È di appena due giorni fa la notizia della giovane studentessa di Roccapipirozzi Giada Di Filippo che, dopo aver invitato i suoi parenti e amici alla sua seduta di laurea che in realtà non avrebbe mai avuto luogo, si è tolta la vita gettandosi dal tetto dell’Ateneo dell’università Federico II di Napoli.  Non si conoscono a fondo le motivazioni che abbiano spinto la venticinquenne a compiere un gesto così estremo perché non ha lasciato nessuna lettera, né conosciamo gli aspetti della sua vita personale che possono averla portata a pensare che l’unica via d’uscita dai suoi problemi potesse essere la morte.

Questo è solo uno degli ultimi episodi dalle caratteristiche molto simili che per fortuna non sono all’ordine del giorno, ma che negli ultimi mesi sono comunque troppi e in aumento. Vista la dinamica di questi tragici episodi, è plausibile pensare che questi ragazzi si siano sentiti e siano stati vittime di una società che va troppo veloce, a ritmi che non sempre è facile seguire, che ci rende competitivi perché i posti di lavoro sono troppo pochi rispetto a coloro che li cercano.

È una società che non fa sentire mai abbastanza “formati” e  “preparati”, in cui il tempo sembra non bastare mai. Una società in cui se non riesci a seguire questi ritmi sei perduto, perché se non riesci a finire l’università nei tempi previsti “non sei capace”, “non sei portato” o “non è roba tua” e probabilmente non avrai più tempo a disposizione per conseguire un’altra marea di titoli che ti occorreranno per poter ottenere un lavoro entro un’età accettabile che forse non soddisferà nemmeno le tue aspettative. Una società in cui non puoi permetterti di sbagliare perché sai già che quell’errore peserà come un macigno e che con molta probabilità è per quell’errore che verrai giudicato. Una società che da noi pretende e tanto.  Una società in cui la laurea non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.

A tutto questo vanno aggiunti la situazione italiana sempre più precaria con un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 33% e il valore che la laurea ha acquisito nell’”immaginario comune”, un titolo di studio svalutato e sopravvalutato allo stesso tempo. Il mercato del lavoro funziona esattamente come tutti gli altri mercati, in cui maggiore è la quantità di un bene e più esso perde valore.

Lo stesso è successo alla laurea, ma allo stesso tempo in un’Europa in cui circa il 40% della popolazione è laureata e che molto probabilmente supererà questa soglia, se non la prendi “non sei nessuno”. Non è mai superfluo sottolineare che non è assolutamente così. La laurea non è garanzia di maturità, di cultura o di competenza e spessore morale. È un titolo che ha bisogno di impegno per essere conseguito e per questo è un valore aggiunto, ma non è tutto e chi decide di non intraprenderne il percorso può comunque farsi valere e professionalizzarsi diversamente.

Siamo persone, non i nostri titoli di studio, non un mucchio di fogli di carta accumulati nel tempo. Non siamo il nostro curriculum, una serie di voci compilate su un computer. Ognuno di noi, nella sua individualità e diversità, ha ritmi e propensioni differenti che non per forza devono coincidere con ciò che la società o che la nostra famiglia o che a volte noi stessi ci imponiamo perché spinti dalle pressioni esterne.  Quelle pressioni che fanno sentire inadeguati e incapaci, che probabilmente a lungo andare distruggono dentro.

A proposito è opportuno fare un appello a tutti, anzi due, nessuno escluso, perché la società è fatta di singoli individui che cambiando atteggiamento e modo di pensare potrebbero modificare il sistema in cui ognunio di noi è responsabile.

Il primo è quello di rispettare i ritmi e le propensioni degli altri e di non giudicarli: questo vale per tutti, ma ancor di più per i genitori nei confronti dei propri figli, perché se c’è un’opinione che pesa in giovane età è quella della propria famiglia.

 Il secondo è quello di rispettare sé stessi facendo ciò che si può e si vuol fare indipendentemente dal giudizio altrui e accettandosi senza sentirsi inferiori a nessun altro: non accettarsi non renderà diversi, né renderà le cose più semplici.

Non conta quanto tempo si impiega per arrivare alla meta, l’importante è arrivarci. Per il resto l’impegno ripaga, sempre.

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Barbara Rita Corvasce
Barbara Corvasce è nata nel 1992. Ha conseguito la maturità socio-psico-pedagogica presso l'IISS "Scipione Staffa" nel 2010 con il massimo dei voti. Attualmente è laureanda in Cultura letteraria dell'età moderna e contemporanea; da Febbraio 2014 collabora come redattrice di cultura e attualità presso la testata telematica Barletta News e ha conseguito il titolo di Giornalista Pubblicista nel Giugno 2016.

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