) normativa sono la mancata istituzione, nella nuova provincia BAT, di due presidi statali di fondamentale importanza come l’Ufficio Scolastico Provinciale (ex Provveditorato agli Studi) e l’Archivio di Stato.

Eppure nel suo discorso di insediamento il primo Prefetto della nuova Provincia, sua Eccellenza il dott. SESSA, era stato molto chiaro nell’affermare che il criterio da seguire per la dislocazione degli uffici statali nel nuovo Ente territoriale, sarebbe stato esclusivamente quello del “primario ed unico interesse dei cittadini”.

Naturalmente questo non inficiava, anzi rafforzava, il parere n.716 della Prima Sezione del Consiglio di Stato che aveva chiarito “ … la regola per cui gli uffici periferici statali di livello provinciale (tra questi vi sono anche l’Archivio di Stato e l’Ufficio Scolastico presente, per legge, in ogni capoluogo di provincia) debbono avere sede nel Capoluogo (inteso questo dal Consiglio di Stato come sede legale), vale a dire nella stessa Città in cui ha sede la Prefettura. Dunque la regola non è derogabile se non mediante un’apposita fonte legislativa ”.

Ma, purtroppo, l’interpretazione di una legge è spesso la sua tomba, tant’è che i dipendenti di istituti scolastici della BAT presenti nelle loro ex province di Bari e Foggia, a tutt’oggi devono fare capo ancora ai due Provveditorati fuori territorio, così come le Sezioni di Archivio di Stato di Barletta e Trani sono dipendenti dell’Archivio di Stato di Bari.

E qui nasce spontanea la domanda: perché la Sezione di Archivio di Stato della consorella Città di Fermo, diventata Provincia con Barletta, è stata soppressa e con il medesimo decreto del 28 dicembre 2007 (incredibile!) passata allo status di Archivio di Stato? Quando si parla dei dogma della Pubblica amministrazione!

In conclusione si può dire che per il momento ( e speriamo che la notte non porti consiglio!) le Prefetture hanno sottratto il loro collo alla mannaia della spending review ed in silenzio, molto in silenzio, ci chiediamo “Ma fino a quando?”.

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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