Oratori della domenica e omelie soporifere

Non ho assolutamente la volontà di ripetere nel numero (nove) le famose Crociate in Terra Santa, bensì metterò fine (forse), alle mie personalissime crociate per “liberare” la lingua italiana da chi la vessa in maniera crudele ma, permettetemelo, parto per la seconda e vi prometto, ultima spedizione.

È più forte di me! L’errore grammaticale, la sintassi scorretta, l’uso a sproposito delle parole, mi fanno diventare nervoso più dei famosi 7.000 caffè di Alex Britti.

Ho sempre pensato, discutendo appunto dell’uso della lingua italiana, che chi si addentra nella selva selvaggia, di dantesca memoria, del dolce stil novo, dovrebbe essere fornito di una certa competenza ma, ahimé, quasi mai è così.

Trovo buona parte degli elaborati o ancor peggio dei discorsi fatti in pubblico, irricevibili e scusabili. Però quei novelli oratori e scrittori ripetono ogni volta la stessa solfa, spiegando che la loro scarsa aderenza al corretto uso della lingua italiana, è solo frutto, a volte, di “un lapis di lingua”… Ma smettetela!

Ogni qual volta partecipo, con piacere (diversamente lo evito accuratamente!), ad un evento dove è prevista la presenza di uno o più oratori, presto molta attenzione (altro mio brutto vizio, lo ammetto) alle parole che vengono usate ed abusate. Spesso, dopo aver raggiunto il limite massimo di sopportazione, lascio il mio posto ed esco “a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139) e respirare aria fresca.

Il primo comandamento del buon oratore è concentrare i concetti fondamentali nei primi dieci minuti, quando la soglia di attenzione del pubblico è al massimo. Dopo di che l’auditorio entra nello stadio 1 del sonno quando, cioè, il soggetto si sta addormentando. Con il prolungarsi dello sproloquio, oh pardon et moi, dell’intervento, la fase pre-sonno viene sostituita da una condizione di fastidio diffuso allorquando intervengono altri fattori quali: un ambiente non confortevole (troppo caldo con centinaia di ventagli che si agitano all’unisono, troppo freddo o sedute scomode), vocìo persistente e fastidioso o ( il peggiore di tutti) concetti ripetuti sino alla paranoia e avulsi da ogni logica accettabile.

In questo ultimo particolare esempio di casistica, rientrano le omelie o se volete, le prediche effettuate durante le celebrazioni religiose.

L’assist a tuffarmi in questo mare periglioso, mi è stato offerto dal Sommo rappresentante della Chiesa cattolica. Infatti Papa Francesco, il 26 aprile scorso, durante l’ordinazione di 19 nuovi sacerdoti, ha esortato i novelli religiosi a che le loro omelie non fossero noiose. In quello stesso istante mi è balenata nella mente, spontanea, una considerazione “Allora non era un mio blasfemo pensiero quello che le prediche fossero troppo lunghe e di conseguenza, ripetitive!”. Ma foss’anche solo la lunghezza abnorme e a volte, fastidiosa delle omelie ( “In Occidente superare i 20 minuti sembra troppo” lo ha detto il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti), sarebbe  ancora accettabile, purtroppo però, non è quasi mai così a conferma dell’antico detto popolare che rimarca come i guai non giungono mai da soli.

Credetemi, ho cercato in tutti i modi leciti (l’unico non tentato quello di appisolarmi) di non prestare attenzione ad alcune prediche ma è più forte di me, lo confesso (per restare in tema), non ci riesco ad ignorare gli oratori.

E questo mio peccato (mi informerò poi se veniale o mortale, prometto!) mi porta a rimarcare e fare caso a strafalcioni linguistici e consecutio temporum brutalmente e inconsapevolmente ignorate. Se volete quello che mi accingo a fare è il riportare, nel pratico, la parabola della pagliuzza nell’occhio dell’altro senza tener conto della trave presente nel proprio. Ma, tant’è!

