Su Netflix arriva il terribile “Death Note”: quando un grosso nome non è sinonimo di successo

La popolare piattaforma di contenuti video in streaming Netflix, vero e proprio colosso nel suo settore e giunta in Italia solo da poco tempo, ha ultimamente mostrato una certa attenzione verso le opere classiche dell’animazione giapponese, tanto che sono stati finanziati e messi in cantiere opere quali la serie reboot degli storici e famosissimi “Cavalieri dello Zodiaco “ e una serie ispirata ad un classico del maestro mangaka Go Nagai, ovvero “Devilman Crybaby”.

Probabilmente da questa attenzione all’universo “anime” e dalla decisa voglia del colosso dello streaming di gettarsi anche nel mercato cinematografico dopo aver praticamente conquistato quello delle serie tv che nasce un progetto tanto atteso da migliaia di appassionati, ovvero il film ispirato a “Death Note”, vero e proprio fenomeno del panorama manga e anime.

Anche tra i profani del settore il nome di quest’opera, originariamente scritta da Tsugumi Oba e disegnata da Takeshi Obata, ha un peso non indifferente: la sua storia, la caratterizzazione dei personaggi, lo svolgimento della trama e l’aspetto grafico… Tutto in quest’opera incredibilmente matura che riesce ad unire un contesto soprannaturale ad uno svolgimento perfettamente maturo, cupo ed entusiasmante trasuda una maestria e una proprietà del mezzo a dir poco sublime.

Inutile dire, quindi, come ricercando sul web le migliori serie animate o i migliori fumetti made in Japan, salti quasi sempre fuori il nome di Death Note. Ma da qui a pensare che un passaggio sul grande schermo, per giunta attraverso una radicata opera di occidentalizzazione, potesse essere un’idea facile da realizzare il passo non è affatto breve. Anzi.

Già le opere “live action” realizzate nella Terra del Sol Levante hanno avuto esiti altalenanti ma mai esaltanti, dimostrando l’oggettiva difficoltà di una trasposizione di questo tipo. Occidentalizzare poi un’opera che, pur essendo abbastanza slegata dalla cultura autoctona, è comunque immersa in un contesto culturale e, perché no, psicologico ben differente dal nostro sarebbe stato un lavoro arduo per chiunque. Arduo ma non impossibile

Eppure, nonostante la più o meno costante qualità delle opere originali Netflix, il film andato online il 25 agosto sulla piattaforma online delude totalmente qualsivoglia aspettativa riguardo la pellicola, sotto ogni punto di vista.

Dell’originale rimane solo la premessa: in un mondo in cui gli Shinigami, dei della morte, esistono e mietono le anime dei mortali giunta la loro ora (o poco prima) scrivendo i loro nomi su un quaderno dal potere di uccidere chiunque veda il suo nominativo scritto su una delle sue pagine, per l’appunto il Death Note, uno Shinigami di nome Ryuk, lascia cadere uno di questi quaderni nel mondo dei mortali, ove sarà un ragazzo di nome Light a raccoglierlo. E a scoprirne il potere.

Solo che se il Light Yagami del manga/anime è un giovane prodigio dal quoziente intellettivo ben oltre la media e con una visione del mondo straniata e cinica, il Light Turner della pellicola è un giovane disadattato e dalla dubbia intelligenza (che avrebbe dovuto trasparire solo dal piccolo dettaglio per cui il ragazzo fa i compiti a metà dei suoi compagni di classe) vittima di bullismo da parte di un pluriripetente, ignorato da insegnati e preside che pensano che la violenza sia costruttiva e sia più grave imbrogliare nei compiti piuttosto che picchiare la gente e allevato da un padre single e poliziotto che sembra essere la copia venuta molto, ma molto male, dell’ispettore Callaghan interpretato da Clint Eastwood.

Non che il protagonista sia l’unico problema: partendo da un Ryuk che invece di essere spettatore divertito dell’affaccendarsi dei poveri mortali è stato reso sostanzialmente un diavolo tentatore, mandando totalmente in fumo l’interpretazione, abbastanza adeguata, di un Willem DeFoe (per altro realizzato con una CGI talmente orripilante da obbligare il regista a nascondere costantemente il personaggio nella penombra) si arriva a tutti i coprimari, Mia e L su tutti, che non sono altro che macchiette di personaggi privi di qualsiasi profondità.

Un’opera che è nata come un thriller psicologico dove lo scontro tra menti e le personalità sfaccettate fanno da padrone per tutta la trama viene quindi trasposta in quello che sembra essere un orrido miscuglio tra un teen drama di serie z e il peggiore degli episodi della saga “Final Destination”, facendo in modo che i veri protagonisti del film siano gli improbabili modi in cui le persone condannate dal protagonista vengono fatte fuori.

Ogni azioni appare forzata e illogica, ogni comportamento e reazione dei personaggi sono incoerenti a dir poco con gli eventi che li circondano, con buona pace del tentativo, legittimo ma fallito miseramente, di introdurre nel film tematiche quali l’etica, la giustizia e la religione. Tutto diventa un rancido polpettone adolescenziale con un finale che vorrebbe risollevare le sorti e la caratterizzazione dei personaggi ma che invece, rimanendo per giunta aperto, lascia un senso di profondissima insoddisfazione.

È il comparto visivo a salvare la situazione, con la regia di Adam Wingard che fa semplicemente il suo dovere, con pochi guizzi in alcune scene ma molti bassi in alcuni effetti di transizione in un paio di cambi di scena e l’utilizzo di canzoni sdolcinate/depressive che sono andate a targare definitivamente il film come un teen drama con un serio complesso di superiorità.

La pellicola è quindi uno dei tonfi più clamorosi di Netflix, la peggiore trasposizione dell’opera della coppia Oba e Obata, ma in generale un film davvero brutto, povero di contenuti, privo di logica e con davvero pochissimi spunti interessanti.

Per chi vuole scoprire la vera storia di “Death Note”, ci sentiamo di consigliare la visione dell’anime: al prezzo di tredici ore di visione circa sul vostro schermo, scoprirete un’opera davvero mastodontica e a dir poco godibile anche da chi al mondo dell’animazione giapponese non si è mai avvicinato. O a chi pensa che “Death Note” sia solo l’aborto portato sullo schermo da Adam Wingard e dal “colosso” Netflix.

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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