L’Italia scopre la mafia del Gargano quasi vent’anni dopo un giudice barlettano

È trascorsa appena una settimana da quella che è stata definita come la “strage del Gargano”, nella quale, oltre al boss Mario Luciano Romito e a suo cognato, hanno perso la vita i fratelli agricoltori Luigi e Aurelio Luciani, probabilmente vittime innocenti di un tragico scambio di persona.
Proprio l’efferata esecuzione dei contadini di San Marco in Lamis ha scatenato nel paese un forte moto di indignazione, ponendo per la prima volta alla ribalta nazionale il problema della mafia garganica.

Eppure tale sanguinoso fenomeno era stato in tempi non sospetti fortemente denunciato da un nostro illustre e mai troppo apprezzato concittadino: il PM Domenico Seccia, già membro della DDA di Bari, che alla guida della Procura della Repubblica di Lucera, ha a suo tempo fortemente contribuito ad assestare un durissimo colpo a quella che era a tutti gli effetti diventata la più pericolosa organizzazione criminale della nostra regione.
Il Dottor Seccia ha inoltre provato a farci conoscere la cosiddetta “faida del Gargano” attraverso un suo libro: “La mafia innominabile”, edizioni Meridiana 2011.
Quel che emerge da questo racconto è un quadro di violenza, di illegalità, di sangue e di omertà che purtroppo ha ben poco da invidiare a realtà molto più note e “celebrate” come la mafia siciliana o la n’drangheta calabrese.

A questo punto il lettore potrebbe accusare chi scrive di voler mitizzare le gesta criminali di quattro “montanari”, accostandoli ai vari Riina, Provenzano, Bagarella, Di Stefano, Nirta-Strangio.
Potrebbe essere, ma ad esempio la discesa dei clan di Monte Sant’Angelo verso Manfredonia di inizio anni Duemila, fatte le dovute proporzioni, non ricorda per certi versi quella dei “viddani”(contadini) di Corleone alla conquista di Palermo prima e della Sicilia poi?
E la struttura fortemente familistica dei vari clan garganici non ricorda forse quella delle impenetrabili  ndrine calabresi?

Tra l’altro, analogamente a quanto successo in Sicilia negli anni Settanta-Ottanta e come il Dott. Seccia racconta nel suo libro,  il percorso giudiziario di lotta ai clan mafiosi garganici si articola in due distinte fasi: la prima, “processo Gargano”(2001), caratterizzata dal mancato riconoscimento del reato di associazione mafiosa e da un conseguente alto numero di assoluzioni; la seconda, processo “Iscaro-Saburo”(2009-2010) istruito tra gli altri dal Procuratore Domenico Seccia, concretizzatasi in numerose pesanti condanne per vecchi boss e giovani emergenti ma non per questo meno feroci.

Incassata la raffica di assoluzioni  al processo “Gargano” nel 2001, per le nuove leve degli storici clan malavitosi vincenti è tempo di rinnovare la propria supremazia su una porzione di territorio che va da Monte Sant’Angelo a Manfredonia, da San Nicandro Garganico a San Marco in Lamis, da Vieste a Cagnano Varano. Un riassetto dei vecchi equilibri perpetuato a suon di Kalashnikov, fucili a canne mozze, non disdegnando tra gli altri strumenti di morte la cara vecchia “lupara bianca”.
E’ in questo rinnovato scenario da Far West che ha inizio l’alacre lavoro investigativo del Procuratore Domenico Seccia e dei suoi collaboratori. La missione è una e una sola: accertare in giudizio l’esistenza anche sul Gargano di una vera e propria associazione a delinquere di stampo mafioso.
A tale scopo, importantissime si riveleranno le intercettazioni ambientali presso una vecchia masseria di un vero e proprio summit tra i vari capi famiglia dove vengono alla luce forti contrasti tra ormai ex alleati storici, riguardanti l’imprevisto omicidio di un pezzo da novanta delle famiglie vincenti. Pesanti divergenze che faranno da prodromo alla seconda mattanza tra i clan mafiosi del Gargano.

