Passeggiata storica per Barletta – Parte V: Fine del Percorso

Buzzi unicem

All’affacciarsi della prima estate, è salutare andare in ufficio a prim’ora, quando i profili delle cose escono dal buio e non c’è quasi nessuno in giro, non ci sono locali aperti, non ci sono code ai semafori, nessun incontro con improbabili importuni. Solo, camminando a piedi, nella brezza del mattino col primo baluginante chiarore, iniziare la giornata annusando nell’aria il profumo dei panini croccanti appena sfornati, il giornalaio in fondo alla strada che raccatta dal camioncino in corsa il pacco dei giornali del mattino, il barista dietro l’angolo della tipografia che allinea sul bancone i primi cappuccini con cornetti alla crema per gli indaffarati “operatori ecologici” (un tempo si chiamavano spazzini). Attorno a quelle prime luci del mattino, vortica la prima vita: gente che va al lavoro e si ferma un attimo per sorbire il primo caffé bollente della giornata e poi, dal vicino edicolante, compra il giornale, legge di sfuggita – prima di rientrare in macchina – i titoli principali, scambia due parole frettolose col giornalaio e corre via. Alle prime luci del giorno, quando l’aria è frizzante e il cielo terso e limpido, è bello ancora illudersi che qualcosa, di questa depressa normalizzata quotidianità, cambierà, mentre probabilmente sarà ancora una volta difficile che le illusorie progettualità corrispondano alle vane attese programmate.

Certo la crisi c’è stata, in un passato neppure tanto remoto, a partire dagli anni Ottanta, spietata e inesorabile. Soprattutto in certi comparti, come il calzaturiero, il tessile e l’edilizio. Era un tempo in cui percorrere via Trani era smarrirsi in un ininterrotto fluire di macchine. Eppure oggi, a distanza di trent’anni da quella deplorevole congiuntura, la classe imprenditoriale ha ripreso la sua corsa e la situazione è nettamente migliorata. Sono sopravvissuti, fra mille difficoltà e anzi si sono viepiù arricchiti, i più refrattari alla crisi, i testardi, gli avveduti, le formiche di questa progressiva silente eppure feconda ripresa. Ciò che non è cambiato, è l’egoismo degli imprenditori più facoltosi, quelli che schivano la pubblicità per eludere i controlli del fisco. Anche i più ricchi, i ricchissimi, sono parsimoniosi dei loro guadagni per cui non c’è da aspettarsi nessuna apertura di credito verso una città che muore culturalmente anche per carenza di risorse private da parte di chi non ammette di dover restituire una briciola del suo profitto alla città che pure tanto gli ha dato, non solo i natali.

Estate, la stagione più propizia per l’acquisto delle ultime novità librarie reduci dalla moltitudine di premi letterari. Preceduta a marzo dalla “primavera della lettura” organizzata dalla Scuola Elementare “Giovanni Paolo II”, in estate una pletora di iniziative, allestite dalla Biblioteca Comunale, da Mirabilia, da Cialuna, dai Presidi del Libro, dall’Unesco, da “Sala Barberini”, dalle librerie “Einaudi” e “Penna Blu”, dall’Associazione “Dante Alighieri” e dal Liceo Classico “Casardi” (per ragioni di economia alla sua 30a edizione Franco Lamonaca ha sospeso il Premio Via Nazareth di Arte e Poesia). E tuttavia non basta ancora perché l’indice dell’acquisto libri è bassissimo, e allora andiamo al nodo del problema, che passa per una iniziativa coordinata fra Comune e mondo della Scuola, specialmente di quest’ultima.

