Pioggia di recensioni: Third person; Boyhood

49317“Third person” appartiene ad un particolarissimo filone drammatico, formalmente inaugurato agli albori della settima arte con il discusso ( e discutibile) “Intolerance”, partorito dall’ambiziosa penna di David Wark Griffith nel lontano 1916. Lo sviluppo ben poco prosaico della mastodontica opera di Griffith esalta una concezione filosoficamente eretta dal regista, una “torre di babele” millenaria ( e commercialmente costosissima per l’epoca) in cui il fatto, l’episodio singolo, si “dis”-piega nell’informità di un humus comune alle vicende narrate, e in cui ogni epoca si fa madre partoriente di un messaggio cosmico e umano, al di là delle distanze temporali tra gli episodi dell’arco narrativo. E ancora, nel 1993, il dramma altmaniano “Short cuts” (in Italia noto come “America oggi”), che indica già nell’illuminante titolo la volontà di legare personaggi e disgrazie, patemi d’animo, commedia e tragedia, in un’unica grande tela metropolitana. Paul Haggis tocca il genere nel 2004, con “Crash: contatto fisico”, sei anni dopo l’incompreso capolavoro di Paul Thomas Anderson “Magnolia”. Lo fa con stile personale, penetrando la pelle del dramma con una prorompenza che non può lasciare indifferenti, in una Los Angeles (non a caso già teatro di “Short cuts” e “Magnolia”) forse più politically correct rispetto alle suddette pellicole, ma non per questo meno capace di emozionare. Nel 2012 Haggis decide di tornare a dirigere un progetto simile, avvalendosi di un cast di tutto rispetto che annovera, tra gli altri, Liam Neeson, Olivia Wilde, Adrien Brody e Mila Kunis. Tre storie d’amore, in tre grandi città ( Roma, Parigi, New York) a cui manca però il sottile equilibrio di una visione di insieme, di un approccio unitario assimilato alla sua natura episodica. Siamo purtroppo dinanzi ad un vero flop di Haggis, reo d’aver trattato con superficialità tematiche delicate. L’intera liaison ambientata a Roma e a Taranto altro non è se non un enorme carrozzone del patetico, a cui sono sufficienti i minuti iniziali e il campanilismo italico di Riccardo Scamarcio per annegare i buoni propositi nel mare dei cliché nostrani. I piani della rappresentazione soffrono di un’asetticità realmente inusuale, evidenziata dalla digressione drammatica della sequence con protagonista Mila Kunis, che pare annegare nella penuria di una rappresentazione incoerente, e che condanna i personaggi a 140 minuti di un vuoto privo di contesto. Voto: Gold-star-graphic_(1)half star

 

Boyhood_filmBoyhood“, acclamato al festival di Berlino e premiato con l’orso d’argento, è un’operazione che sarebbe davvero difficile inquadrare in una settoriale definizione di genere. Si propone infatti di narrare la vita del giovane protagonista Mason, ragazzo figlio di una donna sentimentalmente insicura e di un padre eterno adolescente, dalla sua infanzia all’iscrizione al college. Ciò che dona particolarità alla pellicola, e le riserverà senz’altro una menzione d’onore nei libri di storia del cinema, è la scelta del regista Linklater di girare il film dal 2002 in dodici lunghi anni, seguendo la crescita dei personaggi e legandola quindi alla crescita degli attori. Una lunga saga famigliare dove a scandire maturazione ed evoluzione è dunque la vita reale, non l’anonima calendarizzazione delle riprese in un set cinematografico. Boyhood ha però il grosso limite di non raccontare nulla che non si sia già visto nel cinema recente ( figurarsi in quello d’annata), e il pensiero va diretto a quel “The three of life” frutto della elegante genialità di Terrence Malik. La maestria di Malik, uno dei pochi registi viventi in grado di comunicare con l’uso esplicativo della fotografia, surclassa e deride Linklater, modesto regista a cui va però il merito dell’innovazione portata al cinema con questo suo ultimo lavoro. Il fascino con cui ogni attore sveste i propri panni per indossare quelli di scena vale forse da solo il prezzo del biglietto e le quasi tre ore di durata. Voto Gold-star-graphic_(1)Gold-star-graphic_(1)Gold-star-graphic_(1)half star

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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