Percorso della mostra Boldini. L’incantesimo della pittura.

Giovanni Boldini nacque nel 1842 a Ferrara, dove iniziò sin da giovanissimo a dedicarsi al disegno e alla pittura. Poco più che ventenne lasciò la città natale per trasferirsi in cerca di fortuna prima a Firenze, poi a Londra e infine a Parigi, dove arrivò nel 1871 e dove fu consacrato come uno dei più grandi ritrattisti del tempo. Nella prima sala sono riunite alcune opere che documentano gli esordi fiorentini (Ritratto di Lilia Monti; Le sorelle Lascaraky) ma anche il suo talento multiforme. Se è vero che l’arte di Boldini raggiunse i vertici nel genere del ritratto, di cui contribuì a rinnovare i canoni della tradizione ufficiale, la sua produzione comprende anche paesaggi e vedute urbane (Uscita da un ballo mascherato), in cui sperimentò una pittura aggiornata sulle più moderne tendenze realiste e impressioniste, e rare nature morte caratterizzate da inquadrature ardite. In Un angolo della mensa del pittore gli oggetti evocano lo spazio privato della casa e del atelier, come le pagine di un diario intimo. Boldini offre uno spaccato della sua vita quotidiana: il servizio d’argento e porcellana e la tovaglia con le iniziali ricamate mostrano un artista all’apice del successo, il cui status sociale era pari a quello dei suoi ricchi committenti.

 

Parigi. Fuori e dentro l’atelier.

Boldini trova a Parigi la patria elettiva della sua pittura. Nei primi anni trascorsi in quella che era la capitale dell’arte, Boldini studia e assorbe le differenti tendenze artistiche in voga al tempo: dalla pittura di genere e in costume di Mariano Fortuny e Ernest Meissonier, a quella di paesaggio e soprattutto di vita moderna, della quale offre una personale declinazione facendo tesoro delle lezioni di Eduard Manet e Edgar Degas. Nella seconda sala sono riunite alcune delle prove più rappresentative di questi primi anni francesi. Si tratta di paesaggi colti in presa diretta sui luoghi battuti dagli impressionisti (La machine de Marly) o opere più complesse aventi per soggetto la città e il suo frenetico movimento, come I cavalli bianchi, ambiziosa composizione forse destinata al Salon e mai conclusa. In quegli anni il pittore si dedica anche alla rappresentazione della vivace vita notturna dei caffè e dei teatri che frequentava assieme all’amico Degas. Tra queste spicca la Cantante mondana, evocativa immagine di una delle serate musicali che il pittore-melomane era solito organizzare nel suo atelier, ambientazione prediletta di altrettante opere in cui i protagonisti sono i dipinti a lui più cari, gli oggetti e gli arredi, che si trasformano in presenze quasi vive e palpitanti.

 

Ritratti intimi e di società.

Sul finire degli anni Settanta Boldini torna a praticare il ritratto con il quale si era distinto già a Firenze per la propria interpretazione innovativa del genere, sia in termini di tecnica che di approccio informale e anticonvenzionale che contraddistinguerà anche in seguito il suo stile disinvolto e sofisticato. Che si tratti di ritratti di amici e colleghi, o di effigi ufficiali commissionate dai membri dell’alta società internazionale, le opere cui dà vita sono caratterizzate da un’acuta capacità di introspezione psicologica e dalla resa di questa attraverso il linguaggio del corpo. Un certo dinamismo contraddistingue ognuna di queste creazioni nelle quali la carica vitale dei modelli è spesso restituita mediante sciabolate di colore che sembrano smaterializzare le figure (Contessa de Rasty; Gaetano Braga); anche nel caso dei ritratti ufficiali, il pittore predilige sempre pose informali e apparentemente disinvolte che diventeranno tipiche della sua cifra stilistica. Un’importante fonte di ispirazione per Boldini è lo studio dei maestri del passato, che affiora ad esempio nel ritratto del Piccolo Subercaseaux, capolavoro della maturità in cui la gamma cromatica è memore della grande ritrattistica spagnola del Seicento e, in particolare, della pittura di Velázquez.

