Passeggiata storica per Barletta – Parte III: da Palazzo della Marra alla Nuova Zona 167

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In fondo a via Cialdini sorge, maestoso e imponente, Palazzo della Marra, il più bel palazzo di Barletta, costruito intorno ai primi anni del Cinquecento, quando la città, contesa da francesi e spagnoli durante la guerra combattuta nel nord Italia, s’era arricchita coi suoi cospicui commerci portuali. Dopo la famiglia della Marra, che ne fece uno dei più prestigiosi palazzi del barocco pugliese, il più illustre inquilino della elegante magione fu il grande giureconsulto Niccolò Fraggianni. Della Marra e Fraggianni, le più eminenti casate che nel corso del secoli si sono contese l’attribuzione del nome del palazzo. Oggi ospita la Pinacoteca “De Nittis”, un connubio artistico-architettonico approdato al suo felice esito dopo un secolare travagliato percorso. Un artista verso il quale si perpetua ancora una certa disaffezione perché dopo le affollate esposizioni in Italia e più recentemente a Parigi e a Padova, ingenerosa è ancora la risposta dei turisti nella sua città d’origine, forse per mancanza di una adeguata campagna di sensibilizzazione.

Ci sono grandi piazze, a Barletta, dove manifestare, festeggiare o soltanto incontrarsi, come piazza Moro, for a port, storico luogo di ritrovo serale per accordarsi sull’ingaggio dell’indomani fra patroun e zappator. Ha avuto più di un nome, in passato: fra fine Ottocento e inizi Novecento piazza S. Sebastiano, poi piazza Roma. Come piazza Federico II (un tempo piazza S. Antonio dalla vicina omonima chiesa), intitolata al grande monarca svevo che ne era stato espropriato da piazza Caduti, dove sono un remotissimo ricordo gli affollatissimi comizi elettorali, o piazza Conteduca, un tempo piazza Stazione, assunse questo nome in onore della nostra prima medaglia d’Oro, Francesco Conteduca, distintosi alla sfortunata battaglia di Lissa il 20 luglio 1866. Qui, il 25 giugno del 1866, al raduno dei garibaldini, si formò la famosa “Brigata Barletta” che si coprirà di gloria il 21 luglio, nella vittoriosa battaglia di Bezzecca, immediato riscatto. Qui, un secolo dopo, su questo piazzale, il 30 settembre del 1965, Aldo Moro inaugurerà la Bari-Nord. Tra le più belle della città, c’è piazza Castello, l’antica Platea Magna da dove Federico II annunciò al mondo la VI Crociata, oggi arricchito dagli spaziosi giardini che arredano la grandiosità della scenografia castellare. Sistemati a parco, si presentano come il punto nevralgico di confluenza – in pieno centro storico – fra la Cattedrale e il Castello, saldati architettonicamente dal basolato comune alle due aree monumentali. Su piazza Plebiscito, la storica Paneiros, o Paniere del Sabatoextra moenia – s’addensavano un tempo le merci in attesa di entrare in città attraverso Porta Reale, previo pagamento di un cospicuo dazio.

E poi ci sono le piazzette, i piccoli spazi interclusi fra un palazzo e un giardinetto, lo sbocco su un “vicolo stretto”, lo slargo antistante a una chiesa (Monte di Pietà, S. Michele, S. Pasquale), davanti all’ultima porta della città (porta Marina), o sul prolungamento del Palazzo della Finanza (piazza Pescheria) o all’ingresso di via Duomo, ed altre ancora. Ci passiamo velocemente, siamo già oltre, e neppure ci siamo accorti ch’era un’occasione per fermarci un istante per dilatare in un attimo il tempo e riflettere sulle nostre inquiete giornate e sulla fugacità delle cose.

A due passi da casa resiste ancora, alla proposta di una diversa destinazione, il vecchio stadio “Lello Simeone” (si parlò a lungo, negli anni Novanta del secolo scorso, di trasformarlo in un parcheggio sotterraneo). Venne costruito intorno alla metà degli anni Trenta, durante il Fascismo, su disegno dell’ing. La Regina, su un terreno di proprietà della facoltosa famiglia Cozzoli-Poli. Raffaele Simeone, al quale lo stadio venne dedicato dopo la guerra, era un medico che esplicava la sua attività nel locale ospedale principe Umberto. Appassionato di sport in genere, ma di calcio e ciclismo in particolare, ridiede vita al campionato di calcio e organizzò molte kermesse ciclistiche (qui, nel primo dopoguerra, corse in circuito anche Fausto Coppi). Il campo è delimitato da via Libertà e via Chieffi, da via Vitrani e via Suor Chiara Damato. Dopo la costruzione del nuovo stadio (agli inizi degli anni Settanta) quello vecchio venne lasciato alle partite delle squadre minori e a qualche sporadica gara ciclistica.

Qui, in questo stadio, si allenava nei primi tempi Pietro Mennea coi suoi amici velocisti. Come facessero, su una pista così pesante, in cemento armato, è un mistero. Per non dire del calcolato avvicendamento nella staffetta, un vero miracolo di abilità nelle rapide movenze del cambio del testimone. Qui si disputavano i campionati della Società Sportiva “Barletta Calcio” quando la squadra militava in quarta serie o in serie C. Negli anni Ottanta fu anche teatro dei Giochi della Gioventù: mi sembra ancora di sentire, dal balcone di casa, a due passi dallo stadio, le grida concitate dei ragazzi, l’esultanza della vittoria, l’onda festante dei tifosi…

Ora tutto è lontano, e anche questo spazio, che non nasconde i segni del decadimento, si è trasformato in un luogo della memoria. Quando il custode – subentrato al mitico Lillino – spegne le luci al termine di un incontro e i giocatori abbandonano il terreno di gioco, sul campo scende il silenzio e riaffiorano evanescenti le ombre del passato, siamo come avvolti da una ombrosa malinconia, e per un attimo rivedi la folla, risenti le grida assordanti degli spettatori, segui con ansia le affannose rincorse dei giocatori sul manto erboso…

Attraversando la periferia della città, percorrendo la superstrada, si avvistano i disordinati condomìni della nuova 167, senza un progetto estetico che catturi l’ammirato apprezzamento del turista di passaggio sulla vertebratura viaria periferica. Eppure trent’anni fa ne studiammo l’impianto topografico in Commissione e dopo estenuanti nottate, ne approvammo la pianificazione in Assemblea! Ci sembrò allora l’elegante ordito costruttivo all’interno dell’arco tracciato dalla futura sopraelevata viabilità, mentre oggi, al consuntivo della sua realizzazione, ci appare un disarticolato agglomerato di anonimi palazzi, reso più precario dalla incompletezza delle opere infrastrutturali. Forse in quegli anni l’esasperata stagione inquisitoria di una esagerata magistratura frenò la spinta progettuale per delineare i contorni di un riordino urbanistico che pretenziosamente avevamo etichettato come la “città del futuro”. Ci arrivammo e le oltrepassammo, le soglie del 2000, che ci siamo lasciati alle spalle tre lustri fa. Adesso lo spettacolo che si para alla nostra vista – nell’attraversamento della 16 bis – è caotico e deprimente.

a cura di Renato Russo

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