Montaltino e la prudenza

I diversi provvedimenti della magistratura penale e amministrativa adottati per la lottizzazione di Montaltino incominciano a fare un po’ di chiarezza su questa vicenda. Si può dire che le due magistrature, in tempi differenti e senza aver concordato le proprie determinazioni, abbiano suddiviso di fatto il problema in tre parti. Per capire meglio, vediamole brevemente una per una.

1 – Archiviazioni

La posizione di 17 indagati, all’epoca in gran parte consiglieri comunali che avevano dato voto favorevole alla lottizzazione, è stata definitivamente archiviata. E’ una buona notizia per loro, per ragioni che si possono capire facilmente, ma ritengo che lo sia anche per noi cittadini. Diciamocelo francamente: l’idea che in città ci fosse un unico blocco monolitico di interessi privati in comune (e in Comune) era semplicemente catastrofica. Conoscendo personalmente alcune di quelle persone, anche una rappresentazione poco credibile, se vogliamo ancora dare un valore alla reputazione personale di coloro i quali si occupano di politica. Un esito diverso mi avrebbe sorpreso, prima ancora che intristito.

Ma la questione non si può tuttavia liquidare così e va fatta una riflessione su quelle vicende. All’epoca parlai di comportamenti discutibili e di responsabilità politica. Non ho cambiato idea, anzi fui forse l’unico a distinguere, nel clima giustizialistico generale, la responsabilità politica da quella penale. Gli eventi mi stanno dando ragione. Il fatto di aver approvato un provvedimento fortemente contestato con solidi argomenti sia giuridici sia di carattere ambientale, con il numero minimo sufficiente per la validità della seduta del Consiglio Comunale in una notte poco prima di Ferragosto, non poteva non destare quantomeno perplessità. Si trattò di una decisione inopportuna su una materia delicata, adottata con modalità destinate ad ingenerare comprensibili sospetti, in un contesto che avrebbe dovuto suggerire una maggiore prudenza. L’imprudenza provoca spesso dei guai (quanto è vero nella vita!), ma non è un reato. La responsabilità politica  ugualmente non è un reato, anche se dovrebbe avere un suo giudice, che è l’elettore (a queste latitudini evidentemente poco interessato ad esercitare questo ruolo, ma questo è un altro discorso).

Inoltre la responsabilità politica, a differenza di quella penale che è strettamente personale, è in capo anche alle organizzazioni collettive, principalmente i partiti. Ma perché nessuno parla dei partiti nei quali questa operazione fu avallata collegialmente, visto che era necessario un voto in Consiglio Comunale? Come cittadini apprezzeremmo molto un’autocritica non solo dei singoli consiglieri dell’epoca, ma anche dalle classi dirigenti dei partiti dell’allora maggioranza, anche se temo che ciò non avverrà. Dal deserto non può nascere un fiore.

2 – Richiesta di rinvio a giudizio

La richiesta di rinvio a giudizio, che non vuol dire rinvio a giudizio avvenuto (si deciderà a marzo dell’anno prossimo), men che meno significa condanna, distingue tuttavia dagli altri la posizione di 14 persone coinvolte in quanto progettisti, burocrati o altro, persone che hanno comunque avuto un ruolo diretto e ben definito nell’esecuzione del progetto. Qualcuno dice: dalla richiesta di rinvio alla decisione ci sono già 5 mesi, di questo passo la prescrizione è dietro l’angolo. E’ presto per dirlo. Posso solo auspicare che questa decisione, quale che sia, non subisca ulteriori rinvii e che si vada avanti speditamente, fino ad una chiarezza definitiva su questa vicenda, che ha focalizzato per lungo tempo l’attenzione amministrativa, mentre, non dimentichiamolo, crollava nell’incuria una palazzina in Via Roma.

3 – Questione amministrativa

Mentre la vicenda penale è in pieno svolgimento, la questione è ormai chiusa sul versante della giustizia amministrativa, con la sentenza definitiva del Consiglio di Stato che ha dichiarato l’illegittimità dell’operazione. Ora il problema è: che fare dei manufatti?

Al contrario dell’imprudenza del passato, il sindaco attuale fa bene ad essere invece prudente, chiedendo supporti più solidi prima di prendere una decisione definitiva e irreversibile. Chi non ricorda i palazzi di Punta Perotti a Bari? La spettacolarizzazione delle demolizioni in diretta streaming, gli applausi e gli olè. Sappiamo com’è finita: con la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha riconosciuto ai Matarrese il diritto al risarcimento del danno, con una spesa pubblica rilevante che graverà sulla collettività e con un contenzioso ancora in piedi tra i costruttori ed il Comune di Bari, del quale non si vede la fine.

Alla luce di precedenti come questo la cautela è d’obbligo. Lo è a tutela personale degli amministratori attuali, che hanno come controparte interessi materiali consistenti e poco arrendevoli, ma anche nell’interesse collettivo di tutti noi, perché una decisione frettolosa, se sbagliata, si ripercuoterebbe poi sull’intera comunità cittadina.

Naturalmente, però, una volta esperito ogni accertamento e fugato ogni dubbio, una decisione dovrà essere presa e, se è inevitabile l’abbattimento, che abbattimento sia. Certo, è preferibile che l’interesse collettivo venga perseguito costruendo qualcosa (in generale, non soltanto sul piano edilizio), ma qualche volta può essere tutelato anche demolendo, quando non c’è altra strada per l’affermazione di regole che noi stessi ci siamo dati e che sono alla base della nostra convivenza civile.

Nicola Corvasce      

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