Come nella lotta alle più famose mafia, camorra e n’drangheta, anche nella lotta a quella un tempo definita “faida del Gargano”, un ruolo molto importante è ricoperto dai collaboratori di giustizia. In particolare due sono le figure più importanti. Peculiarità questa volta tutta garganica, trattasi di due donne: Antonia e Rosa, le cui rispettive testimonianze ai processi “Gargano” ed “Iscaro-Saburo” avranno esiti diametralmente opposti.
Vana, ai fini di eventuali condanne, si è rivelata la deposizione di Antonia, cui i clan rivali hanno massacrato figlio, cognati, fratelli e reso un vegetale su sedia a rotelle suo marito.
Determinante per le condanne in Primo Grado ed in Appello al processo “Iscaro-Saburo” si è invece rivelata la testimonianza di Rosa. Una donna la cui vita pare il drammatico romanzo di un personaggio a metà strada tra la Giulietta di Shakespeare e Ninetta Bagarella (moglie di Totò Riina ndr). Giovanissima sposa di un capoclan e successivamente compagna del più acerrimo rivale del suo ex-marito nonché esponente di spicco della famiglia vincente del paese. Un tipino che ha tra le sue abitudini quella di sfigurare i suoi nemici a colpi di lupara e di assaggiarne il sangue.
Rosa, dopo averne per anni goduto gli agi,  non ne può più di quella vita, e soprattutto ha voglia di preservare il futuro dei propri figli che portano cognomi troppo ingombranti e pericolosi. Per questa e per altre ragioni Rosa decide di collaborare, contribuendo assieme al lavoro certosino del Dottor Seccia e dei suoi uomini alle condanne definitive per associazione mafiosa e all’incarcerazione in regime di 41 bis delle nuove pericolosissime leve di quella che da “faida del Gargano” può finalmente essere definita “mafia del Gargano”.

Le varie condanne, come detto, saranno confermate nel luglio 2010 anche in Appello. Da allora molte cose sono cambiate, ma non troppo. Il giudice Domenico Seccia è stato trasferito, la signora Rosa vive con i suoi figli in una località segreta e con una nuova identità, ma purtroppo la “faida del Gargano” dopo anni di silenzio è ripresa in tutta la sua virulenza nelle ultime settimane, come stanno a dimostrare l’omicidio di un ristoratore di Vieste in pieno giorno tra i clienti seduti a tavola, e la strage di San Marco in Lamis dello scorso 9 agosto.
Questa volta lo Stato sembra, almeno a parole, voler vederci chiaro dopo decenni nei quali i fatti di sangue di Monte Sant’Angelo, Manfredonia, Vieste, Sannicandro Garganico, San Severo, San Marco in Lamis ecc. venivano in pratica derubricati a “roba da pecorari” e mediaticamente confinati nell’anonimato delle cronache locali. Forse perché non c’erano vere o presunte “trattative” da utilizzare  a fini politico-mediatico-giudiziari, forse perché poco interessanti per alcuni scrittori ed intellettuali di grido, o forse perché a differenza del dialetto napoletano o romano, i dialetti garganici risultano meno telegenici nel raccontare la criminalità organizzata.

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Cosimo Campanella
Cosimo Campanella nasce a Barletta il 3 settembre del 1974. Entra nel mondo della fotografia come aiutante nel 1990 e dopo due anni di alterne fortune è costretto nel maggio del 1993 a lasciare per svolgere il servizio militare. Riesce a rientrarvi come aiutante video-maker affinando nel contempo la propria tecnica fotografica per un progetto a lungo termine. Nel febbraio 2011 inaugura lo studio fotografico Arte e Immagine a Barletta. Specializzatosi nella fotografia per cerimonie e nel video-editing non disdegna digressioni anche nel campo della fotografia in ambito storico-culturale e folkloristico. Cosimo Campanella collabora da marzo 2016 con il magazine Barletta News , scrivendo di sport, attualità, politica e cultura

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