Passeggiata storica per Barletta – Parte II: Liceo Classico, Eraclio e i Palazzi Nobiliari

Attraversando piazzetta Pescheria, riemerge dal tempo un remoto ricordo (cinquant’anni fa!) nell’autunno del ’65, quando lungo questa obliqua e ripida salitella s’allenava nella corsa veloce un ragazzetto tredicenne: partiva ultimo per sopravanzare con rapide falcate i compagni e batterli in volata all’arrivo dell’imbocco di via Cialdini; le prime prove di un ostinato impegno agonistico, di una scommessa senza fine con se stesso e con la vita che lo avrebbe portato vittorioso sulle più famose piste del mondo. La sua coriacea volontà e la sua determinazione interiore trasformeranno un campione dello sport in un modello di vita, sempre all’avanguardia sulla linea di fuoco delle più arroventate dispute sulla lealtà agonistica e l’abuso di doping. Del campione dirà Gianni Brera, scontornando una mitica plastica rappresentazione in gara: una volta disteso, non aveva uguali per orrida bellezza: furiosamente artigliato, il suolo sembrava fuggire sotto di lui, in preda a una rapace ansia di volo! La città gli ha dedicato la Litoranea di Ponente, una scuola di via Canosa gli ha intitolato il Comprensorio, un Comitato gli sta preparando un busto bronzeo.

Davanti al Liceo Classico, a due passi da casa, lo sguardo si attarda su questo edificio, costruito fra le due guerre, un tipico manufatto di regime che architettonicamente gronda retorica, un calibrato equilibrio delle forme, ispirato ai classicheggianti modelli del tempo, di cui ridonda la Puglia di quegli anni, come sul lungomare Nazario Sauro a Bari o il palazzo della Provincia a Foggia. E pensare che subito dopo la guerra l’Amministrazione voleva abbattere i due scuri di pietra sulla sommità dei fasci littori e cambiare il nome dell’intitolazione della scuola perché intestato ad Alfredo Casardi, ad un eroe che aveva perso la vita nel 1938 per la causa franchista, un’imbarazzante memoria, fra le Medaglie d’Oro di cui si onora il nostro glorioso medagliere. Ma il tempo ha attenuato i contrasti stemperandoli in una stinta ideologia ormai retaggio di stereotipati libri di storia, mentre riesce difficile alleviare la disperazione di mamma Laura che di figli nel corso della guerra ne perse tre, e tutti e tre a 26 anni!

Eraclio, Arè, in una trasposizione gergale confidenzialmente popolare, altero e maestoso, nel suo sobrio panneggio imperiale, nei racconti leggendari trasmessi dalle fonti che tramandano il fascino della realtà trasfigurandola nella poesia del mito. La grande statua è il simbolo più rappresentativo della città. Suggestiona il pensiero che i cavalieri della Disfida nel 1503 ci passassero davanti perché la statua, a quella data, già c’era e che in quello slargo, chiamato loco Aracho, a quel tempo si teneva un mercato autorizzato da Alfonso d’Aragona. Oggi Eraclio sta lì, imperturbabile, a osservare la gente che passa, la vita che scorre. Il pericolo è che, a forza di vederlo, sempre sotto gli occhi, questo monumento, il più citato della città nei racconti dei viaggiatori del ‘700 e dell’800, finisca col diventare un elemento consueto del paesaggio, fino a smemorarsi in esso. A riaccenderne il nostro svagato interesse, l’attenzione che gli manifestano i turisti già dal primo sguardo ammirato, emarginando tutto ciò che è circostante in un cono d’ombra.

La sindrome da assuefazione, lo stesso pericolo corso dai numerosi busti che ricordano la storia di alcuni nostri grandi personaggi del passato a noi cari come Giuseppe Garibaldi, che giovanissimo, nel novembre del 1833, sbarcò nel porto di Barletta dal brigantino Clorinda e che, più tardi, a capo della spedizione dei Mille, potrà contare sul contributo di due grandi patrioti barlettani; Camillo Boldoni e Raffaele Lacerenza. Accanto al suo, il busto di Massimo d’Azeglio opera di Francesco Manuti. Certe volte immagino che si sia stancato di star lì fermo, immobile, e che scenda dal suo piedistallo, si confonda nella folla che ingombra i marciapiedi dei corsi durante la sfilata del Certame Cavalleresco, compiaciuto che risalga a lui la rinnovata notorietà del famoso evento. E poi i busti di Francesco Conteduca e Giuseppe Carli scalpellati da Nunzio Saracino. Protagonisti della nostra storia più recente scolpiti dalle ispirate mani di Mauro Di Pinto, Michele Cassandro, Luigi Scuro e Salvatore Santeramo.

Nei giardini del Castello, in un’aiuola prossima all’ingresso, s’erge il busto severo e meditativo di mons. Santeramo, una delle opere del giovane Mauro Di Pinto. Quello che colpisce nel monumento funebre sono i libri accatastati sotto la sua erma, le sue celebrate monografie storiche su dorso delle quali sono segnati i suoi dati anagrafici. Un’intuizione, indovinatissima, questo gruppo marmoreo, che ci induce a riflettere sull’amore che il grande diplomatista ebbe per la cultura e per i libri a lui più cari che con uno sforzo di fantasia vogliamo immaginare che lo abbiano accompagnato anche nell’aldilà.

In fondo a corso Garibaldi (palazzo Bonelli) e ad angolo imboccando via Cialdini (l’antica via delle Carrozze), numerosi si succedono palazzi edificati fra il Trecento e il Cinquecento, in stretta sequenza architettonica: Palazzo Damato (Cantina della Sfida), Palazzo De Gregorio (o casa della Ginevra), Conservatorio del Monte di Pietà (oggi palazzo della Prefettura), palazzo De Comonte, palazzo Della Marra (che ospita la Pinacoteca “De Nittis”).

Vuole la tradizione che la cantina di palazzo Damato (qui nacque nel 1898, per uno strano disegno del destino, don Peppuccio Damato), sia stata la locanda dove sarebbe avvenuta la famosa sfida al termine di una vivace disputa fra Spagnoli e Francesi sul valore delle armi italiane (ma forse – per quel tempo – sarebbe meglio dire italiche). Anche se storicamente manca qualsiasi documento che certifichi che sia questa la famosa Cantina (“del Sole” secondo la fantasiosa ricostruzione romanzesca del d’Azeglio), è una leggenda che, chissà quando nata, è però dura a morire e in ogni caso, ci avvertono le guide, che quando i turisti sbarcano dai loro panoramici pullman, quasi sempre per prima cosa chiedono della romanzesca cantina. Già “romanzesca”, essi pure lo sanno di giocare con una storia ingannevole e fallace, ma all’arido riscontro storiografico, preferiscono l’illusoria allucinazione del mito.

a cura di Renato Russo

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