Italia fuori dai mondiali di Russia 2018: certificazione di un fallimento iniziato a fine anni Novanta

mondiali italia 2018

Ok, abbiamo fatto una figuraccia storica. OK, per chi come il sottoscritto è cresciuto tirando calci a un pallone nel mito di Paolo Rossi, di Marco Tardelli, di Bruno Conti, di Gaetano Scirea ecc., guardare i prossimi mondiali e non poter trepidare per i nostri Azzurri è a dir poco un’onta. Sarebbe  però da stupidi attribuire l’eliminazione dell’Italia da Russia 2018 al solo Giampiero Ventura, un uomo trovatosi in fin dei conti al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Così come sarebbe perfettamente inutile prendersela con chi in campo ha giocato (male) e perso contro la Svezia meno talentuosa che io ricordi, perché questo fallimento è figlio si di fattori esterni, ma anche di scelte discutibili di politica sportiva che hanno cominciato lentamente – ma costantemente – a pregiudicare la qualità del calcio italiano a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.

Era il 1996 e l’Italia calcistica si apprestava a partecipare agli Europei d’Inghilterra da grande favorita, in quanto vice-campione del mondo in carica. La nazionale Under 21 di Cesare Maldini conquistava in Spagna il suo terzo titolo europeo consecutivo. La Juventus vinceva la Champions League appena dopo la straordinaria epopea del Milan che l’aveva vinta tre volte negli ultimi sette anni perdendo peraltro altre due finali. La Coppa Uefa (quella vera con le seconde e terze classificate, non l’Europa League delle quinte e le seste) dal 1989 era praticamente diventata una seconda Coppa Italia coi successi nell’ordine di Napoli, due volte Juventus, due volte Inter, Parma e le fantastiche, ma un p’ meno fortunate  cavalcate di squadre come Fiorentina,Bologna, Genoa, Atalanta, Cagliari, Torino, Sampdoria e Roma. La nostra Serie A era a tutti gli effetti  il campionato più bello del mondo con soli tre stranieri per squadra (gente del calibro di Maradona, Platini, Falcao, Gullit, Van Basten, Careca, Matthaus, Klinsmann ecc.)  e tanti, ma tanti campioni italiani a far sognare noi tifosi.


Ma nel gennaio di quell’anno accade qualcosa che inizierà a cambiare in peggio il nostro calcio, ovvero la sentenza Bosman, la quale stabilisce  l’eliminazione di ogni limite nel tesseramento di calciatori comunitari  facendo si che tutti gli organici delle più famose squadre europee fossero riempiti all’inverosimile di calciatori stranieri, restringendo drasticamente gli spazi per i giovani talenti autoctoni in favore dei campioni esotici, o presunti tali.

Era l’inizio della cosiddetta globalizzazione del calcio con i grandi club italiani che usufruirono della dispensa dai primi turni di Coppa Italia per avventurarsi in tournèe all’estero dai facili guadagni immediati, ma dalla più che dubbia convenienza a lungo termine. E mentre nelle trasmissioni sportive ci si accapigliava per gli errori degli arbitri o ci si appassionava per le cosiddette“bombe di mercato”, il calcio italiano iniziava lentamente a morire nelle categorie inferiori, dove ogni estate tra penalizzazioni ed esclusioni di squadre per motivi finanziari, cominciava a manifestarsi una vera e propria ecatombe di mancate iscrizioni ai vari campionati che ormai è diventata la triste routine di ogni estate calcistica italiana. E a Barletta purtroppo lo sappiamo fin troppo bene.

E mentre nei tanto vituperati, e mai troppo rimpianti, anni Ottanta facevano scalpore l’esclusione dai campionati per motivi economici di Palermo (serie B, 1986) e Brindisi (serie C/1, 1990),  i fallimenti di squadre come Fiorentina, Napoli e Torino di inizio millennio passavano quasi sotto silenzio, nel più classico dei “The show must go on”. C’era infatti, da parte delle grandi società, da pensare a far soldi e puntare alla partecipazione e soprattutto ai guadagni della nuova Champions League a cui avrebbero avuto accesso anche le quarte classificate. Tutto ciò ha instillato nella mente dei presidenti delle squadre di calcio nostrane il fatto che un quinto posto, con conseguente qualificazione alla nuova Coppa UEFA, doveva essere visto come un fallimento, e la stessa partecipazione alla coppa UEFA (poi Europa League) iniziò ad essere vista come un vero e proprio fastidio. Non è un caso, infatti, se questo trofeo viene sistematicamente mancato, spesso con ignominia, dai club italiani ormai dal 1999. Cioè l’anno della riforma delle competizioni UEFA per squadre di club.

