La Toponomastica e la Storia autogestita

Lo storico tedesco Ferdinand Gregoriovius sosteneva che i nomi delle strade sono come titoli dei capitoli della storia di una città e vanno perciò rispettati quali monumenti storici e salvaguardati, a prescindere dal gusto artistico e la cultura  dominante.

La toponomastica di una città può raccontarci molto sul vissuto di una comunità. Barletta, fin dai primi scorci, ci appare democratica, perfino nella sua deferente convivenza con i toponimi monarchici. Tollerante fino alla polemica che si scatenò, durante un consiglio comunale, in occasione della intitolazione di una via cittadina al Tenente Colonnello Domenico Senatore.

L’occasione era ghiottissima per non approfittarne e spostare il tiro su altri “personaggi” tra i quali il super gettonato Enrico Cialdini.

Chi controlla il passato controlla il presente, scriveva George Orwel che ha dato fulgidi esempi di sconvolgente preveggenza. Chi vince e poi governa impone la memoria, che diventa storia quando le bugie dei vinti sono smascherate.  E se la storia la scrivono i vincitori, figuriamoci la toponomastica! Chi vince intitola, non è casuale che ciò avviene all’atto degli avvicendamenti amministrativi.

C’è sempre un inizio. Come il virus infetta il corpo, come la ruggine logora il ferro. Mi chiedo: cosa ha portato la grande esperienza storica e politica di alcuni, alla irrilevanza politica e miseria odierna?   

Da quando un grande maestro della ricerca storica, Renzo De Felice, ha lanciato sul mercato delle idee il “revisionismo”, si sono registrati, nei fronti ideologici, significativi slittamenti di senso e di valore che, come in una quadriglia, hanno fatto scambiare  le posizioni. La giustizia resa ai vinti del 1945 (i fascisti), a poco a poco, è stata rivendicata per tutti gli altri vinti della storia, almeno di quella moderna. Se il ventennio non fu quello descritto dalla ‘vulgata antifascista’, perché lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie dovevano continuare ad essere considerati  i prototipi del malgoverno? Quegli esecrati monarchi non avevano costruito strade e persino qualche  ferrovia, non avevano favorito industrie e commerci, non avevano fondato orti botanici e teatri, chiese ed enti di beneficenza?

Sulla scia di queste rivendicazioni revisioniste, c’è stato un insolito proliferare, in diversi comuni italiani, delle proposte di cancellazione di toponimi “dedicati” a Cialdini e ultima, in ordine di tempo,  quella avanzata dal gruppo civico “Bisceglie civile” in accordo con il presidio Libera Bisceglie “Sergio Cosmai” i quali hanno proposto, all’amministrazione comunale, il cambio di intitolazione di via Enrico Cialdini in via Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Come ho precisato, Bisceglie, in ordine di tempo, è l’ultima arrivata in questa gara alMutatis mutandis” (cambiate le cose che bisogna cambiare) ed infatti la nostra Città è da un po’ di tempo che si dibatte, come al solito, tra i pro ed i contro la cancellazione del nome di Cialdini dalla odonomastica (dal greco hodós “via, strada” e onomastikòs “atto a denominare”) barlettana.   

Non voglio essere stucchevole ma come ho ribadito in altre occasioni, appoggerei anzi, sosterrei fortemente, la suggestiva ipotesi avanzata dal Sindaco Cascella durante una riunione della commissione toponomastica cittadina della quale faccio parte. E cioè, riportare per l’intero centro storico, la denominazione delle vie così come erano ante delibera consigliare n. 8 del 7 novembre 1861, con la quale si decidevano le intitolazioni di corso Vittorio Emanuele II, via Cavour, via Garibaldi e piazza Plebiscito al posto di strada (e non via!) delle Carrozze, strada della Cordoneria, strada Cambio, strada la Piazza e largo Paniere del Sabato.

Ripeto, idea molto suggestiva dal punto di vista storico ma praticamente, immaginate cosa significherebbe fare questo dietro front? Lo spiega benissimo, senza tantissime parole, una pagina della versione digitale della Gazzetta di Modena che, il 6 settembre del 2011, intitolava in un pezzo cliccatissimo “Il Comune cambia nome alla via e alle aziende costa 10 mila euro”. Qui calzerebbe a pennello il jingle di quella famosa pubblicità tormentone con cui l’Omino coi Baffi promuoveva, un po’ di anni fa, la nota caffettiera e che faceva “eh si si si …sembra facile”. E si, sembrerebbe facile cambiare il nome di una via, invece oggi non è affatto così, specialmente se su quella arteria cittadina insistono una miriade di esercizi commerciali. Come è successo per il Comune di Campogalliano dove, il mutare la denominazione di via Guido Rossa in via Vittorio Bachelet, ha comportato per i commercianti, oltre alle comunicazioni a tutti gli istituti competenti, fornitori e clienti, una serie di spese impreviste quali carta intestata, bolle, sito web, timbri, scritte su furgoni, per non parlare delle aziende srl le quali hanno dovuto riscrivere lo statuto e per far questo è stato necessario recarsi da un notaio, senza tener conto delle spese sostenute alla Camera di Commercio.

Vi sembra che ne valga veramente la pena colpire i già tartassatissimi commercianti, solo perché un certo personaggio sta (politicamente) sulle scatole a qualcuno?   

Sia chiaro, non sono tra quelli che hanno fatto dell’unità d’Italia un totem che non si può discutere. Ma a parte le buone intenzioni di chi ha perseguito quell’obiettivo (Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini, Garibaldi in primis) si può dire che la costruzione è stata un successo economicamente, socialmente, politicamente? E se lo ritenete tale, non potreste pensare che gli abitanti avrebbero ottenuto risultati economici simili, se non migliori, nell’ambito di Stati più piccoli? Chissà, il sud starebbe forse meglio di ora, perché è innegabile che la sua agricoltura fu danneggiata dalla nuova moneta e dalle guerre commerciali post-unitarie con la Francia.

Non penso assolutamente di accodarmi a questo anticonformismo déjà vu di alcuni i quali hanno proposto da una parte la Commissione ministeriale per la revisione dei libri di testo e dall’altra il continuo ripetere vecchie litanie sul “male che ci ha fatto Garibaldi”… est modus in rebus.

La “Storia”, con la sua miriade sterminata di fatti, non è il supermarket della memoria in cui ciascuno preleva ciò che fa più comodo alla sua tesi, ritenendosi esonerato, nel caso in questione,  dal  fare i conti  con la grande storiografia italiana del passato!

La questione, quindi, rimane aperta, ma uno scherzoso compromesso è possibile: aggiungere alle targhe che intitolano le vie “incriminate”, come successo per Cadorna, i versi con cui i suoi soldati lo sbeffeggiavano in un canto dell’epoca “Il general Cadorna ’l mangia ’l beve ’l dorma/e il povero soldato va in guerra e non ritorna”.  

               

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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