Prima delle dolenti note, mi preme rimarcare come alcuni (pochi, troppo pochi!) dei sacerdoti, uno per tutti il mai troppo compianto Monsignor Francesco Damato, che ho avuto il piacere di ascoltare, possiedono il rarissimo dono della sintesi ed una ars oratoria degna del miglior principe del foro, che permette loro di effettuare omelie mirate sul “pezzo”, mai dispersive, corroborate da una padronanza della grammatica italiana se non perfetta, quasi e tanto per non guastare, condite da frasi latine (non mi riferisco al latino maccheronico!) e greche (con tanto di imperativo aoristo) che così bene fanno alla testa, quanto all’animo.

Ah Titina Villani e Lorenzo Ribatti (colonne dei tempi d’oro del liceo Casardi) come mi avete condizionato!

Di contro, per altri religiosi (tanti per sfortuna!), debbo omettere dolosamente e soprattutto con cristiana piĕtas, i nomi e gli esempi più devastanti ascoltati personalmente.

Passi non essere ferrati in storia e toponomastica il che porta ad annunciare dal pulpito che “la processione passerà per corso Vittorio Emanuele III” (ripetuto un paio di volte se non tre) o ancora, giustifico con la foga del discorso, quel sacerdote che ha diretto le sue parole alle giovani generazioni quasi inveendo “… E infine mi rivolgo ai giovani: tirate fuori quel poco di buono che c’è in voi!”, inoltre ammetto di essere incuriosito da quei reverendi i quali, novelli one-man-show, cantano e si agitano in maniera non consona al sacrificio eucaristico che stanno celebrando e per ultimo non capisco (ma mi adeguo) quegli anziani preti che, in un’era di tecnologia avanzata, si ostinano a parlare all’assemblea senza il fondamentale apporto del microfono (del quale, oltretutto, dispongono) creando il fastidiosissimo effetto pesce ma, disdegno e non comprendo, coloro che usano parole delle quali non conoscono il reale significato e le “appiccicano” lì, nel bel (tanto bello poi non proprio) mezzo di un discorso solo perché suonano bene o ancor peggio, hanno assonanza con il termine che si sarebbe voluto e soprattutto dovuto, in maniera corretta usare.

E la tortura diventa ancora più atroce nel caso di riutilizzazione del medesimo termine (a sproposito). Praticamente un errore di perseveranza (così viene definito dagli studiosi) e come sanno tutti… perseverare nell’errore è diabolico.

Detto tutto questo, proprio per seguire gli insegnamenti evangelici del      “perdona settanta volte sette” (Mt 18,21-35), faccio un passo indietro e mi rimangio tutto recitando il mea culpa, però quella degli oratori maratoneti è una mente veramente da studiare: cosa pensereste voi se un sacerdote (reale e non frutto della mia fantasia), in una chiesa che si avvicina tanto ad una sauna finlandese, dopo trenta minuti di predica (non la chiamo omelia per non offendere la parola) farcita di concetti ripetuti sino alla nausea, rilettura pedissequa di tutti e tre i brani della liturgia della parola e citazioni riportate pappagallescamente, dice quasi, anzi sicuramente, piccato e con un velato tono di sfida,“… so che molti di voi in questo momento non mi stanno ascoltando anzi, sono assorti in altri pensieri”, come dire “ sono cosciente di avervi tediato (politically correct) ma non mi do per vinto”.

Permettetemi, no! Oltre al danno la beffa, assolutamente no!

Desidero rivolgere un invito a tutti i sacerdoti: perché non prendete in considerazione l’idea di risparmiare quei venti minuti di sproloquio inutile, dannoso e sgrammaticato, all’assemblea? Vi assicuro l’infinita riconoscenza di tutti quei fedeli che ancora partecipano alle funzioni religiose.

E che il Signore mi perdoni…amen!

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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