Tuttavia, nonostante questo nuovo scenario in cui persino squadre solitamente non di primissimo piano del nostro calcio si permettevano di schierare le riserve in Coppa UEFA, l’onda lunga dei fantastici anni Novanta ancora si faceva sentire con le due Champions League vinte dal Milan nel 2003 (battendo in semifinale l’Inter ed in finale la Juventus) e nel 2007, e soprattutto col fantastico “canto del cigno” della generazione dei vari Del Piero, Totti, Inzaghi, Gattuso, Pirlo, Nesta, Cannavaro e Buffon concretizzatosi la notte del 9 luglio del 2006 con il quarto titolo mondiale della nostra Nazionale.

Già, il 2006, l’anno in cui in Italia in pratica si è deciso di giustificare gli insuccessi di chi aveva letteralmente dilapidato patrimoni quasi totalmente in calciatori stranieri (a prescindere dal loro valore, sovente non trascendentale) con l’esistenza di telefonate tra dirigenti e settori arbitrali che poi si sono rivelate appannaggio di tutti gli attori del calcio italiano (presunti carnefici e presunte vittime).

A prescindere dal contenuto di quelle telefonate e da quel che a distanza di anni ne è scaturito – sul cui ciascuno è libero di farsi la propria opinione – il messaggio che passò a caldo in quell’estate del 2006, nonostante il freschissimo titolo mondiale, fu che la ragione per la quale chi comprava quasi esclusivamente calciatori esteri non riusciva a vincere era dovuta all’esistenza di queste telefonate e che la via per una vittoria cosiddetta “pulita” era quindi da ricercare nell’esterofilia calcistica esasperata e nelle turnèe in mezzo mondo nei mesi di luglio e agosto. Il tutto naturalmente a discapito dei settori giovanili e soprattutto delle serie calcistiche minori.

 Tutto questo si è negli ultimi anni concretizzato con il fatto che oggi anche squadre di medio-bassa classifica sono zeppe di calciatori stranieri, e con le grandi storiche (Milan,Inter, Juventus, Roma e Napoli) che, come già detto,  fanno il precampionato in giro per il globo a caccia di milioni dagli sponsor, mentre le squadre di Serie B e Serie C (per le quali,una volta, gli incassi di due o tre partite in casa di Coppa Italia contro le big del nostro calcio erano manna dal cielo dal punto di vista economico) faticano sempre di più a pagare stipendi ed utenze, figuriamoci a sfornare nuovi talenti.

A tal proposito ricordiamoci che Roberto Baggio iniziò nel Vicenza(Serie C), che Gianni Rivera iniziò nell’Alessandria (Serie D) e che Fabio Cannavaro venne fuori da un Napoli quasi coi libri in tribunale, tanto per citare tre dei quattro Palloni d’Oro della storia del nostro calcio. Gente che se potesse darebbe ancora l’anima per la nostra Nazionale, mentre oggi non pochi tra i calciatori convocati dal Commissario Tecnico di turno, con una frequenza alquanto sospetta, accusano sistematicamente malanni muscolari e articolari già alla lettura della propria convocazione in Nazionale, per poi tornare a saltare come grilli appena lasciato il ritiro di Coverciano. E in questi casi giudicare i rispettivi club di appartenenza non scevri da responsabilità per questo triste andazzo, ci pare esercizio di puro eufemismo.

Il risultato di tutto questo è l’eliminazione della Nazionale quattro volte campione del mondo da parte di una Svezia ben lontana dai fasti degli Stromberg, dei Brolin, dei Kenneth Andersson, degli Henrik Larsson e degli Zlatan Ibrahimovic.

 Ma come si dice dalle nostre parti, il morto si piange per tre giorni, forse anche meno. Perciò il tempo di smaltire la delusione e da domani si ricomincia con le “bombe” di mercato, naturalmente riferite quasi esclusivamente a calciatori esteri.

Ai tifosi invece non resta altro che scegliere per quale nazionale tifare ai mondiali di Russia 2018, consci del fatto che almeno le nostre coronarie non correranno rischi eccessivi la prossima estate. È questa una magra, magrissima consolazione.
 Buon mondiale a tutti.

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Cosimo Campanella
Cosimo Campanella nasce a Barletta il 3 settembre del 1974. Entra nel mondo della fotografia come aiutante nel 1990 e dopo due anni di alterne fortune è costretto nel maggio del 1993 a lasciare per svolgere il servizio militare. Riesce a rientrarvi come aiutante video-maker affinando nel contempo la propria tecnica fotografica per un progetto a lungo termine. Nel febbraio 2011 inaugura lo studio fotografico Arte e Immagine a Barletta. Specializzatosi nella fotografia per cerimonie e nel video-editing non disdegna digressioni anche nel campo della fotografia in ambito storico-culturale e folkloristico. Cosimo Campanella collabora da marzo 2016 con il magazine Barletta News , scrivendo di sport, attualità, politica e cultura

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