 

Il nudo e il paesaggio attraverso il temperamento dell’artista

A partire dagli anni Ottanta, Boldini trattò anche il nudo. Le sue incursioni in questo genere sono quasi sempre caratterizzate, oltre che da uno stile pittorico esuberante, da un marcato erotismo o da un realismo vigoroso che sottolineano la natura essenzialmente privata di questa parte della sua produzione. Le due tavolette che ritraggono Leda col cigno, probabili studi per un’opera poi appartenuta all’amico Paul Helleu e citata da Proust, sono tra i rari lavori ispirati da un tema mitologico o letterario. Nudino scattante è invece contraddistinto da una sensualità più contenuta e raffinata che lascia spazio alla resa del movimento e dell’energia che ne percorre le membra. A differenza dei paesaggi del primo periodo parigino destinati al mercato, in cui la resa della luce si accompagnava a uno stile minuzioso e dettagliato, le più tarde prove dell’artista denotano una maggior tensione verso la sperimentazione, sia compositiva che formale, che si spinge talvolta ad un’estrema semplificazione. La tecnica dell’acquerello è congeniale all’artista per riprodurre, con stesure rapide e toni delicati, vedute della campagna francese in differenti condizioni atmosferiche, come in Dopo l’uragano, una veduta rurale colta nel momento di quiete che segue la fine di un temporale.

 

Un ritrattista alla moda.

Con la sua personale declinazione del ritratto di società, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il magnetismo che contraddistingue i suoi ritratti deve molto al rapporto che il pittore ebbe con la nascente industria dell’alta moda che si afferma nella Parigi a cavallo tra Otto e Novecento, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità. Il segreto del suo successo poggia nella sapiente commistione tra l’attenzione per la resa dell’opulenta raffinatezza che contraddistingue quell’epoca a uno stile pittorico capace di restituire tanto la verosimiglianza quanto la vitalità del modello.  Nella quinta sala sono riunite alcune delle prove più emblematiche della ritrattistica matura dell’artista, soprattutto femminile alla quale deve gran parte della sua celebrità, come la Contessa del Leusse e Fuoco d’artificio in cui il meraviglioso abito da ballo appare smaterializzato in una esplosione di pennellate che avvolgono la silhouette. Boldini costruisce sempre le sue opere su un’accurata orchestrazione cromatica, prestando grande attenzione sia alla scelta degli abiti, sia alla studiata disposizione delle modelle, sempre colte in gesti di disinvolta eleganza, come se non fossero in posa.

 

“Ho dipinto tutti i generi”.

Nelle ultime due sale sono esposte alcune delle prove più affascinanti della maturità, quando, a partire dal nuovo secolo, all’attività di ritrattista, Boldini affianca sempre più frequenti incursioni nella natura morta, oltre a dilettarsi con composizioni di fantasia (Ninfe al chiaro di luna) e con le vedute del suo amato atelier, trattate padroneggiando ogni tecnica. Caratterizzate da una pennellata vibrante, da una tavolozza raffinata e pervase da un’atmosfera intima, le nature morte documentano la singolare sensibilità del pittore in questo genere. Tra i paesaggi spicca Marina a Venezia, piccolo capolavoro contraddistinto da una palette di straordinaria luminosità, che coglie da un punto di vista a “volo d’uccello” uno scorcio della città tra le più amate dal pittore.  All’apice della sua carriera, l’artista realizza alcuni dei suoi più celebri capolavori, come testimonia La signora in rosa, vera icona della produzione boldiniana, che comprova tutta l’abilità nel restituire la grazia e l’inquietudine di quelle signore che, da ogni parte del mondo, venivano a posare nel suo atelier. La scelta di dipingere le modelle in atteggiamenti disinvolti, unita al peculiare trattamento della materia pittorica, sfrangiata e sfilacciata, conferisce a queste opere una nota di modernità.

 

 

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