Librerie, agonia senza fine

Mamma mia che brutto trand sta prendendo piede nel nostro territorio! Quasi con cadenza settimanale una libreria chiude e ad accorgesene sono soltanto in pochi…pochissimi. Prima è toccato alla “Cialùna” a Barletta ed ora alla tranese “Tranilibri”.

librerieQualche commentatore delle vicende che accadono in giro per i “borghi” nostrani ha dissertato sul fatto che la scomparsa di una libreria, che io reputo, non sbagliando, essere un luogo di cultura, non crea alcuna tristezza nella Città e che anzi non le fa né freddo e né caldo. E ancora, il rapporto causa effetto scatenato dalla chiusura di un luogo di cultura non è: scomparsa libreria uguale diminutio cultura collettiva bensì il contrario… in poche parole siamo una popolazione di illetterati i quali, in quanto tali, non sanno neanche compitare la parola “libro”!

Tutto questo in totale dispregio e ignoranza di un certo Wolfgang von Goethe che ebbe a dire: “Quando chiude una libreria tutti perdiamo qualcosa”. Forse l’occasionale pensatore fatto in casa non ha mai sentito parlare di Goethe e per questo non ritiene di aver perso alcunché.

Ed ovviamente al nostro opinionista self – made man non gli è mai passato per la testa di leggere un articolo dello scrittore Ferdinando Camon il quale affermava che “la lettura è una vaccinazione, chi non legge non si vaccina. Le malattie contro le quali agisce questa vaccinazione sono l’ignoranza, la disinformazione, il disinteresse per la vita politica, l’asocialità. Sono malattie gravi. Le conseguenze di queste malattie gravano sulla società. La società ha interesse a sconfiggere queste malattie, come ha interesse a sconfiggere il vaiolo o le altre malattie endemiche”. In un crescendo sempre più nella provocazione Camon chiude scrivendo che “colui il quale non legge non può essere un buon figlio, o buon padre, o marito, o cittadino, o buon elettore. Vota male perché è ingannabile, decide male per sé e per i figli, esprime giudizi disinformati, è un danno per la democrazia”.

Scusatemi ma non posso in alcun modo pensare che questa indifferenza mista a masochistica indolenza culturale, sia propria di Città di grandi Storici come Santeramo e Loffredo o indimenticabili editori come Valdemaro Vecchi i quali, proprio attraverso i libri “letti” in ogni parte d’Italia, hanno fatto conoscere la gloriosa Storia della nostra comunità.

Tantomeno posso accettare di buon grado, neanche tappandomi il naso come fece il compianto Montanelli, la nouvelle vague della cultura della porchetta che permette la sopravvivenza di alcuni luoghi o attività solo perché in questi si è pensato di “…diversificare il prodotto che offrono nel senso che si va dalla cartoleria alle vetrine con i regali, dalla caffetteria ai prodotti gastronomici di nicchia ed alternativi”.

Tutto questo mi provoca ovviamente tristezza non per il fatto che quei luoghi per anni, decenni, per generazioni sono stati un punto di riferimento, un luogo frequentato e partecipato, bensì per il cruciale motivo che a scomparire è un luogo che dava la possibilità a tutti di essere meno “ignoranti” ( nel senso letterario di ignorare/non conoscere).

Ma la colpa di tutto questo non è dei giovani, é degli adulti, degli insegnanti, che a parole con molta ipocrisia fanno finta di affermare il valore della lettura, ma poi sono i primi a non leggere niente. I nostri figli sono stati educati a vivere senza libri, al massimo se c’è, viene tenuto per bellezza nelle nostre eleganti biblioteche.

Insomma, le librerie e la cultura sono un bene che deve servire in primo luogo alla cittadinanza, deve generare un valore finalizzato ad accrescere il capitale culturale (e non il peso corporeo), che non è fatto solo di beni materiali ma anche e soprattutto, di beni immateriali, buona parte dei quali si condensa nella testa, nella memoria, nella capacità dei cittadini. Quanti più cittadini affollano librerie, suonano, dipingono, visitano musei, scrivono, ascoltano musica, tanto più alto è il patrimonio di una città.

Anche per questo la triste e incessante scomparsa delle librerie indipendenti e di ciò che rappresentano in sé e per le nostre comunità è una realtà il cui verso deve essere assolutamente invertito e bisogna che sia una netta inversione di matrice culturale quanto politica.

Come al solito mi succede in circostanze simili a questa, tento di proporre qualcosa che possa essere utile ad arrestare il triste fenomeno e si perché, come in ogni cosa di matrice sociale, anche noi tutti possiamo, nel nostro piccolo, fare qualcosa a cominciare dal comprendere, nuovamente, l’importanza delle piccole librerie e soprattutto, di quelle che sopravvivono nei centri come il nostro, difendendo la loro preziosa presenza e il valore inestimabile che rappresentano. Perché, statene certi, quando chiude una libreria, è come se si “chiudesse” un pezzo di società ovvero una parte della nostra dimensione civile, umana che null’altro potrà sostituire alla pari.

Permettetemi di fare una confessione. Mi sono sentito in colpa per averlo fatto, per non aver speso quelle decine di euro in una libreria. Lo so, è un pensiero infantile: non sarebbero certo state quelle somme a far cambiare idea ai padroni della libreria fra l’altro, non ho la minima idea del perché chiuda e non sarebbe cambiato nulla nemmeno se avessi acquistato mille libri. Però il senso di malinconia è forte ugualmente perché sicuramente ci perdiamo tutti. Una libreria che chiude vuol dire meno libri venduti e non mi vengano a dire che ora i libri si comprano on line oppure nella versione digitale.

Tuttavia le mie sono soltanto delle considerazioni che esponevo e continuo a proporre oggi, anche se non so se nel frattempo, in questi ultimi anni, sia “sbocciato”, sia nato qualcosa in più, ma temo di no visto che quasi ogni giorno la Gazzetta del Nordbarese ricorda ai suoi lettori che sta chiudendo uno spazio culturale come la libreria…e poi?

Commenta questo articolo

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa scomparsa di Vincenzo Margiotta
Articolo successivoMini intervista all’assessore Giuseppe Gammarota
Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here