Penso ai dirigenti scolastici, ahimé distratti da una molteplicità di opzioni pianificate dai Piani dell’Offerta Formativa, ma soprattutto alle insegnanti di lettere, perché – diciamolo con franchezza – il cuore del problema era, è e resterà la disponibilità umana prima ancora che didattica delle docenti delle nostre scuole elementari e medie alle quali soprattutto è demandato il compito di trasmettere l’amore per la lettura ai nostri ragazzi, magari attraverso la conoscenza della nostra città, del nostro territorio e dei suoi personaggi più rappresentativi (sorprendente che i programmi ministeriali non contemplino lo studio della conoscenza della propria città). Mi scoraggia sentirne alcune affermare ch’esse non hanno tempo perché hanno tant’altro da fare… Ma sono esse consapevoli di quanto la lettura – la buona lettura – abbia un valore fondante sulla educazione dei nostri ragazzi? Di come essa sia indispensabile per la loro formazione, per la loro crescita? La lettura espande i pensieri, dischiude gli orizzonti, dilata l’anima.

Un passaggio al supermercato è d’obbligo. Attraverso una folla anonima e indaffarata, spingiamo il nostro carrello colmandolo di offerte speciali, cominciando dalla caleidoscopica vetrina della cancelleria (colla roller, pritt compact, penne tecnopoint élite, fogli forati quadrettati con fascia trasparente rinforzata). Passando poi al reparto gastronomico, l’imbarazzo della scelta: le capaci sperlonghe del pescato adagiate su due grandi barconi colorati d’azzurro inclinati su un  fianco verso i dubbiosi acquirenti, i banchi di frutta e verdura, e i grandi banconi frigo-trasparenti dove ti affligge l’imbarazzo della scelta fra cento gelati variegati ai gusti più sofisticati. Ogni tanto ti prende, però, la nostalgia di tornare al tuo amico salumiere, nella sua semibuia bottega dove conosci per nome ogni persona del quartiere e puoi scambiare due parole con l’acquirente più vicino, in attesa del tuo turno.

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Il mio calendario – la percezione del tempo che passa – sono questi ragazzini del condominio accanto. Ne ho seguito la crescita, quasi senza accorgermene, dalla più tenera età, agghindati nei loro grembiulini ordinati e il colletto bianco inamidato, dall’asilo alle scuole superiori. E oltre. La loro lenta crescita nello scorrere circolare del tempo, una ruota che sembra ferma e invece gira senza posa, nell’alternarsi rapido delle stagioni, e fra una stagione e l’altra, quei bimbetti vispi e gioiosi vederli crescere, diventare giovinetti, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno mentre attorno nulla sembra cambiare…

E invece, gli adolescenti di un tempo sono diventati uomini e donne che a loro volta hanno messo su famiglia e adesso li incontri coi loro figlioletti e non sai più distinguere, delle loro fisionomie, quelle dei figli da quelle dei padri. Tutto pare fermo, mentre tutto gira, le cose, i pensieri, gli eventi che cambiano, cambiando anche noi e le nostre vite.

Nella frenesia degli ultimi impegni di lavoro prima della chiusura estiva, un altr’anno è passato, lasciando le tue attese sospese fra ottimistiche speranze di una auspicabile ripresa e repressi timori per l’ulteriore imponderabile aggravamento della crisi.

Uno di questi giorni i fiori di arancio porteranno all’altare una di quelle ragazzine del portone accanto che tanto tempo fa avevano accompagnato le tue prime illusorie speranze che fra lettura e cultura la vita sarebbe cambiata, un tempo in cui si condensavano tutte le inquietudini e le confuse aspirazioni di un’epoca. Ora quelle illusioni sono svanite, nella consapevolezza che potrebbero sopravvivere solo in qualche nostalgica poesia, nella onirica memoria di un tempo remotissimo che non tornerà più.

Presente e passato intrecciati / in una città immobile / un’esistenza senza illusioni, / nel gioco ambiguo della vita. / Un progressivo straniamento della gente, / reminiscenze della memoria / fra le immagini di un fragile presente, / l’ambiguità del gioco letterario, / storie affiorate dalla polvere degli anni.

 a cura di Renato Russo

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