Pioggia di recensioni: “Remember”; “The hateful eight”

Remember

remember1Estremamente grato ad un impianto classico ed hitchcockiano, ma degno erede di una modernità concettuale ed estetica tra il Nolan di “Memento” e il “The ghost writer” di Polanski, “Remember” del canadese Atom Egoyan è un film che penetra le epoche del Cinema, facendo della lentezza e del silenzio i canali per una prolusione sul ricordo. Seguendone  le tracce giallistiche, viene da chiedersi se il thriller, nella sua duplice natura di rendez vouz senile e memoriale dell’Olocausto, non scomodi troppo il racconto comune per giustificare l’evidenza del bisogno di una curiosità innestata. La risposta, negativa peraltro, converge con l’adozione della demenza come filtro conoscitivo e percettivo. Scelta oltremodo felice, perché permette ad Egoyan di giostrare con ricamata abilità ed eguale distribuzione delle risorse tra indagine e miserie tragiche.

Auschwitz non presiede la scrittura, ma è un indice della gravità presso il quale si affollano con stanchezza i corpi spezzati del film, reclamando ognuno la propria tragica cancrenizzazione, dettata che sia dall’invecchiamento o dal rimorso. Ma non è nel decadente Landau che “Remember” risolve il conflitto tra Verità e vendetta, perché c’è un senso d’onniscenza acquisita e volontariamente perduta in questo film. Il dolore del Male consapevole e irrisolto, non investe “beckettianamente” l’individuo pensante ma le strutture sociali nella sua interezza e non può essere ignorato, perché sfuggirvi porta solo a ritardarne l’incontro. E c’è un ché di diabolico nella bucolica e soleggiante sequenza in cui il “lupo” Zev riassume coscienza del suo posto nell’ordine naturale , in un riverbero che investe la tranquillità incolpevolmente ignorante di tre generazioni e del tempo storico, che completa ferendosi a morte il suo ricongiungimento con il vero. Non deve sorprendere come il carnefice possa preferire il nulla dell’oblio alle pagine eterne della dannazione, ma l’appiattimento della malattia e della perdita identitaria sono forse l’unica magra risposta dei cieli alla cattiveria umana. Valutazione : *** 1/2

The hateful eight

thehateful1La scena sovrasta l’attenzione del pubblico, vive del dettaglio e rinnega la dimensione teatrale per esaltare l’espressività dei nuovi mezzi. Nulla di ciò che giunge ai nostri occhi è in realtà riproducibile nella sua completezza su un palcoscenico, se lo si vuol cogliere in ogni infinitesimale sfumatura, perché il regista non riprende volti, ma è un inguaribile situazionista. Ecco che Tarantino ritorna alla verbosità innaturale del suo primo periodo, riflettendo su una struttura classica l’iperrealismo della parola e del nonsense. “The Hateful eight”, ottava fatica del regista più discusso dell’ultimo ventennio, è una perla non scevra da impurità macroscopiche. Permeata da quel senso dell’incomprensibile che solo il regista approdato al grande pubblico con “Le iene” sa infondere ai propri lavori, ci mette un’ora per scoprire le proprie carte, aprendosi poi a trucchi e mistificazioni, ad alleanze e presunti tradimenti.

Pochi dubbi sul fatto che sia un film politico, nel quale si sprecano i riferimenti al confronto razziale, ma è altrettanto evidente come la Violenza sia il metro di giudizio più equanime che Tarantino conosca per ristabilire una parità divina tra personaggio e proiettile. La galleria d’individui di cui ammiriamo abilità ritrattistica è in realtà un furbo espediente che il cineasta utilizza per inscenare il racconto esclusivamente muovendo un unico filo, quello dell’ingovernabilità del fato. Le azioni, nella loro accezione più materialista, assumono quindi un valore duplice perché la parafrasi ambientale non solo non è contemplata (la merceria di Minnie è il “dove” della tensione e null’altro, come un qualsiasi garage in cui rifugiarsi dopo una rapina non riuscita) ma può essere deleteria per il quadro d’insieme, perché a Tarantino non interesserebbe certo informarci sul dove e sul perché, se non fosse per una precisa intenzione critica.

E’ innegabile una sensazione di pretestuosità scenica, come di un rumore appena percettibile di termiti nel legno scenografico, la fallibilità del “tutto” se non servissero un colore o coordinate geografiche a questo istrione della cinepresa. E, nella sua roboante presenza, s’avverte un senso di giustizia che sfugge all’ironia tagliente del dialogo così come alle orge sanguinolente, in cui riscoprire così l’adesso come un “posto del vuoto” e dell’assurdo, un “qui” in cui la retorica e il linguaggio metabolizzano le attese, riempiendo piacevolmente minuti e secondi senza evitare al cappio di stringersi catarticamente attorno ad un collo: quello del colpevole. Valutazione : ****

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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