Nel processo la Forma è Sostanza: il parere di M.G.A. sul caso di Trani

Il processo è un fenomeno concettualmente complesso.

In esso il popolo concede ai tribunali, allo Stato cioè, un potere elevato e terribile: la potestà di accusare, privare della libertà o dei beni, giudicare, punire. Nessun privato potrebbe arrogarsi il diritto di fare lo stesso: ciò che per i singoli sarebbe un reato, è invece funzione tipica dello Stato, quella giurisdizionale.

Sul piano materiale, fenomenico, il processo è susseguirsi di atti e fatti ordinati in una sequenza prestabilita e codificata a garanzia dall’arbitrio del decidente e dell’accusatore. Nel processo, dunque, la forma è la prima garanzia di libertà.

In ciò sta anche la ragione della ritualità in qualche modo sacerdotale del processo. Le toghe nere, i cordoni argentei o dorati, differenti fra avvocati e magistrati, lo scranno del giudicante, i banchi separati delle parti: simboli in sè non utili alla sequenza, ma necessari per segnare anche visivamente il confine fra la violenza incontrollata del singolo che si faccia ragione da sè, e la violenza legittimata dello Stato, che invece amministra giustizia.

La seconda garanzia di libertà è la imparzialità del magistrato, sia che esso giudichi, sia che esso accusi: se all’imputato il giudice non appare imparziale, sulla base di dati che egli medesimo rileva, il giudice non è, né per l’imputato né per tutti i cittadini potenziali imputati come lui, imparziale. In questo caso, vale dunque il principio esse est percipi.

E quindi forma e sostanza si intrecciano in modo inscindibile.

La fotografia ormai notissima che ritrae il pm e l’avvocato in un contesto certamente ben lontano dalle consuete dinamiche processuali, rimbalzata online su tutte le testate giornalistiche e, ovviamente, sui social, impone dunque una serena ma dura riflessione sul rapporto tra avvocati e magistrati e, in particolare, sulla apparenza e sulla percezione pubblica di quel rapporto.

Se il cittadino percepisce, a torto o a ragione, che fra il tal magistrato e il tale avvocato esiste un rapporto che anche solo in via meramente ipotetica potrebbe minare l’imparzialità nello svolgimento nella funzione, il danno è già fatto. L’imparzialità non deve permeare solo la sostanza dell’agire giudiziario, ma anche la forma; perchè è sulla forma che la fede pubblica nella funzione si genera: è sulla percezione della forma che si regge il patto fondante la potestà punitiva statale.

Questa è la ragione dello sgomento che ha destato l’immagine dell’avvocato prono ai piedi del pubblico ministero. Che – al di là dei reali rapporti fra i due e dell’efficienza causale che tali rapporti, con ogni probabilità correttissimi, avrebbero potuto riflettere sul grave processo che coinvolgeva entrambi – ha scoperchiato un vaso di Pandora fin troppo noto nei tribunali del paese.

Nei corridoi di tribunale, negli studi, per le strade di città, più diffusamente di piccole città territorialmente magari sotto la giurisdizione di piccole Procure, le corsie preferenziali legate ai rapporti personali fra parti processuali sono tristemente visibili: vere o supposte che siano. Esse est percipi.

Lo sviamento di clientela, l’illecita concorrenza tra avvocati fondata sull’autentico o millantato rapporto di amicizia con il magistrato di turno, è uno dei tanti problemi che costellano il sistema giustizia, per non parlare delle opacità del sistema di assegnazione degli incarichi di nomina giudiziaria. Siamo avvocati: sappiamo molto bene che molti processi non si risolvono nè in aula, nè in camera di consiglio, ma nelle stanze dei magistrati. Con risultati certamente diversi a seconda che a bussare alla porta sia l’amico visto a cena la sera prima oppure l’avvocato perfetto sconosciuto.

Nello specifico, Trani. Emblematico il destino del libro del magistrato Olivieri del Castillo, già GIP presso il tribunale pugliese, Frammenti di storie semplici. Contenesse solo finzione cinematografica, avrebbe avuto il medesimo destino dei romanzi di De Cataldo o di Carofiglio. Invece è finito davanti al CSM. Il che indica che il problema delle contiguità fra magistrati e avvocati esiste, e, portato alla luce anche solo da un romanzo, fa paura. Fa paura perchè mina in radice la fede pubblica nella fictio processuale e quindi la legittimazione stessa, per tornare alle considerazioni iniziali, del processo.

Non è questione quindi di retrivo moralismo. E’ questione che atteggiamenti confidenziali come quelli fra Merra e De Cesare non dovrebbero essere realizzati in pubblico: del privato non si vuole e non si può giudicare. La stessa giunta dell’ANM di Bari, in una nota del presidente Ettore Cardinali, pur difendendo la professionalità del magistrato coinvolto (che qui non si intende mettere in discussione), ha segnalato come “l’opportuna astensione della collega ha consentito, come previsto normativamente, di rimediare nel procedimento ad apparenti dubbi di terzietà della collega stessa“, e ha rimarcato come “in generale (…) la sobrietà nei comportamenti dei colleghi oggi deve tener conto delle potenzialità di reperimento e diffusione di notizie, immagini e video che consente Internet.

Avvocati e magistrati dovrebbero prendere spunto da quanto accaduto per suggerire modifiche ed integrazioni alla normativa deontologica. E’ necessario, per avvocati, magistrati e cittadini, trovare il coraggio per stigmatizzare e denunciare.

In tutto questo c’è bisogno di unità tra sana avvocatura e sana magistratura, una unità che porti a stilare comuni e condivise regole di comportamento. Il problema esiste, non fingiamo di non vederlo.

Un’idea da cui partire per ridurre al minimo i sospetti di parzialità legata a rapporti personali potrebbe essere quella di vietare ai magistrati di prendere servizio nel proprio distretto di residenza. La questione è aperta, discutiamone con serenità e fermezza.

M.G.A.

Per il C.D.N.
il presidente nazionale

Avv. Cosimo D. Matteucci

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