Le mille ragioni de “Le meraviglie”

locandina-le-meraviglieE’ più lontana l’Italia, è più vicina l’Europa. E’ nel “momento della critica” che si esaltano gli animi e si scaldano i nobili cuori d’oltralpe o d’oltreoceano? La risposta in tal caso pare proprio essere affermativa. Tra meraviglie figurative e “grandi bellezze” architettoniche si alimenta il braciere morente di un cinema nostrano forse mai così neorealista, nutrito da una vena artistica e socialmente ricercata, atta alla derisione del miserrimo e all’esaltazione dello sfarzo. Lontani da congetture, e vicini più che mai alla percezione del reale, noi, italica gente, usiamo vantarci del fine surrealismo di chi ha il coraggio di operare audaci trasfigurazioni del nostro microcosmo.

Amiamo alla follia chi vince, con merito, sulle rovine di una patria delle arti figurative. Alice Rohrwacher, e il suo “gran premio della giuria” al festival di Cannes, ne rendono amara, ma ovvia, la constatazione. “Le meraviglie” è la storia di un’evasione (intellettiva e spirituale) dalle grinfie di un mondo autentico ma impunemente autoreferenziale. Una storia di contrasti e libertà illusorie dove la materia del racconto è pregna della voglia di rivalsa. Il Grande Occhio è quindi tutto per la questione sociale, e il dramma ne è solo la naturale e attesa conseguenza. Ma in un periodo come questo, è forse cosa ovvia questo gioire di vittorie rese possibili da sconfitte sociali ?

Il premio oscar Sorrentino e la Rohrwacher in tal senso navigano nella stessa direzione. Sono, con merito, famelici avvoltoi di una crisi nera e irreversibile. Perché artisti capaci di cogliere dalla fattualità della terra il seme “noumenico” ( non ce ne voglia Platone) di un vissuto famigliare (Rohrwacher) e individualista (Sorrentino) che in un sapiente gioco di specchi diviene forse l’unico modo per raccontare il tragico al di fuori dei rigidi e meccanici confini dell’inquadratura. Parliamo, in definitiva, di un modo assai intelligente di fare cinema, in cui narrazione e ambientazione sono sì fratelli di sangue, ma al contempo costretti a dispiegarsi in un esplosiva e caricaturale deflagrazione che non manca di investire il bel paese intero.

Perché, cari lettori, qui non parliamo di Roma o delle bucoliche atmosfere rurali Umbre. Non parliamo di disillusi giornalisti o burberi apicoltori. Discutiamo invece sull’inevitabilità di un destino che non smette di plasmare creature splendide, fatine bianche e disgustosi abomini tra le rovine, sociali, di un paese cinematograficamente apprezzato, oggi come non mai, solo se spietato analista dei propri mali. In un momento in cui, è bene ricordarlo, al mostro finanziario e all’indecisione politica e sociale, si affianca lo spettro del disfacimento culturale e cinematografico. Applausi a scena aperta alla sagacia della nostra Alice Rohrwacher. Ma per quanto ancora?

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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