Meditazione su Enrico Berlinguer

Sul filo intellettuale della ricerca di una sintesi tra quel coacervo di espressioni e esigenze sociali che è la politica e quella innata dimensione onirica che il cinema si propone di coltivare, pur attingendo, come poche altre arti, dal tessuto sociale tutto, si collocano lavori quali “Quando c’era Berlinguer”. Non è figlia del caso questa congiunzione elementare tra corpi tanto vicini quanto paradossalmente distanti, e non lo è a maggior ragione in virtù del fatto che Walter Veltroni riunisce in sé enorme passione per entrambe queste espressioni umane.

“Quando c’era Berlinguer” si apre e si chiude con un incontrollato moto apologetico, teso ad evidenziare l’esigenza umana più di quella cinefila. Veltroni riprende con mano ferma, ma con spirito forse colpevolmente ed emotivamente partecipe, i canoni classici dello stile documentaristico, evidenziando discrete capacità registiche e permettendosi più di un lusso creativo, tra i quali la scelta di adottare il bianco e nero nell’incipit del film per dar forma e voce alla serpeggiante critica sulla memoria di cui il film si nutre. Pur nel solco di un ovvio e puntuale costrutto cronologico, ornato da una sottilissima vena da cinema d’inchiesta, l’opera dimostra chiaramente che la retorica di una precisa indagine speculativa sulla matrice ultima dei fatti alla base del “compromesso storico” non rivesta ruolo utile se non nell’architettura di una magnificazione sincera e sentita, ma lontana dal valore primo di una pura oggettivazione documentaristica.

Potremmo, o dovremmo, invece dire che Veltroni fa uso sapientemente strumentale della macchina da presa, articolando le quasi due ore della pellicola nelle ampie vesti di un registro storicizzato, culla però di una impronta forzatamente panegirica.  Non si spiega altrimenti la presenza a più riprese nel film di una figura come Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti), cantante con simpatie politiche notoriamente di sinistra. A un lavoro non dissimile era approdato anche l’americano Oliver Stone (Platoon; Wall street; Ogni maledetta domenica ) con “A sud del confine”, 2009, distribuito in Italia come “Chavez-l’ultimo comandante”, in cui il pluripremiato cineasta statunitense affrontava con una lunga intervista dal forte retrogusto ideologico una personalità ingombrante quale quella di Hugo Chavez, ex presidente venezuelano.

L’intento di Veltroni non è necessariamente di stampo prettamente politico. Il risultato è , al contrario, una valida e accorata umanizzazione dello storico leader del partito comunista italiano, morto a Padova in seguito a ictus cerebrale l’11 giugno 1984. In definitiva, “Quando c’era Berlinguer” offre, non senza fragilità e imperfezioni, una riflessione potente e struggente sul valore della memoria quale nodo cruciale per la costruzione di una solida e consapevole coscienza storica.

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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